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"Ma le frasi vivono di quei due segni", di Stefano Bartezzaghi

PAREVA oltretutto di aver letto recenti allarmi in senso contrario, secondo i quali la virgola avrebbe sostituito tutti gli altri segni di interpunzione. Si è già mangiata il punto e virgola e i due punti, i nuovi formati di scrittura sembrano imporla come unica pausa multiuso. È invece vero il contrario per John McWhorter, un anglista della Columbia University di New York, che verso le virgole mostra di avere le stesse certezze che il compianto Pier Paolo Pasolini appunto nutriva riguardo alle lucciole.
McWhorter ha osservato una certa, negligente trascuratezza nella distribuzione delle virgole da parte degli utenti di Internet e social network e non si sente di disapprovare la tendenza: «Potete toglierle da parecchi testi americani moderni e in chiarezza perderete tanto poco da pensare che sia il caso di omettere le virgole del tutto». La conclusione è che la virgola è convenzione, è moda, qualcosa di rinunciabile. Si può contestare. Ma quello che contestare invece si deve non è la conclusione bensì il presupposto: che il linguaggio sia funzionale alla «chiarezza » — questo mito, immortale per chiunque scriva e legga poco o male — e che quanto nel linguaggio si riveli non funzionale alla chiarezza sia superfluo e, appunto, rinunciabile.
La virgola ci aiuta a dare forma allo scritto o a rappresentare, nello scritto, il parlato. È uno strumento espressivo e all’espressione si può rinunciare solo non avendo nulla da dire.
La letteratura italiana del Novecento si apre con Gabriele D’Annunzio che scrive: «L’anno moriva, assai dolcemente » (Il piacere, 1889) e si chiude con Aldo Nove che scrive: «L’amore, ha lo stesso meccanismo del Gratta e Vinci» (Puerto Plata Market,
1998). Si può pensare che quelle due virgole, diversissime ma parimenti espressive, vadano cancellate: infatti non sono necessarie alla «chiarezza». Ma allora tanto vale cancellare anche le frasi in cui compaiono, che vivono di quelle due virgole, delle loro rispettive volontà di sublimità e squisita rozzezza, più che delle parole che le virgole stesse dividono.

da la Repubblica

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“La sconfitta della virgola nell’era dei social network “Non si usa più: aboliamola”, di Enrico Franceschini

— Forse ve ne siete già accorti da soli, scrivendo un messaggino, un post, un’email o twittando. Ma adesso un illustre accademico l’ha gettata, per così dire, nello stagno della grammatica, e il mondo letterario sembra sostanzialmente d’accordo. Virgola, addio. Anzi: virgola addio (senza virgola nel mezzo). Il segno d’interpunzione che esprime una pausa breve, come lo definisce il dizionario, la “piccola verga o bastoncino” (dal latino “virgula”) messa in basso in fondo a una parola, sta diventando obsoleta. Viene usata con sempre minore frequenza nel linguaggio digitale, e poiché quello di Internet è ormai il linguaggio universale, la sua dipartita sul web potrebbe estinguerla anche dalla scrittura su carta, dunque nei giornali, nei libri, nella corrispondenza privata, per i pochi che si ostinano a scambiarsi messaggi in tale antiquata forma.
È stato John McWhorter, docente di letteratura alla Columbia University, a pronunciare l’eureka che fotografa una situazione sotto gli occhi di tutti: dal momento che gli internauti e anche numerosi scrittori dimostrano crescente indifferenza all’utilizzo del “comma”, la sua definitiva scomparsa potrebbe essere imminente. «La si potrebbe togliere da buona parte dei testi contemporanei e la chiarezza non ne risentirebbe», afferma lo studioso sulla rivista online Slate.
«La maggior parte dei segni grafici sono convenzioni, ed è naturale che cambino nel corso del tempo ». Concorda Simon Horobin, professore del Magdalene College di Oxford: «C’è una tendenza generale a un uso più lieve della punteggiatura, che sta mettendo chiaramente al tappeto l’utilizzo della virgola». In particolare i più giovani, la
web generation, osserva lo studioso, possono venire confusi dal diverso stile grammaticale del linguaggio online rispetto a quello insegnato nelle scuole, dove la virgola (per il momento) resiste.
Il Times di Londra fornisce esempi di informazioni pubblicitarie, cartelli stradali e articoli di giornale in cui ci si aspetterebbe una virgola, ma non la si trova. E anche i più ligi alla grammatica riconoscono che certe regole, come quella (in inglese ma non in italiano) di metterla dopo il penultimo elemento di una lista (“Tizio, Caio, e Sempronio”), non vanno più di moda. Del resto autori come Jane Austen praticamente la evitavano, preferendovi la lineetta (erano i suoi editori a sostituirla con la virgola), Hemingway la rimpiazzava spesso con una sfilza di “e”, mentre il romanziere americano Tao Lin taglia corto in una recente poesia: «La grammatica è stupida / ucciderò grammatica e simboli». È vero, tuttavia, che la virgola appare meno necessaria nell’inglese scritto, in cui si prediligono frasi secche separate da un punto: soggetto verbo complemento oggetto. Come faremmo noi italiani, maestri dell’inciso dentro
un inciso dentro un inciso, a scrivere (e pure a parlare), senza la virgola? Chissà, magari impareremmo a non perdere il filo del discorso.

da la Repubblica

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