attualità, cultura

"L'infelicità che acceca", di Mariapia Veladiano

Ero sola. Non potevano vivere in questa disperazione».
Le parole per dirlo le ha trovate lei e forse raccontano tutta la verità possibile su questo dramma che non si può quasi pensare. Una mamma ha ucciso tre figlie, non ha ucciso un neonato che ha appena preso forma nella realtà esterna a sé e può ancora rappresentare l’informe delle paure di una mamma giovane, abbandonata o depressa. Questa volta si tratta di tre bambine, una è quasi una ragazza, tre persone, con un carattere ben preciso, piene di pensieri e progetti e anche capricci le due più piccole, ma ormai limpidamente persone. Amano la mamma, e anche lei le ama. Lo raccontano le sue cure, i vicini, addirittura i social network che continuano a riportare le sue belle parole di mamma innamorata delle figlie e le sagge mature parole della figlia più grande. Questo rimane, bisogna impedire che il male annienti il bene che c’è stato.
Poi le ha uccise, una a una, e per farlo tre volte ci vuole un mare di quella disperazione di cui lei parla. Anzi ancora di più per uccidere con un coltello, perché non c’è la distanza dell’arma da fuoco, o del farmaco, che permette di non vedere gli occhi di una bambina, due, tre, che muoiono. Bisogna vincere una quantità di inibizioni e tabù. Bisogna non vedere proprio per niente quella promessa di felicità, anche per se stessi, che è un figlio. Non poterla vedere e vedere invece qualcosa d’altro: la madre inadeguata che ci si sente, resa orrenda ai propri occhi dall’oltraggio di un abbandono o di una propria incapacità percepita come assoluta. Questo sì lo si può voler uccidere.
Con gesti che annientano anni di cure, giorni di coccole e di orgoglio di genitore, notti passate a vegliare febbri e pianti, pomeriggi trascorsi a preparare cibo e vestiti, a comprare quaderni e scarpette, perché tutto si tenga insieme, tutto deve tenersi insieme.
Giusto per parlare e rassicurarci possiamo addormentarci di luoghi comuni: vendetta per un abbandono, lo si è detto anche qualche giorno fa quando un’altra mamma ha ucciso il proprio bambino dopo essere stata lasciata dal marito, oppure si può parlare di follia, perché sta fuori di noi e mai ci toccherà grazie al cielo, e se ci toccherà non saremo in noi. Ma capita che le mamme uccidano, e anche i papà lo fanno, e ieri ci hanno raccontato che mamme e figli possono uccidere i papà.
Nel modo assolutamente confuso e distorto in cui solo la disperazione può farci sentire, questa mamma ha potuto percepire, certo non pensare, che con quel gesto avrebbe sottratto le figlie alla disperazione presente e futura. Almeno loro non avrebbero vissuto quella infelicità che la possedeva tutta e nemmeno avrebbero vissuto il suo abbandono. Non sarebbero state donne sole e disperate, un giorno. È qualcosa che possiamo capire perché tutti conosciamo la paura.
Poi c’è la violenza, che la nostra società accetta come se fosse scritta sulle sacre tavole della modernità, ma non si può leggere e vedere e respirare violenza verbale, fisica, rappresentata, immaginata e pensare che questo non abbia conseguenze sui nostri comportamenti. Si può pensare che la violenza sia un modo normale per risolvere i problemi. E anche questo ci riguarda.
E poi c’è la solitudine. «Ero sola» ha detto questa mamma. Vive in città, da anni, con tre bambine, con le mamme di scuola e del parco giochi, con i vicini del condominio, con gli abitanti del quartiere. Anche la costruzione di queste nostre solitudini ci riguarda eccome. “Quando accade il male – come ha scritto E.M. Foster – esso esprime l’intero universo”.

La Repubblica 10.03.14

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