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"Province addio, 160 sì", di Claudia Fusani

La campagna delle riforme parte. Ma le serve una bella spinta per non restare inchiodata ai blocchi di partenza. La legge che svuota le Province, in attesa che la riforma costituzionale le abolisca, strappa la fiducia al Senato e torna alla Camera per la terza e definitiva lettura. Ma i numeri pronunciati ieri sera alle sette dal presidente Grasso non sono una festa per il premier. Su 296 presenti, votano 193 senatori e il ddl Delrio passa con appena 160 sì. I no sono 133. Sono ventidue voti di differenza. Per chi ha in mente gli equilibri numerici del Senato, è subito chiaro che senza i venti voti di Popolari e Scelta civica la prima delle tante invocate riforme sarebbe stata bocciata. Ed è inevitabile chiedersi cosa sarebbe successo se Forza Italia fosse stata presente al gran completo. Il leghista Roberto Calderoli si frega le mani, a modo suo: «Questo governo è fermo a 160, non ha la maggioranza che è 161. In queste condizioni non potrebbe neppure eleggere il Presidente del Senato ». Calderoli è abile nel tirare i numeri dalla sua parte. Ma non c’è dubbio che il 25 febbraio, giorno della di fiducia al governo, Renzi strappò 169 voti. Che ieri, secondo test a palazzo Madama, non ci sono stati.
Quando Grasso legge i numeri al banco del governo ci sono Graziano Delrio, Maria Elena Boschi, il ministro della Difesa Roberta Pinotti e il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini. I sottosegretari Gianclaudio Bressa e Pizzetti presidiano l’aula dalla mattina. Nessuno di loro esulta. «È stato importante cominciare, non potevamo uscire di qua con l’ennesimo rinvio, la gente non avrebbe capito. Questo è un segnale, un primo passo», ripete Claudio Martini (Pd), ex governatore della Toscana a cui sono toccate le dichiarazioni di voto. E nessuno s’azzarda a fare un tweet. Anche perché in serata i gruppi del Pd si riuniscono per discutere la campagna delle riforme, per decidere quale testo per riformare Senato e Titolo V. E sarà quello il momento di regolare i conti in casa.
Dopo le docce fredde e le montagne russe di martedì – quando la maggioranza è andata due volte sotto in commissione e il ddl Delrio si è salvato per quattro voti in aula sulle pregiudiziali – ieri mattina il governo decide di mettere la fiducia. Riunione veloce, alle otto, mentre il premier sta per volare in Calabria, a Scalea, in visita a una scuola. Alle undici il ministro Boschi arriva in aula a palazzo Madama per porre la questione di fiducia su un testo, un maxi emendamento, che però ancora non c’è. Manca anche la relazione tecnica. Boschi ammette che il testo è in commissione Bilancio. Il solito Calderoli infierisce: «Ministro, questo vuol dire che il testo non è ancora licenziato, non è disponibile…». Selva di fischi. Il presidente Grasso interviene a tutela del giovane e inesperto ministro.
Non un bell’inizio. E il resto del giorno non sembra volgere al meglio visto che i centristi sono sul piede di guerra. Senza i loro voti non c’è certezza di farcela. Anzi, possono essere i cecchini. Linda Lanzillotta (Sc), vicepresidente del Senato, decide di mettere ai voti la richiesta di sospensiva (voluta da Calderoli) che passa ancora una volta per i soliti quattro voti. Un rischio, un’ulteriore umiliazione, che Lanzillotta poteva forse evitare.
All’ora di pranzo Popolari e Scelta civica si riuniscono. Decidono, separatamente, di riporre le armi. Voteranno la fiducia. In cambio di cosa? «Senso di responsabilità», dice l’ex ministro Mario Mauro. Che si sfoga nel primo pomeriggio davanti alla buvette del Senato: «Abbiamo votato una legge sulla parità di genere che non dà parità di genere; votiamo una legge per l’abolizione delle province che però non abolisce le province e il risparmio sarà zero (lo dice e lo ripete facendo il tondo con le dita, davanti a molti testimoni, ndr). Io sono strutturalmente filo governativo ma sia chiaro che questo è un governo che dà i titoli e non scrive i capitoli… ».
Il disegno di legge Delrio svuota nei fatti le province, sottrae e ridistribuisce le funzioni, impedisce che il 25 maggio si vada a votare per 52 consigli provinciali, su un totale di 110, in scadenza. Non è la migliore legge. Non c’è dubbio. Resta zoppa finché non sarà riformato il Titolo V della Costituzione che le abolisce del tutto. Ma crea un risparmio immediato (circa 600 milioni). Avvia un processo di semplificazione nell’organizzazione dello Stato. Ed è il primo vero segnale che qualcosa si muove. Che finalmente la politica, abilissima nel conservare ed alimentare se stessa, sa dire stop. Ed inizia a riformarsi.
Forza Italia ha voltato le spalle all’accordo di maggioranza sulle riforme. Il partito di Berlusconi, a un passo dall’implosione e con il terrore di diventare il terzo polo dopo Pd e M5S con il voto per le Europee, ha il problema di dover dire a 45 presidenti di provincia azzurri che non hanno più la poltrona. Una brutta botta in termini di consenso in campagna elettorale. Ieri però qualche assenza azzurra è stata preziosa ai fini della contabilità di governo. E forse non è stata casuale. Hanno tenuto il punto altri piccoli, SVP, socialisti, autonomie. E Nuovo centro destra. «Ancora una volta la stagione riformista va avanti per merito nostro», dice in serata Gaetano Quagliariello che denuncia come «ad ogni passaggio riformista saltino fuori problemi politici estranei al merito su cui si vota».
In serata al Senato girano documenti che spiegano come «in ogni caso, il comma 325 della legge di Stabilità del 2013 già prevede il commissariamento di tutte le province». Disegno di legge a parte, la loro fine sarebbe stata già segnata.

L’Unità 27.03.14

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