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"Il fantasma dei Balcani", di Lucio Caracciolo

L’Ucraina si sta disintegrando. Questo grande Stato europeo la cui frontiera occidentale è più vicina a Trieste di quanto la città giuliana sia prossima a Reggio Calabria, sta piombando nella guerra civile. E tutto ciò sotto gli occhi negligenti o impotenti dell’Occidente. L’Unione Europea, più che mai incerta e divisa, alterna la retorica della pacificazione alla patetica minaccia di sanzioni che ormai non avrebbero alcun effetto sugli equilibri geopolitici del Paese — 45 milioni di abitanti per oltre 600 mila chilometri quadrati (il doppio dell’Italia) — dalle cui condotte energetiche, sempre bramate da Mosca, dipende per una quota decisiva il nostro approvvigionamento di idrocarburi.
Come ammette uno dei leader dell’opposizione, il pugilatore Vitali Klitschko, la crisi è fuori controllo. Lo dimostrano il tributo di sangue già pagato dagli ucraini — decine di morti e centinaia di feriti — e soprattutto il fatto che intere città e territori non sono più in mano al governo. Il quale è sotto assedio, barricato nei suoi palazzi. Al punto di sconsigliare i ministri degli Esteri di Germania, Francia e Polonia dal trattenersi a Kiev per facilitare un estremo negoziato fra il presidente Yanukovich e i capi del variegato cartello delle opposizioni, alcune delle quali dotate di proprie milizie. A Leopoli e in altre città dell’Ucraina occidentale marcate dall’influenza polacca e asburgica spuntano comitati rivoluzionari che si proclamano potere di fatto, dopo aver arrestato i rappresentanti del potere legale, alcuni dei quali stanno riconvertendosi alla causa degli insorti. Le ali estreme della protesta sognano un’Ucraina finalmente derussificata, centrata sul “genotipo nazionale”. Vacilla anche la Transcarpazia — parte della Rutenia subcarpatica, crocevia di culture, lingue e pretese geopolitiche rivali. Nella Crimea “regalata” sessant’anni fa dal Cremlino all’Ucraina sovietica, con la flotta russa del Mar Nero alla fonda nel porto di Sebastopoli, si alza invece la voce di chi vuole tornare sotto Mosca. Nel Donbass, epicentro dell’Ucraina orientale russofona e russofila, tendenzialmente schierata con Yanukovich (ma non a qualsiasi prezzo), ci si prepara alla possibilità di separarsi da Kiev.
Lo sfaldamento della Repubblica Ucraina difficilmente avverrebbe lungo una nitida linea Est-Ovest, produrrebbe semmai una pletora di Ucraine maggiori e minori, divise da confini porosi. Mine vaganti al limes eurorusso. Con Kiev estrema posta in gioco. Se la sanguinosa deriva centripeta, accelerata da una recessione devastante, non sarà presto arrestata, la capitale rischia di diventare il palcoscenico finale di una guerra civile combattuta alla frontiera fra Federazione Russa e Unione Europea. Forse la più grave e pericolosa crisi mondiale dalla (presunta) fine della guerra fredda. Il rischio è una super-Jugoslavia che può riportare i rapporti euro-russo- americani alla glaciazione e incidere financo sulla tenuta dello stesso impero di Putin. Tornano alla mente le ultime parole famose del ministro degli Esteri lussemburghese Jacques Poos, che nel maggio 1991, agli albori delle guerre di successione jugoslava, proclamò essere «scoccata l’ora dell’Europa ». Ci vollero decine di migliaia di morti e l’intervento americano per almeno provvisoriamente sedare i Balcani adriatici. Non vogliamo immaginare che cosa accadrebbe se non riuscissimo a fermare la decomposizione dei Balcani profondi.
La radicalizzazione delle fazioni ucraine non promette bene. Il presidente Yanukovich, espressione di un potere inetto e totalmente corrotto eppure battezzato legittimo dall’Unione Europea, disprezzato tanto dalle opposizioni quanto dal suo riluttante mentore Putin, non sembra conoscere via altra dalla repressione, nell’intento di guadagnare tempo. Dunque perdendolo. Gli oligarchi alla Akhmetov o alla Firtash, ossia gli ex esponenti della nomenklatura comunista che hanno saccheggiato il Paese nell’ultimo ventennio, manovrando i politici d’ogni colore come marionette — anche perché non hanno trovato a Kiev un Putin che li mettesse in riga — temono che il caos segni la fine del loro regime criminale, magari a favore di altri criminali opportunamente ridipinti. A meno che non riescano essi stessi a riciclarsi per tempo.
Nelle ultime settimane, buona parte della piazza è passata dalla pacifica protesta contro la corruzione e per l’integrazione all’Unione Europea — peraltro mai offerta da Bruxelles — alla rivolta violenta. A scontrarsi con la polizia provvedono formazioni paramilitari bene addestrate, afferenti agli ultranazionalisti di Svoboda, del Pravy Sektor o di Spilna Sprava, fautori della “Ucraina agli ucraini”, segnati dai miti razziali otto-novecenteschi distillati dai teorici locali dello Stato etnico, profondamente russofobi, polonofobi e antisemiti. Sotto la pelle della piazza s’infiltrano provocatori di regime (titushki) e agenti più o meno collegati ai servizi segreti russi od occidentali, come si conviene nelle aree di crisi particolarmente strategiche.
A questo punto solo un negoziato fra tutte le forze interne ed esterne che partecipano alla battaglia d’Ucraina può impedire una prolungata guerra civile, che cambierebbe comunque il volto della Russia e dell’Europa. È tempo che Washington e Mosca scendano in campo non per sostenere i loro campioni locali, ma per salvare gli ucraini da se stessi e dagli europei che pretendono di salvarli. Obama e Putin hanno dimostrato di sapersi intendere, quando le alternative al compromesso sono disastrose. Il tempo stringe, nella speranza che non sia già tardi.

La Repubblica 21.02.14

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