attualità, cultura, memoria

“Morire con un numero al posto del nome”, di Attilio Bolzoni

Un morto, un numero, un «presumibilmente» che racconta tutta una vita. Morto numero 31, maschio, nero, presumibilmente trent’anni. Morto numero 54, femmina, nera, presumibilmente vent’anni. Morto numero 11,
maschio, nero, presumibilmente tre anni. Presumibilmente: è tutto quello che sappiamo di loro camminando fra i cadaveri di Lampedusa dopo che il mare ce li ha portati. Sembrano manichini quelli che vedo allineati e nascosti in sacchi neri e azzurri, bianchi, grigi, verdi. Da un telo viene fuori un gomito, da un altro esce un piede, c’è una mano, un naso, un seno, c’è una scarpa, una sciarpa, un orecchio. Carcasse, centoundici carcasse che adesso sono lì immobili e nella loro immobilità sembrano disperarsi, implorare, maledire. Presumibilmente, questa parola l’abbiamo sentita ripetere centoundici volte oggi.
L’inferno di Lampedusa ci ha spalancato le sue porte quando quattro carri funebri sono scivolati nella grande morgue che è quell’hangar dell’aeroporto, seguiti da due camion carichi di bare. Centoquaratanta. Di abete, di faggio, noce, di mogano. Chiare, più scure, alcune con lo stampo metallico di un fiore sulla parte superiore, altre con una Madonna addolorata sul fianco, altre lisce e lucide. Di tutte le misure. Lunghe un metro e 84 centimetri, un metro e 92 centimetri, un metro e 93 centimetri. Quattro bare sono bianche. Due piccole piccole, di 60 centimetri. Una di 80 centimetri, l’ultima di un metro. Le bare dei bambini.
Le ha trasportate il traghetto salpato giovedì notte da Porto Empedocle, insieme a quelle Mercedes nere e lunghe con la croce sul tetto, i carri funebri con su i cinque necrofori, tutti della provincia di Agrigento. Calogero Rizzo, di Castrofilippo. Giuseppe Santamaria di Campobello di Licata. Maurizio Collura e suo nipote Dino, di Racalmuto. Luca Melluso, di Palma di Montechiaro. Sono stati chiamati dalla prefettura, le bare le hanno raccolte in un paio di magazzini al-
l’ingrosso che forniscono tutte le agenzie siciliane di onoranze funebri.
Alle undici le prime trentasei casse di legno sono scaricate nella morgue. Le mettono una sopra l’altra a tre a tre, sei file e poi altre sei file. «Portate l’aceto che fra un po’ ci servirà per ungere il naso, un’ora ancora e qui non si potrà più respirare », dice ai suoi colleghi Rizzo appena entra nell’hangar.
A destra ci sono ottanta teloni rigonfi. A sinistra ce ne sono sedici, gli unici con il numero legato con un nastrino. In fondo altri undici. Ancora più in fondo quattro. E intorno a questi quattro teloni sedici poliziotti della Scientifica — avvolti in tute bianche, i guanti, i copriscarpe, la mascherina, gli occhiali — che a gruppi di quattro sono chini su un cadavere. Ogni squadra ha il suo spazio, il suo pezzetto di hangar, il suo morto.
«Area esame 1», «Area esame 2», «Area esame 3», «Area esame 4». Nel linguaggio tecnico si chiama «ispezione cadaverica ». Lampade, tamponi, alcol.
Spogliano un uomo, la «svestizione». Poi lo osservano minuziosamente in ogni sua parte, lo fotografano, lo rovesciano su un fianco, lo fotografano ancora. Lo rimettono sull’altro fianco, un’altra foto. Si avvicinano, la foto al viso. Alla nuca. O alla coscia. O alla schiena. Qualcuno scrive intanto qualche riga sullo «stato del cadavere» e poi il sacco si chiude per sempre. È il momento del numero che identifica in mancanza di un nome, tre poliziotti in divisa riportano sui computer gli scarni dati che ricevono e il naufrago che viene dall’altro mondo è pronto per la sua bara.
A mezzogiorno sono quei sedici già «ispezionati» che vengono separati dagli altri. Morto numero 57, nero, presumibilmente cinquant’anni. Morto numero 14, nero, presumbilmente diciotto anni. Morto numero 34, nera, presumibilmente trentacinque anni.
Tutti gli altri sono ancora dentro i teloni. Tranne cinque, quasi attaccati al muro. Uno sembra un vecchio o forse sembra vecchio perché è gonfio e stravolto, è ancora vestito, ha una lunga barba. Una donna è nuda. Un ragazzo è nudo. Un altro uomo è mezzo vestito e mezzo spogliato. L’hangar è sempre più caldo, comincia a salire l’odore della morte. Ci sono i poliziotti e ci sono anche una ventina di volontari del centro di accoglienza dell’isola. Il loro capo, Cono Galipò, entra ed esce dalla grande morgue, dà ordini, telefona, dà altri ordini. Poi si avvicina ai necrofori e dice: «State fermi, ancora non si può cominciare: non è arrivata l’autorizzazione del magistrato per chiudere le bare». È passato un giorno e una notte e ancora non arriva un timbro, una firma. Ma cosa aspettano i procuratori di Agrigento?
I cinque necrofori sono tutti schierati davanti ai sedici teloni che avvolgono i cadaveri già esaminati. Aprono le loro borse. Tirano fuori trapani, saldatrici, acidi, liquidi che servono per «depurare» e far sfiatare la bara quando si chiuderà con dentro un corpo. «Per i gas, per non farla scoppiare», dicono. Accostano le sbarre di stagno, 25 chili a scatola. Si stanno preparando a infilare i primi sedici morti di Lampedusa nelle casse di legno. Scartano dal cellophane le bare bianche dei bimbi, le spostano un po’ più in là, queste sollevandole con riguardo. Con il trapano cominciano ad aprire quelle grandi, poi le alzano e le appoggiano su una trave di legno sospesa fra due cavalletti. Sono quasi le due del pomeriggio e i cadaveri di Lampedusa restano soli nella grande morgue dell’aeroporto. L’hangar si svuota, sono tutti in mensa.
I corpi abbandonati, soli nel silenzio della morgue. L’ultimo che se ne va è lì dal primo mattino, si aggira fra i vivi e fra i morti senza dire una parola. Un paio di occhiali dalle lenti spesse, jeans e una casacca rossa dell’Ordine di Malta con una grande scritta sul retro: psicologo. Cosa ci fa uno psicologo fra sedici poliziotti, una ventina di volontari, cinque necrofori e centoundici cadaveri? Nessuno gli chiede niente, nessuno ha voglia di chiedergli niente.
Passano ancora le ore, sono le 16.30 quando finalmente arriva l’ordine del giudice: le bare si possono chiudere. «Per primo quello», indica il necroforo Santamaria al necroforo Melluso. Lui trascina il telone per qualche metro e poi, insieme, lo prendono. Il primo cadavere è dentro la prima bara prima alle cinque della sera. Lo infilano dentro con tutto il sacco. «Per rispetto, per non lasciarlo nudo. E anche per igiene», racconta il necroforo Rizzo che è la quarta volta che sbarca in due anni a Lampedusa per chiudere neri nelle bare. Cominciano a saldare con lo stagno, uno ha in mano la spazzola d’acciaio per rimuovere le incrostazioni della saldatura, un altro ha l’acido per pulire e levigare. Un quarto d’ora per ogni bara. Alle otto di sera ne mancano sessanta, alla nove di sera ne mancano quaranta. Quelli della scientifica continuano a «svestire», esaminare, fotografare. Devono finire entro la notte. Poi li porteranno tutti via questi morti, questi 58 uomini, queste 49 donne e questi 4 bambini, li porteranno nei cimiteri sparsi per la Sicilia. Altri numeri su altre croci.

La Repubblica 05.10.13

*******

“La rabbia dell’isola che merita il Nobel”, di ALESSANDRA ZINITI

Davanti a tutti ci sono i bimbi di Lampedusa, ma quelli piccoli. BIMBI di cinque, sei anni, che di quei quattro corpicini nudi ora rinchiusi in una bara bianca nell’hangar dell’aeroporto, si sentono fratelli. “Ancora una volta non hai sentito il mio grido”, scrivono nel primo striscione che tengono in alto, con su stampigliate le loro piccole impronte di inchiostro nero. “Non hai salvato me, la prossima volta salva almeno mio fratello”, recita il secondo striscione. Dietro di loro e dietro la croce realizzata con il legno dei tanti barconi della speranza, alle sette di una serata ventosa che gonfia il mare che ha inghiottito il barcone della tragedia, c’è tutta Lampedusa. Ma proprio
tutta, almeno cinquemila persone: giovani, donne, anziani, ognuno con un cero acceso in mano. E con loro anche alcuni dei profughi eritrei sopravvissuti, ragazzi giovani, che si tengono stretti per mano e sorridono timidamente ai volontari della Misericordia che li seguono.
Nell’isola, 36 ore dopo la più grossa tragedia dell’immigrazione clandestina, è il momento della preghiera, ma anche quello della rabbia e della protesta. Serrata, compatta, senza più sconti per nessuno. La visita del ministro dell’Interno Angelino Alfano, che pure ancora ieri ha proposto l’assegnazione del Nobel per la pace alla gente di Lampedusa, è stata salutata con grandi striscioni che ieri mattina sono comparsi lungo la via Roma, il corso principale della città, proprio lì dove, al tramonto sfila la fiaccolata che, partita dalla Chiesa, si ferma davanti al porto. “Nel rispetto di questa ennesima tragedia, tornatevene indietro. Non accettiamo visite”. Messaggio inequivocabile rivolto a tutti i politici, da Alfano alla presidente della Camera Laura Boldrini arrivata nell’isola a sera, che hanno ritenuto di dover essere qui accanto ai profughi, ai lampedusani, alle forze dell’ordine, ai tanti volontari, al sindaco Giusy Nicolini che continuano ad urlare che in una trincea come questa da soli non possono rimanere. Ma nella Lampedusa che sperava che la straordinaria visita di luglio di Papa Francesco potesse cambiare le cose non è più tempo di passerelle. Gli isolani lo scrivono chiaro nei loro striscioni. Oggi Lampedusa è “un’isola piena di dolore che porta il peso dell’indifferenza”.
È giorno di lutto cittadino e le saracinesche di negozi, bar, ristoranti, supermercati restano abbassate tutto il giorno. Impossibile prendere un caffè, fare la spesa, comprare un giornale. Tutto chiuso, sbarrato. Ai tanti turisti che ancora affollano Lampedusa alla fine di una stagione che, in controtendenza e nonostante gli sbarchi, è andata molto bene, non resta che accontentarsi di quello che si trova ai
dispenser di bevande e snack al porto o lungo il corso. E lo fanno con piacere: «Siamo solidali con loro», dice una coppia di milanesi che attende pazientemente il proprio turno per fare colazione a una di queste “macchinette”.
Preghiere e proteste, insieme. Alle sei di sera la chiesa madre non ce la fa a contenere l’enorme fiumana di gente venuta a partecipare alla funzione di commemorazione delle vittime. A questa gente, che tiene ancora sulle vetrine dei negozi i manifesti con l’immagine di Papa Francesco, don Stefano Nastasi (il sacerdote che a luglio aveva invitato il pontefice a venire sull’isola) dice: «Non avrei mai pensato di dover essere ancora qui in una circostanza del genere. Oggi c’è la tentazione forte di gridare rabbia e sconforto, ma ciò che serve è un profondo silenzio. A cosa servono le nostre parole? A cosa è servito il nostro lamento negli anni passati se siamo ancora qui a testimoniare questa tragedia? Meglio il silenzio quando non siamo capaci di dare risposte concrete. Mentre lì si discute, qui si muore». Un invito al silenzio che la gente di Lampedusa raccoglie solo in parte. Perché la voglia di gridare è tanta. La piazza antistante la chiesa, il fronte del porto sono uno studio televisivo a cielo aperto. Dalla proposta del Nobel per la pace alle polemiche sui pescherecci che avrebbero omesso di prestare soccorso ai naufraghi. Qui non ci stanno a passare per “assassini”. Respingono le accuse al mittente e dicono: «I prossimi morti, perché ci saranno e lo sapete tutti, li porteremo in Parlamento così vediamo se qualcuno se ne accorge o se deve continuare ad essere solo un problema di Lampedusa. Noi gli immigrati vogliamo accoglierli vivi, non morti».
In fondo a via Roma, davanti alla balconata che si affaccia sul porto, si accendono le candele. Tocca a una ragazza del liceo prendere la parola mentre cala un silenzio assoluto: «Vogliamo ribadire quello che ha detto Papa Francesco: vergogna! Europa diventa ciò che sei. Non possiamo permettere che questo nostro mare diventi mare di disperazione».
La gente di Lampedusa il Nobel se l’assegna da sola. «Grazie — dice il parroco — ai primi soccorritori che si sono caricati nelle loro barche le persone, grazie che non è stato detto nelle trasmissioni tv. I lampedusani, come sempre, hanno dato la loro collaborazione senza calcolare tempo e ora perché quei bimbi sepolti in fondo al mare, anche se con qualche sfumatura della pelle, sono i nostri figli ».

La Repubblica 05.10.13

Condividi
Ordina per:   più nuovi | più vecchi | più votati
wpDiscuz