attualità, politica italiana

"La tassa del silenzio", di Luca Landò

Carta, penna e fantasia, proviamo a immaginare che in Italia, da questa mattina, tutti paghino le tassem tutti chiedano gli scontrini, tutti versino l’Iva: chiami l’idraulico e pretendi la ricevuta, vai dal carrozziere e fai lo stesso anche se lo sconto, chissà come, sparisce all’improvviso; insisti pure con il maestro di ripetizioni che conosce tutto ma quella cosa lì, la ricevuta appunto, non sa nemmeno cosa sia.

E proviamo a immaginare, scontrini a parte, che non ci siano più evasori, né grandi né piccoli. Ebbene, ora di sera gli stipendi e le pensioni salirebbero di 102 euro al mese, come ha calcolato Stefano Livadiotti nel suo interessante ma inquietante Ladri: gli evasori e i politici che li proteggono, appena uscito per Bompiani.

Altro che ribaltare l’Europa per mantenere la promessa degli 80 euro in busta a chi ne guadagna meno di 1500: prendendo quello che abbiamo già in casa (una montagna di soldi nascosti al fisco) potremmo innalzare di un po’ i redditi di tutti ma proprio tutti: ricchi e poveri, giovani e vecchi. Oppure, che sarebbe più giusto, si potrebbe dare molto di più a chi ha davvero poco, anzi nulla: ad esempio un assegno di oltre mille euro al mese a tutti gli otto milioni di poveri censiti dall’Istat. Aboliremmo la povertà e aumenteremmo i consumi legati ai generi di prima necessità come cibo, farmaci e vestiti. In alternativa, potremmo pagare sull’unghia i 60 miliardi che lo Stato deve alle imprese, che è il modo migliore per rimettere in moto la macchina e creare lavoro: di miliardi ce ne avanzerebbero comunque altri 60 per operazioni di rilancio dell’economia o di sostegno a chi ha bisogno.

Già, se potessimo avere, non mille lire al mese, ma 120 miliardi l’anno (a questo ammonta l’evasione fiscale secondo il ministero dell’Economia) potremmo davvero cambiare verso all’Italia, come dice Renzi. Peccato che il gioco, o il sogno, finisca qui: perché l’evasione fiscale esiste e resiste. E quei soldi spariscono dal radar del fisco, ma anche della politica. A parte dar seguito alla delega fiscale (ereditata da Letta) e una recente iniziativa del ministro Padoan, che il 19 marzo ha firmato un accordo con altri 44 Paesi, il nuovo governo non ha ancora dichiarato guerra all’evasione. È vero che si è appena insediato e le cose da fare abbondano, ma colpisce come nel famoso «mercoledì da leoni» Renzi non abbia mostrato nemmeno una slide che spiegasse come fermare i pirati del 730 e del 740, che pure era stato un argomento accennato alla scorsa Leopolda e durante la campagna delle primarie.

Di certo i programmi e le promesse del premier hanno tempi stringenti e richiedono risorse immediate, ma nulla vietava che, tra le tante iniziative annunciate, ci fosse anche quella di una tolleranza zero nei confronti di chi le tasse non le paga. A meno che la riforma fiscale prevista per maggio non contempli proprio questo: una caccia senza quartiere agli evasori. Ma se così fosse, perché non dirlo, anzi urlarlo? Si sarebbe ottenuto un effetto simile a quello che si ebbe due anni fa con i raid della Guardia di Finanza a Cortina e Portofino: azioni dimostrative e mediatiche che però, guarda caso, portarono a un aumento del 40 % degli scontrini emessi. Intendiamoci, non stiamo dicendo a Renzi di ripetere gli show fiscali di Monti, ma di spiegare con chiarezza se oltre a chiedere, giustamente, di cambiare le regole in Europa, intenda far rispettare, altrettanto giustamente, quelle fiscali che già esistono in Italia. Lo scorso anno sono stati scoperti 8.315 evasori totali che hanno occultato redditi per 16,1 miliardi: quanti ne mancano all’appello delle Fiamme Gialle? E soprattutto, davvero esiste l’intenzione di stanarli e perseguirli? All’anagrafe tributaria risultano 518 persone che possiedono un jet privato, ma dichiarano meno di 20.000 euro l’anno: qualcosa non torna.

Centoventi miliardi di evasione l’anno sono una cifra enorme: recuperarne la metà, o anche solo un quarto significherebbe mettere nel motore del Paese la benzina indispensabile per partire e forse correre. E magari riprendere a investire in ricerca e tecnologia (bastano dieci miliardi per raddoppiare i fondi pubblici) come stanno facendo Stati Uniti, Germania e tutto il Nord Europa, convinti che la strada per tornare al futuro passi proprio da lì.

Renzi ha annunciato di voler semplificare il sistema tributario rivedendo le norme e introducendo moduli precompilati. È un passo avanti, ma non basta. Per due motivi. Il primo è che il grosso dell’evasione è rappresentato, non dal denaro nascosto in Italia, ma da quello fuggito in paradisi lontani con il sole caldo e le tasse ridicole. Il secondo motivo, è che i grandi evasori rischiano poco o nulla, perché la legge, con loro, è così lenta e gentile che «tanto vale provarci». Per arrivare al primo grado di un pro- cesso per un reato tributario ci vogliono in media 903 giorni: se ti va male paghi (e con quello che hai messo da parte non è un problema), se ti va bene, o spunta un condono (ce ne sono stati 32 in 34 anni) o finisce tutto in prescrizione.
C’è un altro aspetto. Mentre in Germania l’ex campione di calcio Huli Hoeness se ne va in galera per scontare una condanna di tre anni e mezzo per frode fiscale, in Italia Diego Armando Maradona fa in diretta tv il gesto dell’ombrello a chi, Fabio Fazio, gli chiede se mai pagherà il suo debito con lo Stato di 39 milioni. Nel nostro Paese i grandi evasori sono eroi da accogliere con paste e spumante, come fece anni fa Ottaviano Del Turco, allora ministro delle Finanze, con Luciano Pavarotti quando il mitico tenore finì di saldare il suo debito con l’erario di 24 miliardi di lire. E solo in Italia si può pensare di raccogliere le firme per mandare al Parlamento europeo un ex premier condannato a quattro anni per aver frodato il fisco.

La scorsa settimana la Banca d’Italia ha annunciato che il debito pubblico ha toccato la cifra record di 2089,5 miliardi di euro. Carta, penna e fantasia: 120 miliardi di evasione fiscale e altri 60 legati al circuito criminale della corruzione fanno 180 miliardi l’anno; euro più euro meno, significa che potremmo pagare l’intero debito del Paese in undici anni, sette mesi e sei giorni senza aumentare le tasse né pregare l’Europa, oppure rimettere in moto il Paese e pagare il debito con i soldi della ritrovata crescita anziché dei risparmi che stanno finendo. Fine della fantasia.

Nessuno ovviamente si illude di poter azzerare l’evasione fiscale, ma contrastarla e ridurla questo sì, magari portandola agli stessi livelli che oggi si registrano in Francia e Germania. Renzi ha compiuto un’ottima scelta nel mettere Raffaele Cantone a guida dell’agenzia anticorruzione. Ora manca un altro passo importante: rompere il silenzio su quella «tassa» ingiusta e odiosa che premia i furbi e bastona i fessi. Con i primi che ridono e i secondi che pagano.

L’Unità 23.03.14

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