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"Foibe, la terza via storica del «genocidio ideologico». Né rivolta né vendetta: fu progetto politico", di Dario Fertilio

Dieci anni ben spesi, quelli dedicati al Giorno del Ricordo. Appesantita alla nascita da polemiche a sinistra e ipoteche di destra, con il rischio d’essere oscurata dalla Memoria della Shoah che si celebra appena due settimane prima, la solennità del 10 febbraio, nata per commemorare i massacri comunisti nelle foibe — e l’esodo dei giuliano-dalmati dalle loro case — si è trasformata progressivamente in appuntamento vero, capace di attraversare gli schieramenti, diffondere emozioni e superare le ideologie. 
Così sta avvenendo quest’anno: dalle 180 manifestazioni del 2006 e dopo le 500 dell’anno scorso, si raggiungeranno senz’altro cifre superiori. Colpisce anche la varietà delle iniziative: dalle celebrazioni più tradizionali alla Foiba di Basovizza, o a Redipuglia, all’incontro dei rappresentanti degli esuli con il Papa; dall’omaggio a Ottavio Missoni nel teatrino di Palazzo Grassi, a Venezia, alla «biblioteca di pietra» che si sporgerà idealmente dalla costa di Rimini verso quella opposta dell’Adriatico; dal concorso letterario «Tanzella», a Verona, riservato alle opere scritte nei dialetti delle popolazioni vittime, al concerto serale romano nella basilica di Sant’Andrea della Valle; e l’impatto popolare maggiore verrà probabilmente dallo spettacolo televisivo in programma su Rai 1, Magazzino 18 di Simone Cristicchi, accompagnato da un numero speciale di Porta a Porta . 
Tutto potrebbe sembrare, dunque, a suo modo, pacificato: meno forti sono a sinistra le iniziative dei «negazionisti» che vorrebbero derubricare il genocidio degli italiani istriani, triestini e dalmati a «vendetta di guerra» generata dall’odio per l’occupazione fascista; e parallelamente hanno perso l’iniziale carattere revanscista le prese di posizione rivolte a denunciare l’«odio slavo», come anche le discussioni — in particolare nel gruppo di lavoro presso il ministero della Pubblica Istruzione — sui libri di testo delle scuole, troppo timidi nel raccontare la verità, quando non addirittura reticenti. 
E invece la questione del tutto pacificata non è, a cominciare dal numero delle vittime: minimizzato da un lato a poche migliaia, dilatato dall’altro fino a 25 mila, mentre la cifra avanzata dagli storici più indipendenti, e prudenti, si aggira intorno alle 11 o 12 mila. 
Eppure, viene da chiedersi, sta proprio nel balletto dei numeri, il nocciolo della questione? O non va cercato piuttosto nel significato storico e morale da attribuire al genocidio? Fra gli storici si sta facendo largo una specie di «terza via» interpretativa, estranea alle opposte ideologie, e che idealmente viene riferita allo storico triestino, di cultura slovena, Elio Apih, scomparso nel 2005 e membro della commissione nominata dai governi di Roma e Lubiana. Per Apih, nel saggio postumo Le foibe giuliane pubblicato dalla Leg di Gorizia, va tolta di mezzo l’idea di una «insurrezione popolare» slava contro gli occupanti italiani, prendendo atto invece della «azione politica coordinata» messa in atto dai seguaci di Tito secondo le indicazioni giunte a suo tempo da Stalin (e anche non immemore del modo di procedere dei nazisti). Così si spiega l’organizzazione dei trasporti in corriere dai finestrini imbiancati a calce perché le vittime non fossero riconosciute; l’esecuzione di massa dei prigionieri legati tra loro ai polsi con filo spinato; l’istituzione di «tribunali popolari» con lo scopo non di accertare colpevolezze, ma di funzionare insieme come propaganda e tecnica del terrore. Non fu rivolta popolare, né pulizia etnica, né eliminazione di un gruppo nazionale: si trattò invece di genocidio ideologico, con lo scopo di spianare il terreno al nascente regime comunista jugoslavo. Tanto è vero che nelle foibe finirono anche croati, sloveni, serbi, tedeschi e persino qualche militare alleato. 
Tutto questo, e non un semplice omaggio alla bandiera, sarà quest’anno al centro del Giorno del Ricordo.

da il Corriere della Sera

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