attualità, politica italiana

“Ora basta, pensate al Paese”, di Mario Calabresi

A metà di un sabato pomeriggio in cui gli italiani cercavano di godersi le ultime ore di clima mite, prima della pioggia che annuncia l’autunno, è arrivato improvviso il gelo di una crisi inutile e disastrosa. La decisione a sorpresa di Silvio Berlusconi di far dimettere i suoi ministri, per far crollare il governo, è un colpo durissimo per il nostro Paese. Un’umiliazione che ci sprofonda nel caos, nella mancanza di credibilità, che ci rimette sotto esame, che conferma ogni peggior stereotipo sugli italiani.

Oggi è il compleanno del Cavaliere, compie 77 anni, ma il regalo che ha fatto agli italiani è amarissimo. Non si tratta soltanto dell’aumento dell’Iva o del rischio di dover pagare l’Imu, cosa su cui si continuerà a discutere e che fa parte delle opposte propagande, ma del lavoro e degli sforzi gettati via e dell’impossibilit à di concentrarsi sul salvataggio dell’Italia.

È quasi inutile mettersi a ricordare la situazione nella quale siamo: la mancanza di lavoro, di speranze, di prospettive; il coraggio che moltissimi devono mettere in campo ogni giorno per andare avanti; la disperazione di chi deve abbassare una saracinesca per sempre o di chi ha ricevuto la lettera di licenziamento. Inutile anche gridarlo di fronte a chi è sordo ai problemi di tutti.

Nei Paesi normali, quelli noiosi in cui le elezioni si tengono a scadenze fisse, i cambi di governo sono considerati traumatici perché ogni volta bisogna rimettere in moto la macchina con guidatori nuovi. Noi ci permettiamo il lusso – suicida – di farlo per la seconda volta nello stesso anno. Con un disprezzo totale della vita dei cittadini e dei loro problemi.

In Francia è appena stata varata una commissione che dovrà stilare un rapporto per immaginare come sarà il Paese tra dieci anni, per programmare politiche capaci di interpretare e guidare i cambiamenti. Il nostro orizzonte invece si è ridotto ad una manciata di ore. Non abbiamo nemmeno più la vista breve, sembriamo condannati alla cecità.

Nella settimana in cui dovremmo solo discutere del fatto che la prima azienda telefonica nazionale passa in mani straniere o che la nostra compagnia aerea di bandiera presto non sarà più tricolore, siamo risucchiati nel gorgo dei problemi giudiziari di un uomo solo.

Un uomo solo, che può gridare all’ingiustizia e alla persecuzione, ma che non ha il diritto di trascinarci a fondo tutti, di toglierci la possibilità di tornare a respirare.

Tra quindici giorni andrà presentata la legge di stabilità, il passaggio chiave per chi come noi ha i conti pubblici a rischio; il 15 novembre arriveranno le pagelle europee; il nostro debito è risalito pericolosamente; il Fondo Monetario proprio due giorni fa è tornato a parlare di Italia a rischio: E noi, che avremmo un disperato bisogno di uno scudo di protezione e di credibilità, ci presentiamo al giudizio nudi e disarmati.

Questa settimana Letta era a parlare a Wall Street, per rassicurare sulla nostra stabilità, pensate allo sconcerto o alle risate (a seconda che ci amino o no) che si stanno facendo in giro per il mondo.

Avremmo bisogno di alzare la testa, dare spazio all’energia e alla razionalità e provare a immaginare e costruire, partendo dai problemi reali, un’altra Italia.

Un’Italia in cui alla possibilità di dare un contratto di lavoro a un giovane sia attribuita la stessa dignità e importanza dei problemi giudiziari di Berlusconi. In cui si capisca, come ci raccontava su queste pagine con grande lucidità e efficacia il professor Enrico Moretti, che avere una compagnia aerea di bandiera con una base di voli internazionali non è uno sfizio ma una necessità vitale per far crescere l’occupazione e ogni tipo di commercio.

In cui ci si interroghi sul futuro possibile della sanità pubblica, sulle cure che ci potremo permettere, sull’importanza della ricerca e degli investimenti in istruzione per ripartire.

Un’Italia in cui non si vive prigionieri delle guerre tra falchi e colombe, ma in cui il semplice cittadino che sta aspettando un colloquio e il grande imprenditore che deve decidere un investimento non vedano vanificati i loro sforzi dai risultati di un pranzo del sabato in Brianza.

Gli italiani meritano rispetto. È tempo di chiarezza, di passaggi netti, definitivi.

Sappiamo con certezza che la maggioranza dei politici del Pdl non approva questa decisione. Sarebbe ora che trovassero la dignità e la forza di non scambiare l’affetto, la fedeltà e la riconoscenza per il Capo con l’adesione a un gesto che fa del male a tutto il Paese.

E sarebbe il tempo in cui tutti quelli che pensano di appartenere ad una comunità fatta di sessanta milioni di persone e non ad una parte, avessero il coraggio di dire: «Questa volta viene prima l’Italia».

La Stampa 29.09.13

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“Franceschini: no al voto col Porcellum i moderati di buona volontà scelgano tra il Cavaliere e il futuro del Paese”, di GIOVANNA CASADIO

«Siamo a un bivio, all’epilogo di vent’anni di berlusconismo. So che ci sono persone che hanno seguito Berlusconi sin qui e che si chiedono ora se essere fedeli al proprio leader o al proprio Paese». Il ministro Dario Franceschini, nella giornata più concitata per il governo, tra un dibattito della sua Areadem a Cortona e il filo diretto con il premier Letta sulla crisi di governo, spera in una spaccatura nel Pdl.
Ministro Franceschini, il governo è dimezzato, la crisi è dichiarata
di fatto?
«Quando i ministri di uno dei partiti che sostengono il governo, si dimettono, è evidente che si è piombati nella crisi. Come gestirla lo decideranno il presidente Napolitano e il presidente del Consiglio. Non si poteva del resto andare avanti in modo ipocrita».
E quindi ora cosa succede?
«Vengono al pettine tutti insieme molti nodi, ma soprattutto la vera anomalia di Berlusconi, che noi abbiamo detto essere il conflitto d’interessi, i toni esagerati… ma il nodo più grosso è un altro, e cioè l’idea che lui ha di non essere sottoposto alla legge e alle regole come gli altri cittadini. Uno può ritenersi innocente, può ritenersi vittima, però qualsiasi uomo politico di destra o di sinistra, di questo tempo o dei tempi passati, di fronte a una sentenza definitiva di condanna per frode fiscale, ne prende atto. Berlusconi è incapace di accettare le regole, anche a costo di rovesciare le conseguenze delle proprie vicende personali sull’Italia».
Lui per ò dice di rompere per l’aumento dell’Iva, su cui governo e Pdl si stanno palleggiando la responsabilità?
«Mi offendo solo a sentire il termine “palleggiare”. Sull’Iva, venerdì il consiglio dei ministri ha preso atto che c’era una crisi politica già avviata, e quindi era impossibile approvare un decreto d’urgenza per impedirne l’aumento senza un chiarimento politico, visto che è una maggioranza parlamentare a dovere convertire quel decreto in legge Lo capiscono anche i paracarri che aumento dell’Iva e il fatto che si potrebbe pagare la seconda rata dell’Imu è colpa di chi ha portato il paese in questa crisi. E si comprende altrettanto facilmente
che il riferimento all’Iva è solo un pretesto. Nelle scelte degli ultimi giorni di Berlusconi non c’è più una razionalità».
Cosa c’è, allora?
«La logica del “muoia Sansone con tutti i filistei”».
Si apre ora una verifica parlamentare?
«La scelta sarà del presidente Napolitano, ma noi vorremmo che tutto avvenisse in Parlamento, con un voto alla luce del sole, senza ambiguità».
Si torna alle urne o ci sono le condizioni per evitarlo?
«Tornare al voto con il Porcellum, alla vigilia di una sentenza possibile della Consulta sull’incostituzionalit à di questa legge,
significherebbe ancora instabilit à: chi vince alla Camera, non ha un maggioranza al Senato. Questo governo di emergenza, delle larghe intese, è stato il frutto di una coabitazione temporanea tra avversari per gestire una fase di emergenza e ha fatto un lavoro positivo per affrontare i problemi economico-sociali. Ora siamo al bivio. Per vent’anni il sistema politico italiano è stato bloccato su Berlusconi e si è costituita una coalizione intorno a lui, e una contro di lui. Piaccia o non piaccia, siamo alla fine del ciclo politico berlusconiano. Ciò che avverrà nel centrodestra dopo Berlusconi, non riguarda solo gli elettori di quel campo, ma tutto il paese. In politica non esiste il vuoto, viene colmato sempre. È accaduto con Forza Italia nel ’94; pochi mesi fa con Grillo. Dopo Berlusconi si apre a destra uno spazio politico che può essere occupato da una forza populista o da un partito moderato europeo che faccia riferimento alla famiglia del Ppe. È quello che vorrebbero tutti gli ambienti moderati italiani e europei».
Sta rivolgendo un appello ai moderati del Pdl?
«Sto semplicemente dicendo che quanto avverrà nelle prossime ore può condizionare il futuro del centrodestra e del sistema politico italiano. So che ci sono persone che pure hanno seguito Berlusconi in questi vent’anni e che adesso si stanno interrogando su cosa fare, se scegliere fino in fondo la fedeltà al proprio leader o al proprio paese. Spero che qualcuno trovi il coraggio di dirlo ad alta voce, non soltanto per fare continuare il cammino di questo governo, ma per la cosa più importante: dare all’Italia un partito di destra normale europea. Che possa governare transitoriamente con il Pd per tornare poi ad essere nostro avversario, insieme rispettando le regole della convivenza democratica».
Lei pensa a un nuovo governo, non alle urne. Ma con quale maggioranza?
«Mi fermo al passaggio parlamentare di martedì. Lì ogni parlamentare potrà dimostrare se ritiene più importante la propria parte o il proprio paese».
E quanto potrebbe durare questo nuovo governo?
«Il Parlamento ha ancora la possibilità di lavorare fino alla primavera del 2015, affrontando le emergenze economico sociali, il semestre europeo di presidenza italiana, cambiando la legge elettorale e completando il percorso di riforme costituzionali almeno con il superamento del bicameralismo. Oppure può fare precipitare tutto nel voto subito».

La Republica 29.09.13

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