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"Quelle leggi ideologiche", di Gianluigi Pellegrino

Crescita esponenziale del mercato illegale e delle mafie, ingolfamento di tribunali e carceri, consegna al circuito criminale di masse di giovani, un aumento dell’uso di stupefacenti solleticato dal fascino caldo e perverso della clandestinità. Se qualifichiamo “complici” chi vende morte spacciando eroina e chi fuma una canna in compagnia, il crimine non si combatte ma si genera. Il cerchio si chiude (ma forse si spiega) con la conseguente periodica pretesa di amnistia per i delinquenti veri, colletti bianchi, corrotti e corruttori, concussi e concussori.
Ancora una volta è dovuta intervenire la Corte costituzionale a porre rimedio. E a ricordarci quanto purtroppo la politica di questi anni sia stata incapace e dannosa proprio nella sua più alta proiezione istituzionale che è la funzione legislativa. Così come ha dovuto cassare l’inaccettabile Porcellum che altrimenti sarebbe rimasto lì per sempre, la Consulta oggi, semplicemente applicando la Costituzione, e spazzando via una norma assurda, garantisce la più razionale, equilibrata ed efficace misura svuotacarceri mentre anche qui in Parlamento si balbetta.
Niente però avviene per caso. Abbiamo assistito ad una progressiva rottura del principio di rappresentanza culminata con la “legge porcata” che non a caso, in quella legislatura che moriva, veniva varata negli stessi giorni della Giovanardi, approvata per servire l’ossessione ideologica dell’allora fedelissimo del Cavaliere.
Parlamentari ormai sotto ricatto del potere di nomina ebbero così l’impudenza di inserire la criminalizzazione delle droghe leggere in un decreto sulle Olimpiadi invernali. Ora l’ex ministro grida che la Consulta farebbe politica. Ma, così come allora, Giovanardi non sa di che parla. La Corte ha fatto semplicemente applicazione di un suo ribadito insegnamento (decisioni 22 del 2012, 32 e 237 del 2013), fondato su un principio basilare del nostro ordinamento, ricordato anche in numerosi messaggi di Ciampi e di Napolitano. Utilizzare la conversione di decreti per inserire norme “intruse” è il tradimento sostanziale della funzione del parlamento, perché genera una legislazione di “soppiatto”, sfuggendo non solo al principio di rappresentanza ma anche a quello di responsabilità.
Il che tra l’altro ci ricorda quanto giusta fosse nel merito costituzionale la recente critica per la misura su Bankitalia appiccicata al decreto Imu, ma pure quanto miope sia stato trasformarla in violenta gazzarra.
Se poi la legislazione di soppiatto è puramente ideologica come la legge Giovanardi, la torsione va al di là del singolo provvedimento perché vuol transitarci bendati sulle spire dello Stato etico, che impone con legge costumi e dottrina. Come del resto si tentò di fare sul “fine vita” con goffa esibizione di servilismo verso presunte aspettative curiali speculando sulle spoglie martoriate della povera Englaro. «Assassini! » gridò un Quagliariello invasato. Anche quest’abisso abbiamo conosciuto. Ma non sarà mai una nuova stagione se non tornerà con una decente legge elettorale, un consapevole principio di rappresentanza e la decisione responsabile della politica.

da la Repubblica

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La Consulta boccia la Fini-Giovanardi “E ora in 10mila usciranno dal carcere”. di Liana Milella

Incostituzionale equiparare droghe pesanti eleggere. La destra: regalo agli spacciatori
— La Consulta risolve forse, a sorpresa, il problema delle carceri, e salva l’Italia dalle multe salate della Corte di Strasburgo per via del sovraffollamento. Diecimila detenuti sono tanti, rispetto ai 61mila attuali, e potrebbero uscire di cella grazie alla decisione della Corte costituzionale che cancella — dopo una breve discussione e con i 15 giudici praticamente unanimi — le norme più contestate della legge Fini-Giovanardi sulla droga del 2006. Quelle che, infilate in un decreto che legiferava sulle olimpiadi invernali, cancellò la distinzione tra droghe leggere e pesanti, uniformò le pene per le une e le altre, e le alzò da 6 a 20 anni. Quel decreto cancellava la vecchia legge, la Iervolino-Vassalli del 1990, che distingueva tra i diversi tipi di droga, sia per la produzione che per il consumo e lo spaccio, e puniva quello più lieve, per hashish e marijuana, con una pena da 2 a 6 anni.
Ora si volta pagina. A deciderlo è la Corte che, su una questione di legittimità costituzionale sollevata dalla terza sezione penale della Cassazione, boccia la Fini-Giovanardi perché la legge del 2006 forzò il decreto originario con questioni del tutto disomogenee. Ai fondi per le olimpiadi invernali, fu agganciato in aula il treno della droga, in evidente contrasto con l’articolo 77 della Costituzione che impone decreti in casi «di straordinaria necessità e urgenza» e omogenei. Fino all’ultimo, anche il governo Letta, con l’Avvocatura dello Stato, ha difeso la legge, dicendo invece che nel decreto c’era materia per inserire
pure le norme sulla droga.
Adesso il problema è che succede a chi sta dentro per colpa della Fini-Giovanardi. Come dice Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, arrestato per 21 grammi di hashish, picchiato dagli agenti e ucciso, «senza questa legge lui non sarebbe mai stato arrestato». Il punto è questo. Stefano Anastasia, l’ex presidente dell’associazione Antigone e oggi tra i promotori dell’appello per far bocciare la legge, parla di «una sentenza eccezionale che farà storia» e ipotizza che potrebbero essere proprio 10mila i detenuti che potrebbero uscire dal carcere. Ovviamente bisogna distinguere tra soggetti in attesa di giudizio e definitivi. L’ex Guardasigilli ed ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick, che alla Corte ha rappresentato le tesi dell’incostituzionalità della Fini-Gionardi, ritiene che la decisione della Corte non tocchi quelli definitivi. Ma un precedente della Consulta è decisivo. Quando fu cancellata la famosa aggravante di clandestinità, la Cassazione stabilì che la porzione di pena inflitta dalla legge bocciata doveva essere di conseguenza cancellata. Quindi, per le sentenze definitive, il condannato potrà proporre un incidente di esecuzione per chiedere il ricalcolo della pena.
Com’è ovvio, in una materia da sempre caldissima, la decisione della Corte ha scatenato una bagarre politica. Tra chi, come tutto il Pd, la saluta come la benvenuta, a chi la contesta integralmente, come l’Ncd Giovanardi («frutto di una campagna orchestrata»), a chi la considera «un regalo agli spacciatori» (il leghista Molteni), a chi si mette contro la Consulta («non ci faremo fermare»), a chi come i Radicali chiede di liberalizzare del tutto le droghe leggere. Ma adesso, dopo anni di ritardo rispetto a una legge che riempiva inutilmente le carceri e produceva casi come quello di Cucchi, arriva il momento del “che fare”. Restare con la Iervolino-Vassalli o andare avanti? Dice il presidente di Magistratura democratica Luigi Marini che «ancora una volta è toccato alla Consulta riportare un po’ di razionalità nella materia, ma toccherà ai giudici rimboccarsi le maniche per trattare con intelligenza processi e persone». Gli avvocati penalisti chiedono di sfruttare subito il decreto Cancellieri sulle carceri (da convertire entro il 26 febbraio) che già contiene la minor pena per il piccolo spaccio. Donatella Ferranti, presidente Pd della commissione Giustizia della Camera, parla di «sentenza prevedibile e ampiamente giustificata», conferma che già dal 16 luglio a Montecitorio si lavora sulle proposte Farina (Sel), Gozi ed Ermini (Pd) per una nuova legge sulle droghe. Per Ferranti ora «è necessario rivedere la “datata” Jervolino». Un intervento che dovrebbe riguardare le tabelle, le norme sulla modica quantità, la coltivazione se ad uso personale. Materia caldissima, su cui l’Ncd Sacconi già dice che bisogna «mantenere il disvalore delle droghe leggere». Scontro assicurato. Basta leggere quanto dice Alessia Morani, la renziana responsabile Giustizia del Pd: «Equiparare droghe leggere e pesanti è stato un grandissimo errore che ha rovinato la vita di migliaia di giovani».

da la Repubblica

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