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"Pietro Ingrao 99 anni tra passione e poesia", di Walter Veltroni

Son quasi cent’anni, questi di Ingrao. Ma non di solitudine. Perché ha vissuto immerso nella storia e in quel grande magma che è stato il ’900. Eppure, in qualche modo, potremmo anche parlare di solitudine per questo uomo che parla si sé definendosi un «carattere d’orso», sempre tentato da una riflessione introversa ed eretica. Insomma Pietro Ingrao compie 99 anni. È nato nel 1915 nell’Italia agricola e un po’ periferica della sua Lenola proprio mentre la febbre della prima Guerra Mondiale stava per travolgere anche il nostro Paese e nel resto d’Europa i morti si contavano già a centinaia di migliaia, milioni.
Ha attraversato un tempo lungo, un secolo drammatico segnato da due guerre, dalla tragedia della Shoah, dal grande sogno del comunismo e dalla sua crisi.
Ho incontrato Ingrao nella sua casa pochi mesi fa. Stavo lavorando al film su Berlinguer e volevo raccogliere la sua testimonianza. Come sempre incontrarlo mi ha molto colpito: ero partito con tante domande in testa emi sono sentito rivolgere mille domande. Ero andato a cercare memoria, mi son trovato davanti un uomo pieno di curiosità su quello che succede, su quello che succederà. Nel film ci sono le sue poche frasi in cui parla del funerale di Enrico Berlinguer come di un viaggio interminabile nella folla e nel dolore delle persone.
Pietro Ingrao è stato definito in tanti modi: era l’eretico, l’uomo del dissenso interno al Pci, quello che per la prima volta in un congresso comunista dalla tribuna aveva detto di non esser stato convinto dalla relazione del segretario, che era Luigi Longo. Era anche l’uomo che nel Pci ha più seguito, con apertura di idee e senza rigidità, le questioni delle istituzioni, dello Stato e della sua riforma. Per anni, per decenni, a partire dal 1946, tutti i lunedì che Dio mandava in terra, a Botteghe Oscure si riuniva la segreteria del Pci, una decina di persone in tutto. Ingrao c’era sempre, e con lui Togliatti fino al 1964, e Amendola e Pajetta e Berlinguer e Bufalini e Alicata e poi negli anni successivi Napolitano, Macaluso … Un gruppo piccolo di persone che ai nostri occhi appartengono alla storia ma che erano invece spesso dei giovani (Pietro aveva trent’anni quando diventò direttore dell’Unità). Uomini giovani che alle spalle avevano biografie spesse e qualche volta dolorose.
La sua figura è quella di un politico-intellettuale molto speciale. Nato in un piccolo paese sui monti che sono alle spalle di Terracina da una famiglia di origini siciliane. Il nonno garibaldino che aveva combattuto con Bixio e di cui Pietro va molto orgoglioso. Ma i suoi racconti d’infanzia (ne ha parlato spesso) lasciano vivido il racconto della grande casa e della nonna che stava sempre in cucina, il luogo sociale della civiltà contadina, dove le differenze tra questa famiglia di medi proprietari agricoli (a dire il vero già mezzi in rovina) e quelle dei braccianti e delle loro famiglie scomparivano.
GLI STUDI A GAETA
Da ragazzo, durante gli studi al liceo di Gaeta i suoi amori erano la poesia ermetica e il cinema. Andava all’edicola ad aspettare che arrivassero le riviste con le poesie di Montale e Ungaretti. Di Montale racconta un episodio bellissimo e un po’ ironico. Ingrao arrivò a Firenze per i Littoriali e si presentò in stivaloni e camicia nera alle Giubbe Rosse, lo storico caffè in cui si raccoglievano i poeti. «Volevo incontrare Montale, il poeta che aveva scritto quei versi scabri e desolati che dicevano “codesto solo oggi posiamo dirti, ciò che non siamo ciò che non vogliamo”. Ho ancora negli occhi l’espressione tra l’incuriosita e annoiata del poeta che si vedeva davanti quell’oscuro giovane provinciale vestito in quella maniera ». Sì, in camicia nera, perché Ingrao fa parte di quella generazione di italiani che non aveva conosciuto nient’altro che il fascismo, che con questo si immedesimava ma che seppe prestissimo rovesciare in antifascismo la sua giovanile voglia di cambiare il mondo. Due suoi maestri ai tempi del liceo morirono alle Ardeatine. Lui sceglie l’antifascismo nel 1939, un anno dopo arriva al Pci. Il 25 luglio del 1943 lo coglie a Milano dove lo ha inviato clandestino il Pci: fu qui il suo primo comizio e lo ha sempre raccontato con quel misto di entusiasmo e di timidezza che è la sua cifra.
UN’ENORME CURIOSITÀ
I suoi novantanove anni li ha spesi nella battaglia politica fatta con passione, che fosse alla guida dell’Unità o alla presidenza della Camera. Eppure non è quell’uomo totus politicus come altri della sua generazione. È sempre stato spinto da una enorme curiosità intellettuale, scrive poesie, ama il cinema sin dalla giovinezza, ne parla e ne scrive spesso con competenza e passione. Il suo grande amore cinefilo è Charlie Chaplin che legge (a ragione) in chiave poetica ma anche politica e sociale. Se devo cercare una parola per raccontarlo questa parola è dubbio, ma non il dubbio che impedisce l’azione e che paralizza, bensì quel tarlo che spinge a pensare di più, a conoscere meglio anche le cose che sono più lontane da te. Se devo cercarne un’altra questa parola è popolo. Parola difficile, forse poco politica ma nella sua lingua ha sempre indicato gli uomini e le donne «in carne e ossa», come se l’astrazione dell’ideologia e anche della politica-politica si dovesse fermare quando si parla delle persone vere nella loro complessità e umanità. A chi ama le semplificazioni e si irrita davanti ad una complessità che ci obbliga a tenere insieme cose apparentemente lontane e opposte magari con un «ma anche», mi verrebbe da rispondere: guardate questi due leader così diversi, Ingrao col suo dubbio costante, Berlinguer capace di tenere insieme l’ossimoro di lotta e di governo. Cosa c’è di semplice, di bianco e di nero in questa storia?
Mi torna in mente del nostro recente incontro anche un altro particolare. Ingrao ama parlare facendo continui riferimenti ai luoghi. Le città, i quartieri, il paese della sua infanzia sono radici fisiche. Quest’uomo nato nel 1915 è come fosse piantato in un lunghissimo passato, ma riesce ad avere uno sguardo profondo anche sul futuro. Auguri Pietro.

l’Unità 30.03.14

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Clandestino in bicicletta per fare uscire «l’Unità»
di Pietro Ingrao

Il primo incontro diretto con l’Unità lo ebbi il pomeriggio del 26 luglio del ‘43 a Milano. La sera prima, a Roma, Mussolini era stato licenziato dal re. Vivevo clandestino e abitavo in una casa di Corso di Porta Nuova insieme con due compagni operai siciliani, i fratelli Impiduglia, che mi ospitavano e mi difendevano dalla polizia, e un’adorabile ragazza lombarda, unita al maggiore dei due fratelli, di nome Santina, che mi aiutò e protesse nei miei soggiorni segreti a Milano, con una grazia e un coraggio semplice.
La notte del 25 luglio era afosa. Nella casa dormivamo tutti un sonno pesante, quando d’improvviso e inatteso entrò Salvatore Di Benedetto, che era un po’ il nostro capocellula e insieme quasi un fratello: sbattè le porte e si precipitò a gridare a squarciagola alla finestra: «A morte Mussolini!». Saltammo dal letto senza capire. Poi, infilati di furia i pantaloni, ci precipitammo con Di Benedetto nelle strade urlando: «A morte il duce, abbasso il fascismo» (…). Finimmo nel vortice di Porta Venezia dove una folla impazzita sciamava ed urlava. Più avanti abbracciammo esultanti Elio Vittorini. E fu così tutta la notte, in una scia di gente tumultuante davanti alle sedi fasciste, da cui cadevano e finivano in falò carte, sedie, armadi, gagliardetti, come una scia di roghi. Tutto s’acquietò con l’imbiancarsi del cielo.
La gente rifluì nelle case e negli uffici. Io finii con Vittorini e Di Benedetto nella sede della casa editrice Bompiani, dove Elio aveva il suo tavolo di lavoro. Da lì partì la telefonata che fissava per il pomeriggio un camioncino a Porta Venezia (…). Alle due ero di nuovo in un enorme corteo senza nome, che sfilò dinanzi a San Vittore chiedendo la liberazione dei prigionieri politici. Poi dal carcere il corteo sfociò ancora a Porta Venezia, e dilagò attorno al camioncino affittato da Bompiani. Riuscii ad arrampicarmi sul tetto dell’auto, dove ci strappavamo da una mano all’altra i microfoni: comunisti, socialisti, anarchici, trotzkisti, repubblicani, e quanti altri non so dire. Conquistato il microfono riuscii a fare un brandello di comizio, che chiedeva la pace subito. L’indomani mattina il Corriere della Sera scrisse che in Piazza del Duomo aveva parlato «l’operaio Pietro Ingrao». E quell’informazione sbagliata dette una prima notizia alla mia famiglia che da mesi di me non sapeva più nulla (…).
La folla sciamò con gridi di esultanza. E io mi trovai trascinato da Salvatore Di Benedetto nella casa di Vittorini che lambiva Corso Venezia. Il pomeriggio di tardo luglio si faceva improvvisamente quieto, con quelle luci estive che si piegano nel lungo tramonto, preparando l’ombra della sera. Nella casa c’era Celeste Negarville, uno dei dirigenti del Pci che era riuscito a rientrare clandestino in Italia, mentre si avvicinava il crollo di Mussolini. Nelle nostre goliardate di partito, gli fu appiccicato un nomignolo scherzoso: lo chiamammo il «marchese di Negarville», per la stranezza di quel cognome, e soprattutto per il suo gusto dell’ironia e il successo che aveva tra le donne. Era invece un operaio, e tornava in Italia da un aspro esilio. Mi guardò con un breve sorriso, ed ebbe una battuta scherzosa sul mio «comizio» a Porta Venezia. Emi fu detto che dovevamo preparare il numero dell’Unità sul grande evento. Io fui incaricato di fare la cronaca della manifestazione. Poi, nella casa, ci ponemmo ciascuno al proprio posto di scrittura. E io cominciai a pesare le parole con cui raccontare quella manifestazione, in cui per la prima volta nella mia vita avevo parlato a una massa di popolo di cui sapevo nulla.
Eravamo tutti presi nel nostro compito, quando la porta della stanza si aprì e apparvero due. Io continuai a scrivere. Gente della casa, pensai, compagni sconosciuti. Uno dei due, quasi sorpreso dalla nostra calma, disse due parole che ci lasciarono di stucco: «Siamo carabinieri». In breve ci radunarono. Ci chiesero i nomi. Quando venne il turno mio non sapevo se dare il mio nome clandestino (Vittorio Infantino) o quello vero. Prima di me fu interrogato Negarville: disse quel suo strano nome vero. Tuttavia dissi anch’io il mio nome vero: Pietro Ingrao. I carabinieri arrestarono Elio Vittorini, che figurava come colui che aveva disposto il camioncino per la manifestazione di Porta Venezia, e Salvatore Di Benedetto, che aveva risposto furente alle loro domande: che volevano? C’era o no finalmente la libertà?
La scelta fu di andare a scrivere quel numero dell’Unità in casa di Ernesto Treccani, che ci sembrava protetto da avventure di poliziotti che ancora non avessero capito l’accaduto. Negarville era calmo, persino un po’ pigro, mi sembrava. Ma avevamo appena ricominciato il nostro lavoro di giornalisti neofiti che venne l’allarme: la polizia stava per arrivare anche a casa di Treccani. Ci trasferimmo di corsa alla tipografia Moneta, dove almeno c’era la tutela operaia di fronte a qualsiasi colpo di mano. Negarville era tanto sottile e arguto, quanto lento nella scrittura un po’ prolissa. O forse dovette consultarsi con Roma. Alla fine l’editoriale fu pronto. Il titolo era lungo, calibrato e ridondante. Ma Negarville rifiutò la nostra sollecitazione che chiedeva un titolo più caldo, più breve. Poco dopo, con urla di evviva, un gruppo di operai ci portò stampato quel giornale a due facciate, che recava un nome famoso, così simbolico in quell’istante. E davvero era per me un inizio. Restai nella redazione segreta di quel giornale che non si sapeva se fosse ormai nella legge o ancora aspramente al bando. C’era anche Gillo Pontecorvo, in casa di Vittorini, quando accadde quella irruzione dei carabinieri? Non lo ricordo bene. Ad ogni modo nei giorni che seguirono fummo in tre gli addetti a quel foglio, tutto da fabbricare nell’ambiguo interludio che fu l’estate del ‘43. Celeste Negarville dalla Direzione del partito era stato chiamato a Roma. Girolamo Li Causi era il nuovo direttore (se si possono adoperare queste parole così normali per il subbuglio e le sollecitazioni di quella estate rovente). Nella redazione dell’Unità di Milano eravamo in tre: io, Gillo e Henriette, la fidanzata di Gillo, piombata dalla Francia: una giovane bellezza sconvolgente, venuta a raggiungere di corsa l’innamorato e che sembrava ignorare i rischi terribili che correvano.
I testi di quel breve giornale erano composti in tipografie clandestine nell’hinterland di Milano, da cui li andavamo a ritirare per impaginarli in città: così eravamo come una fluttuante impresa, «new labour» prima del tempo. Essenziale in quella segreta combinazione di lavori era la bicicletta. Ne avevamo una sola, ma con una larga e solida piattaforma in metallo dietro il sellino, splendida per poggiarvi ben mascherati i pacchi di piombo della composizione. La «portapacchi» fu per noi una sorta di arnese di guerra (…). Noi tre giornalisti clandestini eravamo allora molto attratti dalle forme che prendeva quel foglio ancora clandestino, Gillo ancora più di me. Chiedemmo ad Albe Steiner, cervello finissimo, di ridisegnare la testata dell’Unità, poiché quella del tempo di Gramsci ci sembrava bruttissima e ingombrante. Steiner ne immaginò una nuova, forte ed asciutta nel suo modulo razionalizzante d’epoca. Ci parve bellissima. Invece da Roma ci venne un aspro rimbrotto: come osavamo cambiare la gloriosa testata di Gramsci, quel nome favoloso che noi, reclute acerbe, solo allora cominciavamo un poco a conoscere? E tuttavia tenemmo ferma la testata steineriana.
L’articolo integrale è consultabile sul sito www.pietroingrao.it

L’Unità 30.03.14

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