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“Le mosse dell’Europa sullo scacchiere siriano”, di Ferdinando Salleo

La rapida successione delle mosse diplomatiche di Lavrov e di Rouhani, innestate sulla crisi siriana, lascia intravedere la formazione di equilibri politici nel Mediterraneo e nel Medio Oriente in un assetto in cui, alla fine, il destino di Damasco e di quelle sventurate popolazioni passerà in secondo piano. Approfittando abilmente dell’imbarazzo di Washington per le avventate minacce ad Assad, non condivise dal Congresso e meno ancora dall’opinione pubblica, delle contraddizioni tra i Paesi arabi del Golfo e dell’assenza dell’Europa, la diplomazia russa ha riportato il Cremlino tra i protagonisti senza i quali sarà impossibile una soluzione regionale. L’altro protagonista è l’Iran che esce dall’isolamento diplomatico dove lo aveva ridotto Ahmadinejad e usa la questione nucleare per avanzare forme di compromesso in cui la formula “giapponese” assortita di garanzie internazionali tutte da verificare (approntare i presupposti fermandosi alla soglia dell’armamento) e l’atteso mitigarsi delle sanzioni conferisca a Teheran un ruolo sub-egemonico che valorizzi l’arco sciita che va dall’Iran al Libano. La belligeranza di Netanyahu non trova più la sponda americana, pur tiepida, e deve fare i conti con un’opinione pubblica insoddisfatta.
Turbati dall’abbandono americano dei fedeli regimi autoritari, gli arabi del Golfo cercando spazio si sono incautamente inseriti nelle “primavere arabe” appoggiando e finanziando chi i salafiti, chi i Fratelli Musulmani e finendo per lasciare spazio alle varie filiazioni di Al Qaeda. Le ambizioni politiche saudite sono messe in ombra dall’Iran tornato alla diplomazia attiva, come quelle neo-ottomane della Turchia di Erdogan che si allontana vieppiù dall’Europa, ma trova ad Oriente uno spazio ridotto ed è sempre alle prese con i curdi che mirano a creare un proprio Stato.
Sembra un caso da manuale che ricorda l’ottocentesca politica del “concerto europeo” attorno ai destini del decrepito impero ottomano in Europa. Alla fine, le riottose popolazioni locali avrebbero trovato requie nei confini tracciati per loro dalle maggiori potenze. Almeno per un certo tempo, in quel caso per quarant’anni finchè le polveri non fossero state accese dalla miccia di Sarajevo. Per essere efficace, però, il “concerto” presupponeva un consenso che desse vita a una leadership energica e dotata di visione strategica, in grado di imporre alle parti un compromesso in cui ciascuno degli attori trovasse parziale accoglimento dei propri fini.
È l’esigenza primaria di queste crisi. Gli Stati Uniti restano la potenza indispensabile, come diceva Madeleine Albright. Superpotenza, certo, ma non onnipotente. Malgrado l’attenzione della Casa Bianca si concentri sul Pacifico e sul rapporto strategico con Pechino, Washington non può sfuggire all’imbroglio mediterraneo e mediorientale dove si incrociano le strade dell’energia e quelle del terrorismo, le migrazioni, il traffico marittimo e la sicurezza di Israele, il controllo del Nord Africa e i sussulti dell’immenso mondo islamico sino all’inaffidabile Pakistan e all’Afghanistan che si avvia, temo, sulla via irakena. Non solo la chiave della stabilità di una regione tricontinentale, ma i rischi per l’alleata Europa, sensibile ora alla diplomazia russa, e la stessa visione politica della propria responsabilità globale, a meno di rinchiudersi in un ruolo regionale, sono in gioco per l’America nel negoziato che si annuncia attorno alla Siria e al nucleare iraniano, un negoziato che, pur diviso per obiettivi parziali, non potrà non essere globale nella sua natura politico-strategica.
Accanto alla Russia e all’Iran, all’inquieto Golfo e alla Turchia, Washington ha bisogno di rafforzare nel negoziato il fronte della stabilità e del progresso nella regione. Ciò significa associare nella trattativa le altre forze politiche ed economiche, persino militari, che condividono quei fini e sono in grado di contribuirvi, in primo luogo l’Europa. Principale attore, muto sinora se non per i fremiti umanitari, l’Europa dovrà a sua volta star lontana dai risorgenti protagonismi nazionali se vuole essere parte attiva, ma contribuire con i suoi principali Paesi e con l’Unione stessa a riattivare anzitutto il rapporto privilegiato che la comunità atlantica si è data per la concertazione strategica degli obiettivi e degli interessi condivisi. Solo di fronte a un largo consenso le Nazioni Unite potranno dare legittimità alla soluzione concordata nel rinato concerto.

La repubblica 06.10.13

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