partito democratico, politica italiana

"È il Pd che deve decidere", di Claudio Sardo

Ora però, dopo tante parole, bisogna decidere. L’Italia non può aspettare: ha bisogno di un governo dotato di forza parlamentare ed energia politica per affrontare la drammatica crisi sociale, la troppo fragile ripresa, la sfiducia crescente verso le istituzioni democratiche. E il Pd non può essere spettatore, o arbitro. Non può permetterselo. Nonostante lo smacco elettorale, resta il perno del sistema. Ha le maggiori responsabilità davanti ai cittadini: e, se possibile, queste responsabilità sono aumentate con la vittoria di Matteo Renzi alle primarie e con le speranze che ha suscitato. Nessun governo nella legislatura avrà la forza necessaria, se il Pd non scommetterà su di esso. È finito il tempo di sfogliare la margherita e dire che sì, forse, nascerà un nuovo governo Letta per guidare il semestre europeo e portarci al voto nel 2015; o forse basterà un restyling nel programma e in alcuni ministeri; o forse no, bisognerà giocare subito la carta Renzi affidandogli l’impegnativo mandato di arrivare al 2018.
Di certo, un governo non nascerà mai da un referendum tra gli alleati e/o gli avversari del Pd. Tocca anzitutto al Pd e al suo segretario fare la scelta, e costruire attorno ad essa il consenso e il contesto perché risulti la più efficace possibile. Il passaggio non è facile. E sono comprensibili le incertezze, persino le polemiche interne. Il dualismo tra Renzi e Letta, per certi aspetti, era inevitabile. Anzi, una dialettica tra partito e governo è ineliminabile in presenza di una maggioranza multicolore e di un cantiere aperto sulle riforme istituzionali. Ma, se Renzi e Letta non saranno capaci di un’intesa, il risultato rischia di essere disastroso per il Paese, e per il Pd. Peraltro, Renzi e Letta non possono sbagliare nell’intendere le rispettive leadership: il Partito democratico è una realtà politica e sociale più ampia, che non può riassumersi in un uomo solo al comando, ma neppure nella competizione personale dei suoi due dirigenti oggi più importanti. C’è molta rozzezza nella polemica sulla democristianità» dei due: tuttavia, è un campanello d’allarme che Renzi e Letta devono saper ascoltare. All’inizio della settimana della verità, Enrico Letta sembra avere buone chance per avviare una seconda fase del suo governo. Il programma dovrà avere ambizioni forti e misure credibili. Per il lavoro, anzitutto. Il Paese ha bisogno di interventi strutturali, di innovazione e ricerca, di politiche industriali, di un rilancio degli investimenti pubblici, di semplificazione burocratica. Ha bisogno di politiche di contrasto alla povertà, ed è assurdo che si contrappongano gli interventi necessari a sostegno della famiglia con il giusto riconoscimento delle unioni civili.
Letta sta anche, da tempo, preparando il semestre di presidenza italiana della Ue. Sarà un semestre cruciale per il nostro destino: il discorso di Giorgio Napolitano a Strasburgo ha tracciato le linee-guida di quella che deve diventare la svolta dell’Europa, dalla cieca austerità a una nuova stagione di crescita economica e civile.
Letta si giocherà la sua carta. Ha però bisogno del Pd per riuscire. Se resta questo muro di incomunicabilità, se non viene rimossa questa diffidenza, a Letta mancherà l’ossigeno. E il Pd pagherà un prezzo altissimo, se la sua apparirà come una battaglia di mero potere. Renzi ha detto e ribadito che non vuole sentir parlare di rimpasto.
Molto bene. Ma questo vuol dire che il varo di un nuovo programma per il 2014 va suggellato con un nuovo governo. E che il segretario del Pd è pronto a firmare.
Renzi comprensibilmente teme di perdere nel passaggio un po’ della sua carica innovativa. Non intende identificarsi nel governo Letta per preservare il suo Pd come perno di un’alternativa politica, da proporre alle elezioni. In una certa misura, Renzi fa bene a tenere una distanza dal governo espressione della strana maggioranza. Ma sarebbe assurdo, se l’avarizia del Pd arrivasse al punto di impedire a Letta di formare un nuovo governo e di sostenere esplicitamente il rinnovato programma: il risultato paradossale sarebbe proprio uno striminzito rimpasto e un governo ancora sotto tiro, anzitutto dal Pd. Non può essere il Pd a stringere la corda di Letta, tanto più adesso che il confronto sulle riforme è entrato nel vivo e che a quel tavolo anche Berlusconi si è accomodato come uno dei protagonisti.
Guai a illudersi che il Pd possa salvarsi, o preservarsi, agli occhi degli italiani se un governo guidato da un suo uomo dovesse fallire. Comunque, è arrivato il momento delle decisioni. E la più importante spetta al neo-segretario. Se non fosse convinto di rinnovare il mandato a Letta, se ritenesse troppo angusti gli spazi politici in questo 2014, se temesse la trappola sulle riforme, allora dovrebbe indicare l’altra strada. Assumendosi la responsabilità conseguente. L’altra strada non sono le elezioni immediate (visto il carattere ultra-proporzionale della vigente legge elettorale). L’altra strada è un governo Renzi. È tentare di mettere subito sui binari un governo per «la riforma
dell’Italia» (come lo stesso segretario ieri l’ha definito), nonostante l’incerta maggioranza. Molti consigliano Renzi di non farlo, e forse neppure lui è convinto. In ogni caso, fatte le necessarie consultazioni, la scelta finale spetta a lui, non ad altri. Se decidesse di entrare in campo anzitempo, tutto il Pd, compreso Enrico Letta, avrebbe il dovere di sostenerlo. Ma se Renzi, per convinzione o per opportunità, scegliesse di puntare ancora su Letta, allora toccherebbe a lui sostenerlo senza taccagnerie.

da L’Unità

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