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Insegnare: missione “impossibile”?, di Antonio Valentino

Sui problemi dell’insegnare, affrontati da Massimo Recalcati su Repubblica – in un recente articolo che ha fatto molto discutere (ci ho dedicato anch’io alcune riflessioni cordialmente ‘polemiche’ proprio su ScuolaOggi) -, è da registrare un intervento del filosofo Pier Aldo Rovatti, sempre su Repubblica (sabato 28 settembre), che sviluppa considerazioni utili per superare ambiguità e contribuire a mettere meglio a fuoco alcuni aspetti del profilo docente . La considerazione centrale e più importante di Rovatti è che il rapporto tra insegnante e allievo non si può semplicemente “impacchettare nella parola ‘seduzione’”, come sembra fare Recalcati nel suo articolo. I ragionamenti di Rovatti sulla questione poggiano su tre idee importanti: per l’insegnante, la relazione e il sapere non possono mai essere separati (in altri termini: tra il sapere e la relazione c’è un circolo virtuoso che, se interrotto, mina la stessa ragion d’essere di una figura sociale come l’insegnante); quanto al sapere, la scuola va vista come “un apprendistato, un’educazione che insegni ad apprezzarlo in quanto tale” (quindi la scuola non sviluppa solo apprendimenti, ma educa ad apprezzare il sapere, che ha intrinsecamente valore); il sapere, inoltre, “non sta né in alto nè fuori, bensì in basso e dentro, nella concretezza delle pratiche reali” (come dire che la scuola non coltiva saperi accademici e deve fare i conti, se vuole avere successo, con la concretezza del sentire e del vivere comune). E si concludono sottolineando che l’amore per il sapere, “per il fatto di essere un ‘amore’, deve passare necessariamente per la relazione, cioè attraverso l’accomunamento e la socializzazione”. Non so se, in quest’ultima affermazione , si adombri l’idea di reciprocità. A me sembra, comunque, che la relazione di reciprocità (io e te, per quanto con ruoli diversi, siamo dentro un rapporto di intescambio che esclude dipendenza) sia un elemento chiave di un insegnare che non sia “travasamento” (come giustamente ci ricorda Recalcati) e che abbia come stella polare la costruzione di persone autonome e responsabili. L’enfasi sulla “seduzione”, infatti, per quanto funzionale, nelle intenzioni di Recalcati, a creare amore per il sapere, tende in qualche modo a opacizzare e confondere il senso e il valore di una professione, quella dell’insegnante, che si caratterizza (nei casi migliori – certamente – che comunque non sono pochi nella nostra scuola) di competenze specifiche, comprensive – ovviamente – di quelle di relazione. Competenze che, queste sì, costituiscono garanzia di apprendimenti sensati e arricchenti; e coinvolgenti. Non sono, detto in altri termini, le lezioni ‘appassionanti’ della certamente brava e meritevole professoressa Giulia, insegnante di Recalcati alle Superiori, che possono aiutare la nostra scuola ad uscire dal pantano in cui si trova; ma professionalità esperte e competenti sui vari terreni del lavoro a scuola. Insegnare non è una professione qualsiasi. Non si insegna ‘a titolo personale’. Né l’insegnante, che pure è un professionista, può essere considerato un ‘libero’ professionista (libero nel senso di “sciolto” dalle responsabilità – di istruzione e formazione – che gli competono). Non so se è veramente una professione ‘impossibile’, come diceva Freud (che usava l’espressione per richiamare la inconcilibilità tra la necessaria indipendenza da condizionamenti esterni e gli obblighi di una missione comunque formativa. Oggi l’impossibilità nasce dalle difficoltà estreme del fare scuola nelle condizioni che si danno) . Certamente, comunque, è una professione difficile e delicata. E tale da richiedere continui aggiustamenti, assestamenti (resilienza?) perché non ci siano squilibri rischiosi. Ma anche più considerazione e rispetto, perché figura necessaria e centrale in un Paese che abbia a cuore la sua democrazia e il suo futuro. Concludendo. La qualità del lavoro a scuola si gioca sulla qualità delle relazioni all’interno dello spazio scuola e, in particolare, tra docenti e studenti. E quest’ultima ritengo si giochi soprattutto, se non esclusivamente, sull’invio costante, da parte dell’insegnante, di segnali sia di ascolto attivo e di cura, sia di attenzione, nel suo lavoro, ai feed-back che gli arrivano dagli studenti. È comunque attraverso i primi che fai capire che tu insegnante, a lui/lei studente, “ci tieni”, che ti aspetti cose importanti, che lei/lui, comunque, non è ‘solo’ nella scoperta di senso e nella conquista di apprendimenti sensati e anche affascinanti – per quanto spesso faticosi -; ma che può trovare in te un maestro-allenatore che ci crede, che è sempre disponibile e di cui fidarsi. Non è forse soprattutto questo che favorisce quell’amore per il sapere che è chiave di volta per una formazione non approssimativa e appiccicata, ma generatrice di altri saperi e più approfondite competenze?

da ScuolaOggi 04.10.13

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