attualità, politica italiana

"Se l’Italia non crede all’Italia", di Michele Ciliberto

Negli ultimi giorni sono accadute due cose che meritano una riflessione. La prima è una dichiarazione del Presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz: «L’Italia è un Paese del G8, ma quando sono in Italia ho l’impressione che gli italiani lo dimentichino. L’Italia è uno dei Paesi industrializzati maggiori al mondo, è la quarta economia: se non ci sarà crescita in Italia, non ci sarà neppure in Europa».

La seconda è la polemica che è scoppiata sui giornali italiani su un (presunto) sorrisino del presidente della Commissione europea Barroso e di van Rom- puy a proposito delle posizioni sostenute dal presidente del Consiglio italiano a Bruxelles: è dello stesso tipo di quello di Sarkozy e della Merkel sull’allora premier Silvio Berlusconi, oppure no? E in ogni caso, che giudizio implica sul nostro Paese?

Sono due fatti singolari che vanno venire alle labbra la stessa domanda: che idea gli italiani hanno di se stessi? E su questo punto il presidente – tedesco – del Parlamento europeo coglie un aspetto rilevante: gli italiani non sanno chi sono, se lo dimenticano.

Ma questa dimenticanza, e il giudizio negativo su se stessi che essa implica, non è un fenomeno specifico di questo difficile periodo, anzi: è una struttura della nostra «autobiografia» nazionale, quale è stata messa a punto, soprattutto, dalle classi intellettuali nazionali, specie di quelle attive agli inizi del Novecento.

Naturalmente, anche a quella data, ci sono state grandi eccezioni, a cominciare da Benedetto Croce che nella Storia d’Italia rivalutò, con grande energia, l’Italia post- risorgimentale e quella giolittiana, contrapponendo la «prosa» – la realtà concreta, compreso il «trasformismo» – alla «poesia», cioè alle fantasie retoriche di coloro che si lamentavano del nuovo Stato nazionale, delusi nelle loro aspettative di grandezza. Ma la posizione di Croce è in anche in questo caso minoritaria, anzi solitaria, nonostante le tante chiacchiere sulla sua egemonia.

In Italia, la tendenza generale è stata un’altra: da un lato, i retori che hanno celebrato il passato, deprecando il presente e fantasticando – in chiave prima nazionalista, poi fascista – di un grande avvenire; dall’altro, quelli che hanno insistito sui «ritardi» italiani, sulla nostra arretratezza, sull’assenza di eventi fondamentali della modernità come la Riforma protestante: mancanze, «assenze» che avrebbero inciso sul nostro carattere nazionale, indebolendolo e corrompendolo.

È un tratto tipico della nostra autobiografia nazionale su cui sarebbe interessante fare una ricerca, cercando di capire perché l’autorappresentazione degli italiani e della loro nazione sia così misera, fino ad apparire sorprendente ad un osservatore esterno come Schulz. Al fondo, si tratta di forti e resistenti modelli antropologici costruiti in una lunga storia, nei quali è possibile che abbia giocato un ruolo importante la presenza nel nostro Paese – va- sta e capillare – della Chiesa romana, che ha contribuito a conformare attraverso lo strumento della «confessione», il carattere di generazioni di italiani, lungo i secoli: in questo caso i Promessi Sposi di Manzoni dovrebbero essere una fonte e un archetipo, decisivo.

Varrebbe la pena di seguire questa pista, ma mettendola in tensione con altri tratti di fondo della storia italiana, che vanno in una direzione frontalmente opposta.

Ce lo siamo dimenticato, ma lungo i secoli moderni – anche dopo il Rinascimento, quando diviene il centro del mondo – l’Italia è stata il «luogo» in cui sono stati elaborati momenti centrali delle «libertà dei moderni», che non sarebbero state portate alla luce, e diffuse, senza i carceri, le persecuzioni, i roghi dei pensatori italiani – da Bruno a Campanella, da Galileo a Giannone fino a Beccaria il quale nel 1764 rigetta,per la prima svolta e in modo radicale, sia la tortura che la pena di morte. Senza questa Italia, non ci sarebbe stata l’Europa «moderna», come sapevano benissimo, per primi, gli Illuministi.

Naturalmente questo è solo un lato, e il migliore, della medaglia: l’«identità» italiana è assai complessa e tormentata. Per venire alle bassure dei tempi più recenti conosco anche io quanto sia profondo e diffuso oggi il cancro della mafia, della ’ndrangheta, della camorra, e quanto sia stato radicato nella storia il fenomeno del berlusconismo. Lo so, ma insisto su questo, perché è di ciò che in genere si parla quando il discorso cade sull’Italia. Sat prata bibere.

Il problema, su cui vorrei richiamare l’attenzione, è invece un altro: perché l’immagine dell’Italia mafiosa, corrotta, clientelare cancella e dissolve quella dell’«altra» Italia, quella civile, laica, moderna?

E perché, tornando alla domanda posta all’inizio, gli stessi italiani hanno una idea così misera e meschina si se stessi, una autorappresentazione così modesta della loro identità e «complessi» così profondi? Perché il modello del Gattopardo continua a riscuotere successo, fino ad a essere citato anche in Parlamento? A cosa allude tutto questo? Vorrei provare ad abbozzare una risposta.

Certo, hanno avuto un peso decisivo le arretratezze della nostra borghesia, il suo affidarsi allo Stato come una greppia inesauribile (salvo trasferirsi altrove, quando resta poco da mungere), la sua dimensione economico-corporativa: sono i problemi affrontati da Gramsci nei Quaderni e restano ancora e sempre aperti. Ma il problema è più profondo perché attiene direttamente alle forme di governo e alla ideologia, delle nostre classi dirigenti, che, attraverso di esse, è penetrato nella Costituzione «interiore» della Nazione. A destra, anzitutto, ma anche a sinistra, le classi dirigenti nazionali hanno insistito sui limiti del Paese, sulla sua fragilità, sulla sue debolezze, sulla necessità, per dirigerla, di «larghe» intese, sulla impossibilità di avere una alternativa di governo. A destra, come a sinistra, è stata posta sull’Italia una sorta di «ipoteca» di ordine etico-politico che è diventata uno strumento, anzi un principio di direzione della nazione, mai libera.

Ma l’Italia non è solo questo, è anche un’altra cosa. Esistono, continuano a esistere, forze profonde, sempre pronte ad esplodere e a venire alla luce. Sono – e uso volutamente questo termine, a costo di suscitare i «risolini» dei politici realisti – forze «morali», non meno intense e influenti di quelle «materiali». Anzi, come diceva il poeta latino , è la «mente» che agita la «mole», non il contrario. Sono forze che guardano al futuro, forze – nonostante tutto – della speranza: quelle che costituiscono il «deposito» della nazione, ciò che le consente di diventare, ed essere, una comunità. Queste forze, in Italia, ci sono ancora, affondano le radici in una lunga storia; e aspettano di essere intercettate, e coinvolte, dalla politica, dalle istituzioni per farsi sentire ed incidere.

Credo che questo sia oggi il problema del nostro Paese: se le forze riformatrici riusciranno ad incrociare queste energie, forse riusciremo ad uscire dal tunnel e a vedere il nuovo giorno. Ma per farlo oc- corre evitare un duplice scoglio: la «depressione» storica e la «boria delle nazioni». E questo implica, a sua volta, un cambio radicale delle forme di governo e della ideologia delle classi dirigenti nazionali, a destra e a sinistra. Nessuna delle due cose è però possibile se non cambiano il rapporto con la nostra storia, e l’autorappresentazione che gli italiani han- no, da troppo tempo di se stessi. Il presidente del Parlamento europeo ha fatto bene a ricordarcelo.

L’Unità 24.03.14

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