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“I pesci piccoli. In cella per reati minori e carcerazione preventiva”, di Salvatore Maria Righi

Nei numeri c’è tutto: tre su quattro, tra i 64.758 che sono in gabbia, sono pesci davvero molto piccoli. O addirittura pesciolini finiti non si sa come nella rete, come i minorenni clandestini rinchiusi nel carcere di Catania per istigazione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. «Il vero problema è chi sia giusto incarcercare, cioè chi debba stare dentro e quale modello vuole darsi questo Paese» sintetizza Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, un osservatorio da cui il pianeta carceri si vede piuttosto bene, in ogni sua piega e fino all’ultima pietra. Un mondo a volte infernale, raramente normale, per la gran parte il disastroso campo di battaglia lasciato a valle dagli effetti della Bossi-Fini e della Fini-Giovanardi, le due leggi che hanno avuto il potere di riempire le celle senza abbassare di una virgola rispettivamente il problema dell’immigrazione e quello della droga. Pesci piccolissimi sono ad esempio i piccoli consumatori e spacciatori che gravitano intorno alla cocaina e agli altri stupefacenti che hanno preso piede negli ultimi anni. Secondo gli ultimi dati in possesso di Antigone, il 39,44% dei detenuti è rinchiuso per un’imputazione o una condanna legata alla legge sulle droghe. Il 35,19% è straniero, uno su tre. E in questo caso, come sottolinea Gonnella, gli effetti della Bossi-Fini sommano quelli indiretti a quelli diretti, perché un extracomunitario che finisce dentro per la vendita abusiva di cd o altri beni, rientra comunque nell’alveo normativo della disciplina contro l’immigrazione clandestina.
L’altra piaga storica delle nostre carceri, l’uso e l’abuso del carcere preventivo, un parcheggio in attesa di giudizio che a volte è diventato esso stesso la pena, è sceso si fa per dire al 37,17% dei detenuti. «Una tendenza che è stata innescata dal decreto legge promosso dalla Cancellieri, per ridurre il più possibile l’impatto della custodia cautelare spiega Gonnella ma il vero punto critico e il problema è il totale ingolfamento del sistema processuale, per via della valanga di processi legati ai reati su droghe e immigrazione, tanto che spesso l’istituto viene usato un po’ a casaccio. Sempre meno legato, o quasi mai, alla ricognizione dei veri motivi che la disciplinano, ossia il pericolo di fuga, quello di reiterazione del reato e dell’inquinamento delle prove».
Il risultato, come ha detto il senatore Luigi Manconi è che il carcere è diventato un enorme incubatrice sociale dove spostare e abbandonare tutte quelle persone, le fasce socialmente più deboli e precarie, di cui lo Stato non riesce pi ù a prendersi cura. La prigione, quindi, come supplente dei servizi sociali e in buona sostanza del welfare che, sottolinea il presidente di Antigone, «non esiste più, dobbiamo prenderne coscienza: una realtà di cui i nostri istituti di pena sono tutt’altro che esenti, in quanto ad effetti e conseguenze� �. Dentro strutture che in alcuni casi rievocano le pagine di Silvio Pellico o le immagini del Regno Borbonico, coi suoi fasti e le sue decadenze, in celle dove ci si ammala e si soffre ancora per malattie che fuori di lì sono state debellate, come la scabbia, la turbercolosi, le epatiti, si vive una realtà quotidiana in cui la popolazione rinchiusa è più che raddoppiata. 22 anni fa c’erano 31.058 detenuti, oggi sono appunto 64.758, dati aggiornati al 30 settembre. Il 170% di affollamento, 170 detenuti ogni 100 posti letto (140 per il Dipartimento): record della Ue. Molto basso il tasso di alfabetizzazione: il 15,3% della popolazione reclusa è analfabeta, o non ha titolo di studio, o con licenza elementare. A proposito di pesci piccoli e di grandi criminali, il 60,45% dei detenuti reclusi per una condanna deve scontare una pena inferiore ai 3 anni. «Credo che i tre quarti della popolazione carceraria corrispondano all’immagine suggestiva tracciata da Papa Francesco aggiunge Gonnella che con le sue parole svolge un fondamentale ruolo di pedagogia sociale al pari del Presidente della Repubblica, che al di là di come la si pensi, nell’unico messaggio alle Camere del suo mandato ha scelto proprio di occuparsi del tema carceri. Mi auguro anzi che questa forza pedagogica delle cariche istituzionali riesca a orientare le decisioni della classe politica. Il nodo, ancora una volta, è il sistema penitenziario nel suo complesso: adesso pagano solo i poveri. L’equità non vuol dire solo mettere dentro anche i ricchi, perché non si risolvono le cose con la detenzione di uno come Berlusconi che sconterà la giusta pena per i suoi reati, ma soprattutto significa far uscire chi è finito dentro solo per una storia personale poco felice o sfortunata». L’avaria e la deriva di una macchina della giustizia che, secondo Gonnella, è cominciata anche quando qualcuno ha indicato i lavavetri come un simbolo dell’illegalità: «Succedeva nella civilissima Firenze pochi anni fa, e credo che da lì abbiamo cominciato a perdere il senso comune, sostituendo la sicurezza sociale con quella della proprietà e spinti dalla retorica della paura. La dismissione dello stato sociale, l’intolleranza e la xenofobia, sono questi problemi che paga in gran parte chi sta in carcere, ancora prima del sovraffollamento che è un problema europeo, non solo italiano, e che è pura demagogia: non servono nuove carceri, serve capire bene chi deve starci dentro».

L’Unità 24.10.13

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