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"Ma io insisto: ridurre l’Irpef", di Nicola Cacace

La possibilità di dare un sollievo ai milioni di cittadini alla base della piramide dei redditi, oppressi da una diseguaglianza eticamente indecente ed economicamente sbagliata, rischia di impantanarsi nel solito balletto italico: contentare tutti, senza risolvere nulla. Dopo anni di disoccupazione crescente, di consumi anche alimentari calanti malgrado l’aumento della popolazione (i consumi pro capite si sono ridotti molto di più), di milioni di operai, impiegati pensionati, lavoratori non dipendenti che non arrivano a fine mese, un provvedimento di taglio dell’Irpef per i redditi bassi (ma tutti i redditti bassi) sarebbe da privilegiare rispetto ad altre soluzioni in ballo come quella di tagliare «anche» l’Irap alle aziende. Quest’ultima ipotesi, infatti, sarebbe inutile e e ingiusta, perchè «dividere il pollo a metà» (un piccolo pollo, tra l’altro) non avrebbe quell’effetto shock sulla crisi che tutti dicono necessario e perché la crisi ha inciso sui salari e sui guadagni dei meno privilegiati più che sugli utili delle imprese medie e grandi.

La ferita inferta dalla crisi alle masse è così grave che non servono pannicelli caldi, né «mezzi polli»: serve una medicina seria. Eppure, dopo l’annuncio di Renzi di scegliere la soluzione dello sgravio Irpef ai redditi bassi, sono cominciati i distinguo di giornali più o meno schierati, di qualche ministro e di molti industriali. Distinguo legittimi ma ingiustificati. Molte piccole imprese, troppe, sono fallite dall’inizio della crisi per il calo della domanda interna, mentre le imprese medie e grandi, pur soffrendo, non se la sono passata peggio di lavoratori, artigiani, professionisti e piccole imprese, almeno giudicare dall’andamento non malvagio degli utili degli ultimi 20 anni, cui ha corrisposto una sorta di «sciopero degli investimenti» che da anni hanno segno negativo, compresi quelli in macchine e impianti. Enrico Letta aveva preparato un provvedimento, Destinazione Italia, per invogliare gli stranieri a investire da noi, ma avrebbe dovuto indirizzarlo anche agli industriali italiani! Da molti anni gli «Ide», gli investimenti diretti esteri, fatti dai nostri industriali all’estero sono quasi quattro volte superiori a quelli fatti dagli stranieri in Italia. «Gli investimenti esteri? Vanno promossi ma insieme a quelli nazionali. Le imprese italiane hanno circa 70 miliardi di euro attualmente impiegati in strumenti di liquidità. Basterebbe usare quelli per recuperare gran parte degli investimenti perduti negli ultimi anni». Chi parla non è Maurizio Landini, ma Vittorio Terzi, numero uno per l’Italia di McKinsey, che ha diretto la ricerca «Investire nella crescita, idee per rilanciare l’Italia». A Giorgio Squinzi, che chiedeva al premier Letta di presentarsi al congresso di Confindustria «con la bisaccia piena di doni», mi permetto di dire: «Caro presidente, ci dia pure lei qualche buona notizia, qualcosa che gli industriali possono fare per aiutare l’Italia». Gli industriali, al momento, chiedono lo sconto sull’Irap, una tassa ingiusta che speriamo possa essere corretta, magari già dalla prossima riforma fiscale. Ma è giusto disperdere oggi il capitale che si è trovato (speriamo) per dare pochi euro agli industriali invece che 100 euro a chi più ne ha bisogno? Personalmente credo di no.

L’Unità 10.03.14

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