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“Noi intimoriti perché fragili” di Gian Antonio Stella

Lo sanno, quelli che hanno vissuto ieri in Campania momenti di spavento, d’essere esposti al rischio. Non ci vogliono pensare, ma lo sanno. Sanno che è pericolosa la loro terra, da sempre colpita dai terremoti. Sanno che sono pericolose, troppo spesso, le loro case fragili. E non serve a niente affidarsi alla buona sorte. È da tempo, spiega Emanuela Guidoboni che con Gianluca Valensise ha scritto un saggio monumentale sui terremoti avvenuti in Italia dall’Unità a oggi, che viene registrata una intensificazione di attività sismica. Tutto normale, per i sismologi. È la storia del nostro Paese.
Meno a rischio del Giappone, dell’Armenia, del Cile o di alcune aree della Turchia, ma comunque da sempre colpito da tremendi scossoni: 34 terremoti devastanti più 86 «minori» dal 1861 ad oggi, per un totale di circa 200 mila morti e 1.560 Comuni (uno su cinque) bastonati più o meno duramente.
Spiega il rapporto Ance/Cresme del 2012 sullo stato del territorio italiano che una delle aree più soggette ai fenomeni sismici è appunto l’Appennino a cavallo tra la Campania e il Molise. Dove già fu durissima la batosta inflitta dalla natura nel 1980, quando venne sconvolta l’Irpinia e le aree circostanti. Stando al dossier, le abitazioni considerate a rischio in Molise sarebbero 158.812, in Basilicata 264.108, in Abruzzo 421.953, in Calabria 1.206.600, in Campania 2.148.364, in Sicilia 2.479.957. Da incubo. Più le scuole, più gli ospedali…
Il consiglio nazionale dei geologi conferma: « Il rischio sismico maggiore riguarda le regioni della fascia appenninica e del Sud Italia. Al primo posto c’è la Campania, in cui 5,3 milioni di persone vivono nei 489 Comuni a rischio sismico elevato. Seguono la Sicilia, con 4,7 milioni di persone in 356 Comuni a rischio e la Calabria, dove tutti i Comuni sono coinvolti, per un totale di circa 2 milioni di persone».
È una storia, purtroppo, vissuta sulla propria pelle da milioni di persone.
Con conseguenze pesantissime non solo in termini di vite umane. Basti leggere un rapporto della Protezione Civile del 2010: «I terremoti che hanno colpito la Penisola hanno causato danni economici consistenti, valutati per gli ultimi quaranta anni in circa 135 miliardi di euro (a prezzi 2005), che sono stati impiegati per il ripristino e la ricostruzione post-evento. A ciò si devono aggiungere le conseguenze non traducibili in valore economico sul patrimonio storico, artistico, monumentale (…) Attualizzando tale valore si ottiene un valore orientativo complessivo dei danni causati da eventi sismici in Italia pari a circa 147 miliardi e, di conseguenza, un valore medio annuo pari a 3.672 milioni di euro/anno».
Una cifra spropositata. Che ad ogni nuovo terremoto, e Dio sa quanti ne abbiamo avuti (negli ultimi decenni, anzi, la loro frequenza è stata perfino più bassa rispetto ai primi trenta o quarant’anni del secolo scorso) ci spinge a ripetere la solita domanda: non avremmo risparmiato tante vite umane e tanti disastri se ci fossimo preoccupati di più della prevenzione, del rispetto delle regole antisismiche nell’edilizia, della buona manutenzione quotidiana?
Tanto più che le conseguenze più tragiche non sono dovute solo alla forza distruttiva di questa o quella «botta» sismica.
Come ricordava l’anno scorso in un articolo il sismologo Max Wyss, Direttore della World Agency for Planetary Monitoring and Earthquake Risk Reduction, «sono i crolli degli edifici e non i terremoti a uccidere». Una forzatura? Non troppo. Per capirci: lo stesso identico terremoto della stessa identica potenza può essere vissuto con un brivido in cima al grattacielo di 55 piani Shinjuku Mitsui Building che a Tokyo nel 2009 oscillò senza danni fino a un metro e 80 centimetri sotto la spinta di un sisma del 9° grado della scala Richter e può creare migliaia e migliaia di morti in una città sgarrupata e costruita alla meno peggio senza alcun criterio di sicurezza.
Ed è questo a spaventare, quando c’è una scossa forte, gli abitanti di quella bruttissima megalopoli che copre i dintorni di Napoli fino a Caserta. Sanno di vivere in una immensa periferia di condomini tirati su troppo spesso con materiale di scarto nella scellerata convinzione che «se deve capitare, capita» e che comunque «ci penserà San Gennaro». Sanno che gran parte del patrimonio edilizio è vecchio. E quando ha meno di mezzo secolo è spesso ancora più fragile, con quel cemento armato di seconda categoria fornito troppo spesso da imprese legate alla camorra, degli edifici più antichi. Per non dire dell’«area rossa» vesuviana: al primo censimento del 1861 la popolazione era di 107.255 persone, quasi tutte concentrate sulla costa. Al censimento del 2001, erano 530.849. Oggi sarebbero oltre 580 mila.
Certo, ci vogliono una montagna di quattrini e un sacco di anni per risanare una realtà a rischio come quella, che vede in lontananza un Vesuvio insolitamente quieto da oltre mezzo secolo. E certo non è facile cominciare oggi, in questi tempi di crisi. Ma occorre ben partire, con quest’opera di risanamento. Così come è indispensabile che domani, passato (speriamo) lo spavento, certi politici non ricomincino a cavalcare le peggiori (e suicide) richieste degli abusivi.
Ricordiamo ancora un manifesto affisso tre anni fa ad Ischia: «Vota abusivo!». Ecco, spaventi come quelli di ieri dovrebbero servire a capire che occorre davvero voltare pagina.

Il Corriere della Sera 30.12.13

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