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"Buoni maestri", di Mariapia Veladiano

Sulla scuola oggi non si può essere troppo ecumenici,
bisogna essere di parte, la parte di chi rischia che l’istruzione non sia più un suo diritto, per colpa della crisi economica, della sciatteria politica, del calcolo astuto di chi sfrutta a fini suoi l’ignoranza altrui. E dovrebbe essere la buona politica a preoccuparsi che questo accada ma non lo fa e allora ci sono i buoni maestri e le buone maestre. In qualche modo eredi di Alberto Manzi che ha reso possibile per molti italiani quel “non è mai troppo tardi”, che era il titolo della sua trasmissione più popolare.
Questi maestri oggi non parlano dalla televisione ma sono a scuola, fuori dalla scuola e, come dire, a scavalco: insegnanti al mattino, volontari al pomeriggio. Sono presenti a spaglio, in quartieri che conosciamo per la loro lunghissima storia di dolore e degrado, come Scampia a Napoli, e poi anche a Milano, Roma e Reggio Calabria. Il giovanissimo Rosario Esposito La Rossa ha 25 anni, “educatore con lo sport”, dice. Franca Caffa ha 85 anni, di cui 25 impegnati nel “Doposcuola di Calvairate”, a dare aiuto a ragazzini che se non finivano la scuola finivano a spacciare, dice.
Asentirli parlare si capisce cosa li muove. La fiducia nei ragazzi. La certezza che dare fiducia vuol dire mettere in moto un meccanismo di riparazione nelle loro vite deprivate. Credere che sono capaci, possono sottrarsi a un destino che sembra scritto. E questo riparare passa attraverso la relazione. Che può esistere anche se i ragazzi che si hanno davanti sono tanti, l’importante è che ci interessi davvero quel che sono. Poi certo bisogna dare le parole, la cultura che li tenga lontanissimi dal 5 per cento di italiani inchiodati dall’analfabetismo strumentale, cioè che non sanno leggere, e anche dal 33 per cento di italiani afflitti da analfabetismo funzionale, ovvero che non sono in grado di
comprendere istruzioni, articoli, discorsi. Questi maestri non si occupano certo solo di stranieri. Fra le nuove povertà c’è la mancanza di tempo e colpisce ovunque. I genitori sono impegnati in lavori che rubano la relazione con i figli e questi sono soli e anche bocciati. Non è facile per la scuola, oggi è accusata di tutto. L’alleanza con la famiglia e la società è sfaldata.
C’è un rischio, che oggi è quasi un destino: quello di
dover essere maestri speciali, diversamente maestri rispetto agli insegnanti fannulloni incapaci illicenziabili e quindi impuniti che viaggiano nel pregiudizio della piazza. Ma queste esperienze di maestri diversi sono anche esperienze di socializzazione del problema, come si dice. Nessuna scuola è autosufficiente, neanche se ha tutto quel che le serve e di più. L’autosufficienza è un tarlo tremendo che sbriciola la nostra propensione a sentirci solidali, responsabili nel
modo in cui possiamo e sappiamo. Per cui va bene questa disseminazione di esperienze d’aiuto, è l’espressione bella del nostro credere che insieme è meglio sempre, che la scuola, la convivenza sono cose di tutti. E c’è anche la possibilità che da queste esperienze arrivino alla scuola, per via obliqua, delle idee precise, tipo che se non si libera la scuola dalla burocrazia a favore della relazione non si va da nessuna parte, che i programmi (non ci sono più in senso stretto, ma non è informazione così conosciuta ancora) passano sempre attraverso
la curiosità dei ragazzi, che senza la passione, proprio la passione, per la propria disciplina e per i ragazzi, fare l’insegnante è nocivo.
Parlare di scuola vera è sempre una buona cosa perché ancora una volta si scopre che ciò che non appare è quel che più conta, e mentre la narrazione comune di scuola, anche nei libri, insegue perversioni e scandali per vendere forse una copia in più, c’è chi non si permette nessun cinismo passatista e dice che la società può continuare a essere civile attraverso questi ragazzi non più irrigiditi dalla delusione di sé.
La deprivazione culturale è immediatamente un ostacolo alla partecipazione sociale (non si capisce di essere ingannati, non si trovano strade condivise, per contrapporsi bastano poche parole) e politica (si crede ai truffapopoli di quartiere e di stato), allo sviluppo economico (si dipende dal resto del mondo) e alla realizzazione della propria libertà e felicità, perché non possiamo realizzare quel che siamo.
E così essere di parte, quando si parla di scuola, vuol dire essere dalla parte di tutti.

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“Studiare al doposcuola li salva dallo spaccio”

Lei e i suoi volontari hanno insegnato a scrivere e a parlare in italiano a qualche generazione di bambini, con un doposcuola inaugurato 25 anni fa nei locali del comitato inquilini del quartiere Molise- Calvairate-Ponti, periferia sud est di Milano, una zona popolare, degradata, piena di immigrati, emarginati, famiglie povere, malati di mente, anziani. La fondatrice del doposcuola, Franca Caffa, la conoscono tutti in città, perché a 85 anni ha più energia di una ragazzina nel difendere le ragioni dei più deboli, a partire dai bambini. È stata lei a inventarsi quel servizio, nell’89, «perché avevamo scoperto che i nostri ragazzini venivano bocciati con più frequenza rispetto alle medie nazionali, e chi falliva a scuola, veniva reclutato come spacciatore», spiega la Caffa. Con un pugno di volontari reclutati nelle associazioni e nelle due parrocchie di zona, la battagliera Franca ha aperto le porte del comitato inquilini ai bambini delle case Aler. «Un po’ di ragazzi ci vengono segnalati dalle scuole, un po’ li andiamo a recuperare nei cortili. Abbiamo cominciato con quelli delle medie e poi abbiamo preso anche quelli delle elementari. Ma abbiamo fatto sempre tutto solo con le nostre forze, perché di aiuti dal pubblico ne abbiamo avuti pochi. Solo un anno fa abbiamo vinto con un bando un finanziamento della Fondazione Cariplo che ci ha permesso di restare a galla — spiega la “passionaria” di Calvairate — Ogni anno seguiamo un centinaio di ragazzini, tanti immigrati, dall’inizio saranno migliaia quelli che abbiamo aiutato».

(zita dazzi)

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“La sfida più difficile: la fiducia delle famiglie”
Sa qual è la differenza tra il maestro Manzi e noi insegnanti di oggi? Che la gente a lui dava fiducia anche se appariva soltanto in tivù, mentre a noi ne danno molta meno: le famiglie italiane vedono che abbiamo troppi alunni stranieri e iscrivono i figli altrove, come se la presenza di bimbi provenienti da altri paesi fosse un problema ». Daniela Braidotti fa la maestra all’elementare Gabelli, a Torino, nel quartiere multietnico di Barriera di Milano. Insegna a 22 bambini di quinta. Tra loro ci sono cinque italiani, sedici stranieri e uno con genitori “misti”.
Non sono numeri da record: «Le tre “prime” della succursale hanno solo due italiani». È accaduto perché nelle famiglie italiane della zona si è creata una certa diffidenza: «Eppure si cresce anche meglio se si ha un confronto quotidiano con persone che hanno origini diverse dalle nostre, si impara la tolleranza ». Per i suoi alunni l’integrazione accade in modo naturale: «Con i bambini stranieri — racconta la maestra Daniela — c’è la possibilità non solo di conoscere più cose, ma anche di acquisire un modo diverso di interpretare la complessità. Scoprire che non esiste un pensiero unico o un’unica verità, arricchisce non solo gli alunni ma anche me».
Certo non è facile, «ma ti aiuta a essere più consapevole del valore di ogni parola che dici e a non dare nulla per scontato», spiega. È faticoso? «Bisogna sempre confrontarsi, convincere i bambini a mettersi in gioco. Eppure è il lavoro più gratificante che io conosca».
(stefano parola)

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“Con il rap vinciamo la noia di fare i compiti”

Luca è un ragazzino di Corviale, periferia estrema romana. Ha 15 anni. E una faccia da attore, occhi scuri e aria da grande. Nel suo quartiere lasciare la scuola è quasi una moda. E chi molla, diventa una pedina della criminalità locale. Spaccio, furti, scippi. Ma a lui non è successo. Perché ha avuto una possibilità nel centro di aggregazione, Luogo comune, a due passi dai palazzoni del quartiere. Daniele, Paola, Mariangela sono alcuni degli educatori. Decine di ragazzi passano il pomeriggio con questi maestri di strada moderni. Nel centro (un progetto di Arcisolidarietà e del Municipio XI di Roma) si fanno i compiti, si studia matematica, italiano, inglese. E si imparano materie che a scuola non ci sono: rap, hip-hop, cinema, fumetto, acrobatica e giocoleria. Qui si insegna ad appassionarsi alle cose, ad apprendere un metodo. «Un’impresa che richiede tanta pazienza — spiega Daniele Bruschi, uno degli operatori — che diventa possibile grazie alla musica. Perché insegnando rap e hip-hop, ad esempio, riusciamo a farli appassionare alla scrittura. Ma anche al ballo e alla street art, quindi ai murales e alla pittura». «Ai ragazzi chiediamo di fare un patto — spiega la responsabile, Paola Liberto — vi facciamo fare le cose che vi divertono, ma quando c’è da studiare matematica non si fanno storie». Funziona. Anche se la sera i maestri di strada sono distrutti. «Ogni ragazzo ha bisogno di continue attenzioni, ha qualcosa da raccontarti. Ma sappiamo di offrire un’alternativa in un territorio dove non c’è nient’altro».
(valeria teodonio)

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“Sul campo di calcio si può crescere insieme”

Il mio motto? Senza condanne e senza pietismi. Voglio che sappiano, questi ragazzi, che crescere è un percorso che si fa in due. E anche l’altra cosa: che il fallimento è nel conto, un gradino da cui ripartire. Glielo ripetiamo spesso, usando il pallone. Ragazzi, nasce un campione ogni 10mila bambini. E poi, mica uno lo sa dove sta nascosto il proprio talento».
Rosario Esposito La Rossa, 25 anni, allenatore di una delle scuole calcio tra le più forti e popolose d’Italia, — la “Arci Scampia” fondata da Antonio Piccolo — ma anche scrittore, organizzatore teatrale, è uno dei silenziosi maestri “Manzi” del Duemila. «All’inizio, i più difficili neanche salutavano, dicevano facete o dicete.
Li ho corretti sì, ogni giorno, volevo che si stancassero di sbagliare, che imparassero il rispetto dei loro pensieri». Rosario è l’erede dei maestri di strada come Cesare Moreno o Marco Rossi-Doria. Ogni giorno ascolta, forma, fa allenare 60 ragazzi, tra gli 8 e i 9 anni. A Scampia, cuore della periferia che grida aiuto, ma che sa anche rialzarsi da sola. «Sono figli di borghesi e figli di camorristi. Sono la vera società, imparano a fare squadra». Rosario sa che il talento può ingannarti. Voleva sfondare come calciatore: terzino sinistro. Poi, quando la camorra di Scampia gli uccide il cugino che è l’amico più fragile, per errore, lui è investito da pensieri nuovi, rabbia, altre urgenze. E il suo sogno si allarga, diventa collettivo. «Mi sono avvalso, diciamo così, del diritto di non diventare un campione », sorride ora Rosario. «Volevo essere un educatore».
(conchita sannino)

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“Ci chiedono di ascoltarli così io imparo da loro”

Il regalo più bello te lo fanno quando accendono gli occhi. È la loro maniera di dirti grazie. Ti guardano e si illuminano. Ed è così che capisci che quello che facciamo è poca cosa rispetto a quello che ci regalano». Caterina Quattrone una volta alla settimana va al “Centro Giovani Domani”. Senza orari rigidi, ma non rinuncia mai a incontrare i ragazzini del quartiere. In fondo, dice, «ci vuole poco, basta esserci». Certo, «aiutarli con lo studio è fondamentale, ma è ancora più importante ascoltarli ».
È un’insegnante di religione dell’istituto comprensivo “Don Bosco-Cassiodoro” del quartiere Pellaro, scuola della periferia sud. Tanti bambini con estrazioni sociali diverse e difficoltà che cambiano a seconda delle variabili della vita. Sposata con due figli grandi, per lei il lavoro pomeridiano completa quello del mattino. Al “Giovani Domani” i ragazzini fanno sport e stanno assieme: «Ci chiedono — racconta Caterina — di essere accolti e incoraggiati. Ci sono alcuni stranieri, c’è la povertà, la difficoltà di relazionarsi o anche solo la solitudine».
La maestra Caterina ha 54 anni, e i suoi di ragazzi li ha già cresciuti: «Non tolgo tempo alla famiglia, e poi casa ci sono abituati: oltre al centro di aggregazione c’è sempre stata la parrocchia». A Reggio quasi tutto il volontariato ruota intorno al mondo cattolico. Presidi di legalità che offrono al territorio i servizi che non ci sono. Ed è questo servizio che la maestra dà al suo quartiere o, come dice lei, a se stessa «perché imparo più io da loro che loro da me».
(giuseppe baldessarro)

La Repubblica 28.02.14

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