cultura, economia

"Vini, moda o auto il brand non siamo noi", di Valeria Fedeli

L’italian quality è un’urgenza: siamo al quinto posto nelle classifiche globali perché il marchio Italia non viene valorizzato come dovrebbe. Anche nei settori dove dovremmo primeggiare

I dati pubblicati da FutureBrand – ripresi dal Sole 24 ore – sulla forza del made in Italy nelle opinioni dei consumatori di tutto il mondo sono passati sotto silenzio, come un aspetto marginale rispetto ai problemi del paese. Penso che questa sia una visione miope, e che invece quei dati siano di grande rilevanza e segno pericoloso per tutto il sistema Italia.
Il made in Italy è al quinto posto tra i brand nazionali globali, dopo made in Usa, made in France, made in Germany e made in Japan.
La classifica emerge da una ricerca che ha misurato il valore di 140 paesi nelle percezioni e nelle opinioni dei consumatori globali. Agli intervistati è stato chiesto di valutare l’impatto sulle scelte di consumo della provenienza di un prodotto: attraverso una pluralità di indicatori e test che hanno riguardato brand di varia provenienza nazionale, si è misurato il valore che l’origine dai diversi paesi permette di attribuire ad un bene, in termini di sicurezza, qualità, reputazione.
Osserviamo che gli Stati Uniti sono il brand più apprezzato nei settori moda e cura della persona. La Francia vince su alimentare e vino. La Germania su automobili. Il Giappone sull’elettronica.
L’Italia non è prima in nessuno di questi settori, seppure molti di essi siano proprio quelli dove maggiore è stata la nostra competitività storica e più apprezzate sono le nostre eccellenze.
Ma a differenza dei competitor globali noi non sappiamo valorizzare il nostro brand-paese e tutti quei marchi di eccellenza che sui mercati ci stanno ogni giorno con fatica, passione e successo.
Valorizzare il made in Italy dovrebbe allora essere un obiettivo condiviso da tutti, perché significa difendere e far crescere il benessere e la qualità della vita italiana.
Proprio all’italian quality è dedicato il disegno di legge che ho presentato a novembre in senato e che è ora in fase di audizione e consultazione in commissione attività produttive. Il ddl punta alla creazione di un marchio volontario che renda l’italian quality riconoscibile su tutti i mercati globali. Il marchio è parte di una sfida più larga per regolare i mercati secondo i principi di equità e di reciprocità e per garantire la piena tracciabilità di ogni prodotto. È una sfida che dobbiamo affrontare con determinazione in Italia e in Europa, sapendo rilanciare una crescita sostenibile, da un punto di vista etico, ambientale, della salute e dei diritti.
In questo spazio di condivisione delle prospettive comunitarie, poi, l’Italia deve giocare la sua partita, con scelte chiare sui fattori su cui puntare per lo sviluppo, con politiche industriali innovative e coraggiose, con consapevolezza piena della forza produttiva che il made in Italy esprime oggi e può ancor più esprimere se accompagnato dalle giuste politiche pubbliche.
Se siamo dietro ad altri paesi, infatti, non è per responsabilità delle piccole e medie imprese, dei lavoratori o degli artigiani che creano il made in Italy, ma per quanto abbiamo saputo investire su noi stessi.
È una questione di modello di sviluppo, di reputazione, di credibilità del sistema. E veniamo da anni in cui non siamo stati all’altezza.
Tornando alla ricerca: i consumatori apprezzano quei prodotti che sanno esprimere in tutta la propria essenza e in tutta la filiera i valori intrinsechi di un paese, facendo breccia così nell’immaginario globale.
A me pare una indicazione estremamente chiara di come il made in Italy sia una diretta espressione della forza di tutto il paese e sia una prospettiva decisiva per costruire il futuro.

da www.europaquotidiano.it

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