attualità, politica italiana

"Tagli facili e tagli pericolosi", di Paolo Baroni

Arrivare a risparmiare 34 miliardi su un bilancio dello Stato che ne assorbe più di 700 sulla carta non dovrebbe essere un gran problema, perché alla fine stiamo parlando di un 5% scarso di spesa. Ciò non toglie che quello della spending review che il governo sta avviando si presenti come un vero e proprio percorso di guerra, fatto comunque di trabocchetti, ostacoli burocratici, prassi da scardinare, ma soprattutto volontà politiche da affermare e imporre ad ogni livello.

Partendo dal presupposto che il Paese non può più permettersi sprechi, le 70 pagine messe a punto dal «commissario straordinario per la revisione della spesa» Carlo Cottarelli forniscono al governo il menù completo dei possibili interventi, da pure e semplici azioni di «efficientamento» a veri e propri tagli, come quelli ipotizzati sulle pensioni (e già esclusi da Renzi). Sarà banale dirlo, ma mai come in questa occasione il pallino è in mano alla politica. Al governo. Al presidente del Consiglio Matteo Renzi, che già in altre occasione ha dimostrato che quando vuole sa e può procedere con l’energia di una schiacciasassi.

La lista «ideale» dei risparmi, degli interventi da mettere in campo e delle riforme da avviare, però, è molto articolata e che ben si comprende come in passato altri governi abbiano preferito la via breve (e spesso molto brutale) dei tagli lineari. Se non si procede così, l’altra strada che si può percorrere è quella che suggerisce Cottarelli: prima si fa una mappatura completa di tutte le voci «aggredibili» e poi si procede con interventi molto focalizzati, si potrebbe dire chirurgici.

Il programma messo a punto in questi mesi presenta difficoltà crescenti. Su 33,9 miliardi di risparmi che si pensa di conseguire in tre anni, ben 12,1 arrivano da interventi di efficientamento diretto. Ad esempio basterebbe concentrare in poche centrali d’acquisto, 30-40 contro le attuali 32 mila (!), il grosso delle forniture pubbliche per arrivare a risparmiare ben 7,2 miliardi. Senza tagliare sulle quantità, senza provocare danni «collaterali», ma semplicemente per effetto delle economie di scala. Per procedere basta la decisione politica, per gli acquisti come per gli affitti degli immobili, consulenze ed auto blu, i corsi di formazione e gli stipendi dei dirigenti.

Alzando il tasso di complessità degli interventi si arriva al capitolo «Riorganizzazioni», una manovra che in tre anni potrebbe portare a farci risparmiare altri 5,9 miliardi: a patto che si riformino le province (500 milioni di risparmi) e di conseguenza si adegui la rete di prefetture, vigili del fuoco e capitanerie di porto, si accelerino le sinergie tra i corpi di polizia (1,7 miliardi al 2016) e si mandi avanti il progetto della digitalizzazione della pubblica amministrazione (fattura elettronica ed altro) che vale altri 2,5 miliardi. Con i «costi della politica» (organi di rilevanza costituzionale, Comuni, Regioni e partiti) si possono recuperare altri 900 milioni. E qui, se ad esempio sparisce il Cnel non muore nessuno, ma forse abolire l’Istituto per il commercio estero non rende un buon servizio alla promozione del nostro export.

I problemi più rilevanti arrivano con gli ultimi due blocchi di misure. Per quanto «inefficienti» il taglio di una serie di altri trasferimenti impatta direttamente con l’economia reale e a volte anche con le tasche dei cittadini. Per Cottarelli questa voce «vale» altri 7,1 miliardi. Giusto colpire abusi su pensioni di invalidità e indennità d’accompagnamento (400 milioni in tutto), ma tagliare 3 miliardi di trasferimenti alle imprese non può non produrre effetti negativi sul sistema produttivo. Idem i 3,5 miliardi che si potrebbero ricavare «rifilando» gli stanziamenti destinati al trasporto pubblico locale (2 miliardi) e alle ferrovie (1,5 miliardi). Perché se è vero che anche in qui abbiamo molte spese fuori linea rispetto alle medie Ue, l’esperienza ci insegna che alla fine si finisce solo col tagliare i servizi (bus e treni) o con aumenti di tariffe.

Secondo blocco delicato, le «spese settoriali» (difesa, sanità, pensioni), valore 7,9 miliardi. Qui il rischio che si tocchi carne viva è concreto. Si può decidere di non farne nulla, come sulle pensioni (2,9 miliardi il pacchetto completo di cui 1,5 solo per effetto di una nuova indicizzazione degli assegni) o si può tirare dritto. Come sulla Difesa, F35 ma non solo, sapendo però che una parte importante dei 2,5 miliardi che si vogliono togliere da questa voce poi sono tolti essenzialmente alle nostre industrie del settore. Anche qui si può razionalizzare molto, a patto di sapere cosa si sta facendo.

La Stampa 21.03.14

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