attualità, politica italiana

“Alla ricerca di una cultura politica”, di Gianni Riotta

L’impossibilità di governare nel XXI secolo, che l’economista Moises Naim chiama «Fine del Potere», attanaglia in queste ore la destra in Italia e negli Stati Uniti. A Roma si consuma l’ultimo atto della storia politica di Silvio Berlusconi, che per la prima volta vede parte dei suoi dirgli di no, e continuare l’esperienza del governo Letta.
A Washington lo «shutdown», il blocco della spesa federale innescato dall’intransigenza dei deputati repubblicani di destra legati al movimento populista Tea Party, paralizza la presidenza Obama e ridicolizza l’ultima superpotenza.

Le cronache si soffermano sulla tattica delle due vicende. Berlusconi che prova a salvarsi dalle conseguenze della condanna per frode fiscale, il suo partito che prova a non restare sepolto sotto le macerie del fondatore, mentre nel Pd il premier Letta e il sindaco di Firenze Matteo Renzi provano a trovare un equilibrio, per non fare la fine dei kamikaze, come spesso la sinistra nel recente passato. In America Obama tenta di ribaltare sull’opposizione la colpa del clamoroso shutdown e magari – nei sondaggi i cittadini si dicono disgustati dal caos – ottenere la maggioranza alla Camera nelle elezioni di midterm 2014, mentre i radicali repubblicani si incaponiscono, a costo di isolarsi, nel bocciare la detestata riforma sanitaria del Presidente.

Le due vicende avranno un esito prossimo. Vedremo se, e quanto a lungo, Berlusconi prolungherà la sua avventura, vedremo se, e come, Obama troverà un filo negoziale con gli ex raziocinanti repubblicani del Gop. Ma entrambe le storie, nella loro curiosa coincidenza temporale, confermano la carenza di cultura politica del nostro tempo, profonda, a destra come a sinistra, in Italia come in America, anche quando «Silvio» e «Shutdown» non affolleranno più prime pagine e siti web.

Il centro destra italiano sembra solo adesso, in ritardo e in modo convulso, identificare la necessità di una cultura politica europea, moderna, tecnocratica, fiscalmente seria e senza un solo leader carismatico che decide rinchiuso in una stanza. I sondaggi, da Diamanti a SWG, confermano che anche quando «Silvio» non guiderà più Forza Italia, da un terzo a un quarto degli italiani, un intero blocco sociale, resteranno, secondo la definizione di Gramsci, ad egemonia di destra. Chi li rappresenterà in un Paese senza sviluppo da una generazione, come, verso quali riforme di un’economia che oggi perde 50 aziende ogni giorno, con disoccupazione e spesa in crescita? Non avere fatto le riforme necessarie, ignorando la cultura di governo moderna dei conservatori, sarà la colpa che i libri di storia imputeranno a Berlusconi, prima ancora dei bunga bunga.

Chiusi da mesi nel bunker della paranoia, tra sicofanti e mestatori, neppure gli uomini migliori della destra hanno interloquito con la rivoluzione in corso nella Chiesa, dal Vaticano di Papa Francesco, a Comunione e Liberazione di don Carron. Hanno sottovalutato l’intervista di Bergoglio a Civiltà Cattolica o la biografia di don Giussani scritta da Alberto Savorana, toni nuovi in un mondo cattolico nuovo. Una Chiesa meno attenta al gioco politico del potere, concentrata su valori e persone, incurante degli intrighi, appassionata al dialogo. Chiunque guiderà in Italia il nuovo centro destra scoprirà di poter contare su questa svolta cattolica, senza detestarla o ignorarla come capita oggi.

La difficoltà maggiore per gli eredi di Berlusconi non sarà infatti raccattare i voti in Parlamento per i gruppi, riorganizzare il partito, impedire la diaspora politica dei troppi leaderini, azzittire i populisti, tutti compiti già gravosi. Sarà rielaborare una cultura unitaria capace di modernizzare l’Italia, senza che – come accade tra i repubblicani americani – la polemica rabbiosa e antistatale degeneri in astiosa, perenne, rissa.

Il centrosinistra, anche se riuscisse dopo vent’anni a liberarsi di Berlusconi e ad avere davanti a sé una destra moderna, è chiamato a una rifondazione culturale non meno impegnativa. Il «NO» inarticolato al berlusconismo è costato quattro elezioni politiche e una generazione di ritardo, con le due vittorie elettorali di Prodi 1996 e 2006 buttate all’aria, ma ha garantito almeno una specie di mastice per tenere insieme i pezzi di un’identità malformata. Ora serve una cultura, vera. Il Partito democratico «Post Berlusconi» sarà partito di innovazione, start up, ricerca, nuove economie, laboratori, mercati globali, o si lascerà andare al rimpianto «della politica industriale dell’Iri che garantì il miracolo economico degli Anni Sessanta, molto meglio del mercato» come, con nostalgia affettuosa ma scarsa attenzione alla realtà, è stato affermato a un convegno Pd di questi giorni?

Uscito di scena «Silvio», il Pd cercherà riforme economiche adatte al mondo di oggi, tecnologia, servizi, difesa della manifattura davanti ai competitors internazionali, non a colpi di sussidi e burocrazie? O ricadrà in un sogno «statalista e centralizzato, dirigista» che sarà subito bocciato dalla realtà visto che siamo nel secondo decennio del nuovo secolo e non a metà del Novecento? Sarà un Pd garantista, libertario e liberale, capace di rintuzzare la voglia di forca della sinistra estrema, quei «processi e condanne di piazza» invocati da Beppe Grillo e dai suoi fedeli nei media?

Quando la ribellione libertaria, antistatalista, populista e ruspante dei Tea Party ha occupato il rispettabile, tradizionale, GOP repubblicano, il partito ha visto la propria efficacia politica scemare. Senza la destra radicale oggi controllerebbe anche il Senato, le intemperanze alle primarie son costate seggi cruciali. I democratici, per anni battuti alla Casa Bianca perché legati a una coalizione perdente, vecchi sindacati, intellettuali, minoranze, sono maggioranza nazionale perché parlano ai ceti nuovi, tecnologici, urbani, multirazziali, ai lavoratori old e new economy, ai cattolici ispanici, che esprimono quella cultura gioiosa, familiare, inclusiva cara al Papa.

Seguiamo dunque con attenzione e passione gli esiti, a tratti anche tragicomici, dei due «Shutdown», «Federale» e «Silvio». Ma il vero campo di battaglia resta la rivoluzione culturale profonda che attende la nuova politica. A sorpresa, gli sconfitti di oggi saranno i vincitori di domani se, con più coraggio e diligenza, si daranno il sapere giusto.

La Stampa 02.10.13

Condividi