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“Ventennio il lungo addio al berlusconismo”, di Massimo Giannini

Ai nemici della teoria del Ventennio berlusconiano converrà ricordare cosa ne disse il suo stesso eroe eponimo, al termine di un Consiglio Europeo: «Qui sono un veterano, insieme a tanti ragazzotti dell’Est. Con altri cinque anni di attività politica arrivo a diciannove. Quanti me ne mancano per arrivare a quello lì?». Era il 15 ottobre 2008. Il Cavaliere aveva da poco ri-stravinto le elezioni, e da premier forte della più schiacciante maggioranza parlamentare della Repubblica si sognava già nei libri di storia. A fianco o (preferibilmente) al di sopra del Duce. Già allora era proprio lui il primo ad accreditare, nell’immaginario collettivo, l’idea che il ciclo del suo strapotere potesse trasformarsi davvero (come fu il fascismo secondo la profezia di Piero Gobetti) in un’altra “autobiografia della nazione”.
Le cose poi sono andate diversamente. In quel promettente autunno di cinque anni fa si vedeva già issato su un altro predellino, non quello dell’Audi blindata a San Babila ma quello della Flaminia decappottabile che tra due ali di folla lo avrebbe condotto al soglio quirinalizio. Il “piazzista” consacrato per sempre Statista. Quello che non aveva previsto è la misura della corruttela pubblica che lui stesso ha costruito ben prima dell’epifanica discesa in campo del ’94, e che gli è costata una micidiale sequenza di 18 processi e di condanne penali (due in primo grado, una ormai definitiva). Quello che non aveva previsto è la dismisura dei comportamenti privati che lui stesso ha praticato dopo l’ultimo “plebiscito” dell’aprile 2008, e che gli è costata un’esiziale default di affidabilità interna e di credibilità internazionale.
Ma insomma, i cinque anni nel frattempo sono passati, il Sovrano stanco e malconcio è caduto dal trono. Non solo quello di Palazzo Chigi (dove lo hanno scalzato prima i neo-tecnici e poi i neo-centristi) ma persino quello di Palazzo Grazioli (dove ne hanno leso irrimediabilmente la maestà i “governisti” guidati dal delfino senza “quid”). Eppure, anche se ha smesso di comandare come un tempo, il vecchio Conducator è ancora lì a lottare contro i magistrati e i congiurati. Contro l’anagrafe e i servizi sociali. È ancora lì a terremotare la politica, a paralizzare il Parlamento, a tenere in ostaggio il Paese. Come succede, appunto, dal 1994. Per questo, prima di stabilire se il Ventennio berlusconiano è finito, bisognerà pur convincersi che il Ventennio berlusconiano è esistito. E non è stato il frutto di una manipolazione storica (quella di una élite intellettuale che ha speculato sulla vocazione platealmente “dittatoriale” del berlusconismo). E nemmeno di un’ossessione psichiatrica (quella di una sinistra irrisolta che per definire se stessa ha avuto bisogno del nemico da combattere sempre ma da abbattere mai).
Il Ventennio berlusconiano è esistito, innanzitutto perché lo hanno voluto gli italiani. Ed è stato persino utile, nella misura in cui ha inoculato il bipolarismo (per quanto “coatto” e ideologico) nelle vene di un Paese abituato al consociativismo. I tre trionfi elettorali del Cavaliere nascono certo anche dalla spropositata forza di fuoco propagandistico delle sue tv e dal suo gigantesco e indisturbato conflitto di interessi. Ma resta il fatto che Berlusconi è stato liberamente votato da svariati milioni di italiani. E per quanto populista, cesarista e a tratti tecnicamente “totalitario”, il suo potere è stato conquistato sul terreno della democrazia. Una democrazia che lui stesso ha svilito, in virtù di una concezione irriducibilmente “proprietaria” delle istituzioni. Ma pur sempre democrazia. Questo suggerisce riflessioni amare sulla natura del suo ciclo politico, sul suo rapporto profondo con le masse e sui deficit culturali della sinistra.
Nel Ventennio berlusconiano si celebra un “epos”, che risale all’Arcitaliano di Longanesi. Il mito dell’“uomo nuovo”, del self made man ricchissimo e infaticabile che si è fatto da solo (e non con i soldi della mafia transitati per la paterna banca Rasini), che sorge tra le macerie di Tangentopoli per fondare una (mai nata) Seconda Repubblica. Poi la leggenda dell’“uomo forte” e sempre “solo al comando”, il mattatore che domina la scena e spazza via l’accidioso teatrino della politica. Infine la mistica dell’Unto del Signore, che salta ogni mediazione e trova solo nel popolo la sua legittimazione. Così incuba il virus dell’anti-politica (che deflagrerà con Grillo) e si diffonde il modello del partito personale (che ingolosirà persino Renzi).
Nel Ventennio berlusconiano si perpetua un “ethos”, che riflette e amplifica i caratteri peggiori della nazione. Un’etica pubblica nella quale le regole o non ci sono (perché soverchiate dal libero dispiegamento degli animal spirits di un leaderismo autocratico e di un capitalismo autoreferenziale) o si possono forzare (perché manipolate da un Parlamento disposto a votare ben 38 leggi ad personam, oltre a una mozione che dichiara ufficialmente Ruby “nipote di Mubarak”). E una morale privata che pretende di far coesistere la “religione del lavoro” con l’evasione fiscale e la corruzione di finanzieri, magistrati e senatori. Il culto ostentato della sacra famiglia con il vizio malcelato delle olgettine.
Il Ventennio berlusconiano, infine, è esistito perché ha cementato il blocco sociale di una destra anomala, anti-comunista e anti-europea, sopravvissuta al suicidio democristiano e che sopravviverà al regicidio berlusconiano. Oggi è “ridotta” al suo zoccolo duro. Ma vale comunque 8 milioni di elettori, pronti a seguire il condottiero anche nella sua ultima “reincarnazione”: quella del pregiudicato. Il suo, per dirla con Chandler, sarà un lungo addio. E del Ventennio, dopo lo strappo del 2 ottobre sulla fiducia a Letta, celebriamo oggi non ancora la fine, ma semmai l’inizio della fine. I danni strutturali che ha prodotto, nella politica e nella società, resisteranno al di là dei dati anagrafici del suo protagonista. E poi si tratterà di capire se i colonnelli sedicenti “moderati” della destra italiana riusciranno davvero ad essere “diversamente berlusconiani” (come finge di credere Alfano). O se invece, asserragliati nel bunker di Arcore, si rassegneranno a morire
berlusconiani.

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“TUTTI I CICLI DELLA STORIA”, di GUIDO CRAINZ
Un primo ventennio vi è certo stato, nel Novecento italiano, ed ha coinciso con un regime: ha devastato e sepolto l’Italia liberale, e sulle sue ceneri è nata la Repubblica.
Qui però le questioni si complicano: ove si guardi alla storia politica il 1945 è una cesura indubbia ma lo è anche per la storia economica o per quella sociale e del costume? Con il procedere dei decenni, poi, le periodizzazioni ci appaiono via via più discutibili e meno rigide, più ricche di contaminazioni e ambiguità. È sicuramente facile identificare la fase della Ricostruzione, segnata anche dalla guerra fredda (e dal centrismo in politica), o quella del miracolo economico (e del primo, più fecondo centrosinistra). Una grandissima trasformazione, il nostro “miracolo”: ha riguardato economia e consumi, culture e immaginari, geografia sociale e produttiva, modalità dell’abitare e del vivere, sino al rapporto fra religione e laicità o all’attuazione di una Costituzione troppo a lungo “congelata”: non c’è parte del nostro vivere collettivo che non sia stato segnata in profondità dal breve e tumultuoso scorrere di quegli anni. Una “mutazione antropologica”, per dirla con Pier Paolo Pasolini.
Da lì in poi le periodizzazioni proposte di volta in volta lasciano invece molti dubbi, a partire da quella “stagione dei movimenti” che il ’68 avrebbe innescato e che rischia di coprire col suo manto anche pulsioni corporative o localistiche. E che confluisce in anni settanta variamente messi agli atti come stagione delle riforme o – per altri e opposti versi – della strategia della tensione e poi degli anni di piombo. Definizioni che alla lunga distanza appaiono molto parziali mentre sembra ingigantirsi invece la cesura di cui sono simbolo alla fine del decennio i funerali di Aldo Moro: quasi “funerali della Repubblica”, come è stato scritto. Spartiacque fra un “prima” e un “dopo” nel modo di essere della società e della politica. Di lì a poco, nello sconfitto rifluire del terrorismo, diventeranno sempre più visibili i guasti che stanno corrodendo istituzioni e partiti: “muore ignominiosamente la Repubblica”, scriveva il poeta Mario Luzi.
Non è difficile cogliere infine negli anni Ottanta anche la corposa incubazione della stagione successiva: con il radicale modificarsi dei luoghi di lavoro e dei ceti sociali, l’irrompere di nuove culture (o inculture), il dominio di un sistema dei media sempre più invasivo e distorsivo, e sempre più intrecciato alla politica. Con la crisi, non solo italiana, dei partiti basati sull’appartenenza e la militanza. Ma anche con il degradare delle istituzioni, con un salto di qualità nella corruzione politica, con lo sprezzo crescente dei valori collettivi. Solo un anticipo di quel che avverrà poi, scandito e accentuato dal tracollo del panorama politico precedente, dall’affermarsi prepotente del partito mediatico e personale, dall’erosione quotidiana della legalità e del diritto. Da questo punto di vista è certo lecito parlare di ventennio berlusconiano ma c’è da chiedersi se abbiamo avuto davvero una “seconda repubblica”.
Per avere qualche dubbio è sufficiente uno sguardo alla Francia: lì la “numerazione” delle repubbliche è scandita da grandissimi traumi (la Rivoluzione, il 1848, la Comune di Parigi, l’occupazione nazista, la crisi algerina), seguiti da profonde modifiche istituzionali. Davvero un’altra cosa, e per molti versi è utile cogliere invece le radici dell’ultimo ventennio: ci aiuta a capire meglio con quali e quante macerie dobbiamo ora fare i conti. Quanto sia lunga e difficile la nuova Ricostruzione che ci aspetta.

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“QUELLO STILE COSÌ NUOVO”, di SEBASTIANO MESSINA
Senza accorgercene, giorno dopo giorno, ci siamo ritrovati in un’Italia diversa. A partire da quel 26 gennaio del 1994, quando Berlusconi annunciò la sua “discesa in campo”, cominciando proprio con questa formula a usare il calcio come metafora della politica: poi sarebbero venuti gli “azzurri”, la “squadra di governo” e tutto il resto. E lo fece inaugurando uno strumento nuovo, il videomessaggio, qualcosa che somigliava ai discorsi di fine anno del Quirinale a reti unificate ma senza la paludata ufficialità dei presidenti: il politichese veniva sostituito da un lessico semplice e diretto, che gli italiani conoscevano bene perché era il linguaggio della pubblicità.
Poi venne il “mi consenta”, l’intercalare che diventò presto il simbolo e la cifra dello stile del Cavaliere, quella cortesia formale così diversa dal vizio di interrompere l’interlocutore quando arrivava al cuore del suo discorso, una maleducazione studiata a tavolino e insegnata scientificamente a centinaia di berluscones affinché diventassero sabotatori del nemico sui campi di battaglia della televisione, quella televisione che Berlusconi ha sempre – e a ragione – considerato l’arena che conosce meglio di chiunque altro. Ed è infatti usando la tv che lui ha rivoluzionato le regole del campionato della politica e non solo con gli spot che permisero a Forza Italia di diventare in tre mesi il primo partito della nazione. Usando un vocabolario di cinquecento parole, che tutti potessero capire – «perché ricordatevi che lo spettatore medio è uno studente di seconda media, che neanche siede al primo banco» – Berlusconi ha dapprima scavato un solco tra sé e “il teatrino della politica” popolato ovviamente dai suoi avversari, poi ha dato il via al suo show: fatto di “contratti con gli italiani” stipulati sulle scrivanie di ciliegio di Bruno Vespa, di mappe delle opere pubbliche di prossima realizzazione (ma mai costruite, a cominciare dal Ponte sullo Stretto), di vertici internazionali trasformati in palcoscenici per SuperSilvio (ricordate quando annunciò, a Pratica di Mare, l’ingresso della Russia nella Nato?).
Ma il ventennio berlusconiano ci lascia anche altre cose. Le
convention, per esempio, che somigliano ai congressi di una volta ma non eleggono nessuno, servono solo ad andare in tv. I club, che hanno sostituito le vecchie sezioni di partito, e vivono di spillette, portachiavi e gadget assortiti. Gli avvocati in Parlamento. Le miss che escono dalla tv ed entrano a Montecitorio, le igieniste dentali che escono dalle “cene eleganti” e diventano consigliere regionali, le “nipoti di Mubarak” che escono dai commissariati e vanno a riscuotere dal fidato cassiere. Le barzellette sconce che prendono il posto delle citazioni di De Gasperi. Le strepitose gaffes internazionali, dalle corna nella foto dei Grandi al “cucù” per Angela Merkel (poi oggetto di meno spiritose considerazioni estetiche).
Ma il berlusconismo resta, innanzitutto, un culto della personalità. Mai l’Italia aveva avuto, dopo Mussolini, un capo del governo che credeva così convintamente nella propria superiorità planetaria («Non c’è nessuno sulla scena mondiale che può pretendere di confrontarsi con me»), uno che mandava a casa degli elettori un libretto con la storia della sua meravigliosa vita, e che non esitava a paragonarsi a Gesù, quando parlava della “traversata del deserto” ai suoi militanti, battezzati prima “missionari” e poi addirittura “apostoli della libertà”, chiamati a portare tra la gente “il Vangelo secondo Silvio”, che Dio lo perdoni quando avrà smesso di ridere.

La Repubblica 10.10.13

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