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"L’Aquila, il sisma e gli errori da non scordare", di Mario Tozzi

Bisogna ricordarlo, il terremoto de L’Aquila, per molte ragioni. Prima di tutto per l’orrore delle morti assurde, che non vogliamo dimenticare: in nessuna città del mondo (e tantomeno di quello supposto moderno) dovrebbe essere possibile morire dentro case mal progettate e peggio costruite, nonostante una legge antisismica degli Anni Quaranta. E non dovrebbe accadere di morire in casa per un terremoto, soprattutto se non è tanto forte, figuriamoci per uno di magnitudo 6,3 Richter, roba che a Tokyo nemmeno se ne accorgono.

Ma L’Aquila non va dimenticata neanche per quanto accaduto immediatamente prima del terremoto, la sequenza sismica che, però solo a posteriori, possiamo oggi leggere come precursore della scossa principale. In Italia abbiamo registrato altre sequenze analoghe, per esempio al massiccio del Pollino (fra Calabria e Lucania), dove le scosse durano da anni e non sappiamo se ad esse seguirà una scossa superiore a quella di magnitudo 5 già registrata nel 2012. E non possiamo saperlo oggi come non lo sapevamo ieri, con buona pace di chi si ostina a ritenere prevedibili i fenomeni naturali più nascosti all’osservazione diretta che ci siano sulla faccia della Terra. Parlare di previsione di sismi, oggi, distoglie dal vero obiettivo che è e deve essere la prevenzione: una casa ben costruita salva la vita, a prescindere dal momento in cui il terremoto arriva.

Il terremoto de L’Aquila è stato l’unico caso al mondo in cui esperti e scienziati (cui, al massimo, si può imputare di aver mal comunicato, ma in tutto il mondo i ricercatori avrebbero dato risposte simili) sono stati condannati in primo grado per aver tranquillizzato la popolazione. E che dovevano fare, spingere l’intero Abruzzo appenninico a trasferirsi al mare? Come se la colpa dei morti fosse loro e non di chi ha costruito male e di chi ha controllato peggio, non intervenendo per decenni.

Quello de L’Aquila è un terremoto che non possiamo dimenticare neanche per il dopo: una questione malposta fino dall’inizio, quando un sempre sorridente presidente del Consiglio e la Protezione Civile Nazionale (che organizzava, in quel periodo, anche il G8 alla Maddalena e la festa di San Giuseppe a Copertino) ci raccontavano che la ricostruzione era già iniziata, ad appena qualche mese dai crolli. Era una bugia, fra le tante la più odiosa, perché illudeva chi aveva appena subìto la catastrofe che fosse finito in poco tempo e che si potesse evitare la fase del container dopo quella delle tende. Ora, possiamo mettere in opera moduli abitativi provvisori (così si chiamano) molto più confortevoli dei container dell’Irpinia (1980), ma non c’è alcun modo di passare direttamente dalle tendopoli alla ricostruzione vera, in nessun dopo terremoto in nessuna parte del mondo. Le avveniristiche new town de L’Aquila si stanno rapidamente degradando, nessuno sfollato ci vuole vivere per sempre e rimarranno a imperitura memoria di ciò che non si deve fare in nessun caso dopo un terremoto: stornare denari pubblici che, invece, sarebbero poi utili nella vera ricostruzione. Nei cinque anni passati, poi, sono emersi i problemi tipici dei sismi italiani: ricostruire nello stesso tempo case e monumenti, visto che anche il tessuto economico basato sul turismo deve riprendersi? Ma anche impietosi paradossi tutti italici: le macerie sono rifiuti speciali? E come vanno smaltiti? Mentre L’Aquila, di fatto, non esce ancora dall’emergenza.

No, non possiamo dimenticare il terremoto del 2009, non solo per chi ha perduto la vita in un modo niente affatto governato dal fato e per chi è sopravvissuto, ma anche per tutti gli italiani di domani, che devono sapere di popolare un territorio in cui il rischio naturale è accresciuto o addirittura creato dagli uomini.

La Stampa 05.04.14

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