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I «futili motivi» che generano violenza, di Paolo Conti

Episodi di efferata violenza a Roma, a Parma, a Cantù, collegati tra loro da un filo rosso: i futili motivi. Una radio tenuta a volume troppo alto, uno sguardo di troppo, uno scambio di battute. Sciocchezze che generano drammi. Lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet attribuisce questi fatti insensati, alle tendenze narcisistiche: «L’offesa, l’ipotetica umiliazione va lavata col sangue. È il tipico meccanismo che sta alla base del bullismo».
Uccidere per un rumore notturno, per una radio ad alto volume. Accoltellare perché tu sei di Como e lui è di Milano, anche se lavora duramente come te per guadagnarsi il pane quotidiano. Picchiare a sangue un tuo coetaneo di quindici anni, e in cinque, perché lui ha salutato e ha parlato per qualche secondo «di troppo» con la fidanzatina di uno del gruppo.
Tutti episodi diversi, e anche geograficamente lontani tra loro (l’omicidio è a Roma, l’accoltellamento è avvenuto a Cantù, il pestaggio a Parma) ma che sono collegati da un unico filo: quei famosi «futili motivi» previsti dall’articolo 61 del Codice penale come circostanze aggravanti.
Cosa può esserci di più futile di una radio accesa di notte, per esempio, come motivo per piantare un cacciavite di trenta centimetri nel costato, e quindi nel polmone, di un ragazzo di 33 anni. Siamo nella notte tra domenica 16 e lunedì 17, sono le 2. Rampa di via Garibaldi, che collega Trastevere alla terrazza del Gianicolo. Proprio al curvone, sotto il bel giardino dell’ambasciata irlandese presso la Santa Sede, da anni, almeno dal 2010, è parcheggiata una roulotte che ospita Joseph White Klifford, 57 anni, di origine indiana, senza fissa dimora e ospitato lì nel quadro dell’iniziativa «Amici per strada» coordinato dalla Comunità di Sant’Egidio. Alle 2 arriva una macchina che ha a bordo Carlo Macro, 33 anni, laureato in Biologia, e suo fratello Francesco di 36 anni, ingegnere. Un posto solitario, ideale per un impellente bisogno fisiologico notturno a fine serata. La radio in macchina è alta. Joseph esce, quel rumore l’ha svegliato, è nervosissimo, ha in mano un cacciavite con cui chiude ogni sera la porta della roulotte dall’interno. Un rapido alterco, una rissa, un lampo. E il cacciavite è nel torace di Carlo. Il fratello corre disperato all’ospedale Fatebenefratelli, all’Isola Tiberina. Ma per Carlo non c’è niente da fare. I carabinieri arrestano subito Joseph che ammette senza problemi di essere stato lui. Per rabbia. Appunto. Un lampo.
Probabilmente è lo stesso lampo che acceca Antonio Laurendi, 21 anni, pizzaiolo quando alle 3.30 del mattino di domenica 16 accoltella, in un parcheggio di Cantù, Andrea Mayer, meccanico di 26 anni, di Milano. Laurendi è con altri amici, due svizzeri e un altro italiano. Arriva un altro gruppo, tra cui c’è Mayer. E’ tardi, forse qualcuno ha bevuto, si litiga sulle origini geografiche, prima è uno scherzo poi ci si insulta, Laurendi afferra un coltello a serramanico dalla giacca e lo pianta nel ventre, nel torace e nell’inguine di Mayer, che ora è ricoverato in gravissime condizioni. Sembra una follia, eppure in un’era dominata dalla globalizzazione, anche una stupida concezione del localismo, nel cuore dello stesso Nord, può quasi far uccidere come nei lontani secoli bui.
Così come accade che a Parma, sabato pomeriggio, un ragazzino di 15 anni venga selvaggiamente pestato da un piccolo branco alle 16 nel centralissimo viale Osacca semplicemente perché ha salutato e scambiato qualche parola con la fidanzatina di un ragazzo che è di origine nordafricana, ma questo è assolutamente un dettaglio. I fatti. Il ragazzino riceve un sms sul cellulare in cui gli si chiede un «incontro chiarificatore» proprio per quel saluto. Lui ci va tranquillamente, forse proprio perché ha la coscienza a posto. Quando scende dall’autobus, verso le 16, all’angolo tra via Gramsci e via Osacca, viene circondato dal branco dei cinque che lo massacrano di calci e pugni. Un passante allontana gli aggressori e chiama i carabinieri. Ora il ragazzo è in ospedale, con una prognosi di un mese. Il padre ha chiesto al sindaco di occuparsi del fenomeno del bullismo «perché non si può pensare solo al cemento, qui un giorno ci scappa il morto»
Futili motivi, si diceva. Sciocchezze che generano drammi. Perché? Il problema di fondo è il narcisismo, elemento dominante di una contemporaneità tutta basata su come viene percepita l’immagine di sé dagli altri. Lo spiega bene il professor Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra, psicoterapeuta dell’adolescenza, che da trent’anni anima a Milano il Consultorio gratuito per adolescenti e genitori della cooperativa sociale «Minotauro»: «Un tempo si uccideva per motivi politici, per motivi ideologici. Oggi il problema di fondo è il narcisismo. Ovvero l’offesa, l’ipotetica umiliazione, ciò che viene ritenuta una mancanza di rispetto, va lavata col sangue. Se la tua radio è troppo alta mi offendi e mi disturbi, e così se non mi porti rispetto perché sei di un’altra città o se saluti «troppo» una ragazzina. E’ il tipico meccanismo alla base del bullismo, per esempio: devi abbassare lo sguardo altrimenti devi batterti. Comunque vorrei far notare che recentemente sono tornate, tra le mani di troppi giovani, le lame, i coltelli. Ed è sicuramente un elemento sul quale si dovrebbe riflettere».

Il Corriere della Sera 18.02.14

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