attualità, politica italiana

"Ma il nodo è il Fiscal Compact", di Nicola Cacace

Ripetita iuvant! A pochi giorni di distanza dal monito di Angela Merkel a Matteo Renzi «bene la tua promessa di rispettare il vincolo del 3%, ma ricordati anche gli altri vincoli», stamane il commissario della Ue Barroso ed il presidente Van Rompuy hanno ripetuto il monito a Renzi «ricordati il rispetto anche degli altri vincoli». Quali sono gli altri vincoli? Il deficit zero del Pil, malauguratamente trasformato in art.81 della Costituzione e, soprattutto, il Fiscal Compact.

Questo avviene mentre tutto il dibattito politico e mediatico italiano è incentrato sul 3%, sulla possibilità di sforare il deficit 2014 dall’attuale 2,7% al 2,9%, che significherebbe la possibilità di avere subito disponibili 3,2 miliardi per le riforme economiche. Perché si parla così poco degli «altri vincoli»? Perché non li si conosce? O è un pericoloso caso di «ignoranza attiva», quello che Goethe giudicava «non esserci altro caso più pericoloso»: i nostri politici non hanno ancora capito bene che non è il 3% il problema, Bruxelles ci potrà sicuramente concedere un 0,2% di sforamento purché noi ci impegniamo a rispettare il Fiscal Compact, senza parlare dell’altro assurdo vincolo del deficit zero, malauguratamente trasformato nell’articolo 81 della Costituzione. Si dà il caso che il Fiscal Compact potrà funzionare solo a due condizioni: a) che l’economia reale cresca almeno dell’1%, cosa difficile già quest’anno a giudicare dalle previsioni di Confindustria e degli organismi internazionali; b) che ci sia un inflazione minima intorno al 2%, al posto della quasi deflazione attuale. Perché questo? La formula del Fiscal Compact impone che, dal 2015 il rapporto debito/ Pil passi dal 133% del 2014 al 129,3% del 2015. Perché 129,3%? Perché, dice il F.C. «il rapporto debito/Pil attuale di 133% deve essere ridotto al 60% in 20 anni, cioè, a partire da quest’anno, di 73/ 20= 3,7 punti del Pil, pari a 61 miliardi annui se il Pil nominale non cresce, a 40 miliardi se il Pil nominale cresce dell’1%, a 20 miliardi se il Pil nominale cresce del 2%, a poco più di un miliardo se il Pil nominale cresce del 3%. Quest’ultimo caso è un obiettivo possibile ma difficile se non si riesce ad attivare un minimo di crescita reale, 1%-1,5%. Allora è questo il discorso che Renzi dovrà fare a Bruxelles, «cari signori, io voglio rispettare il Fiscal Compact, ma il suo rispetto richiede un minimo di crescita, impossibile senza due-tre anni di investimenti pubblici e quindi senza un minimo di tolleranza sui deficit di bilancio».

Tertium non datur. Se nei prossimi uno-due anni il governo eccederà nei tagli di spesa – l’agenda Cottarelli va vista anche in questa luce, non solo in quella, sempre presente, che i tagli «riguardino solo gli altri», ma anche in quella, poco discussa sinora, degli effetti recessivi dei tagli di spesa – e lesinerà negli investimenti pubblici, nessuna ripresa reale del Pil superiore all’1% e nessuna ripresa dei prezzi almeno dell’1,5%, sarà possibile, così come nessun rispetto del Fiscal Compact. Solo se a Bruxelles ignorassero l’a,b,c delle leggi di mercato – più che di economia, liberale o keynesiana che sia – impedendo al governo una politica minimamente keynesiana per rilanciare il Pil, non resterebbe che l’altra, extrema ratio, allungare da 20 a 40 anni il timing del passaggio del debito al 60% del Pil. Quest’ultima sarebbe comunque una non soluzione, condannerebbe l’Italia all’ultimo atto di un film del declino già visto altre volte nella storia, come nella grande depressione del 1929 che durò più di 10 anni e si «risolse» solo con fascismo, nazismo, la II guerra mondiale e 40 milioni di morti. Non si possono mettere le mutande alla storia (se non si vuol rischiare di restar senza mutande)!

L’Unità 21.03.14

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