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L’imprenditrice con il figlio malato «Donne e lavoro, autorganizziamoci», di Rita Querzè

Mina Pirovano è un’imprenditrice, una mamma, e anche una che cerca di cambiare il mondo. Chi la vuole immaginare deve pensare a una signora bionda, 44 anni, pragmatismo e parlantina a profusione. A proprio agio in Assolombarda, il salotto buono dell’industria milanese. Ma anche seduta davanti a un tè a Dubai, concentrata nell’impresa di convincere un potenziale compratore. Cosa vuol dire fare andare d’accordo famiglia e lavoro? Mina Pirovano lo ha scoperto fino in fondo un pomeriggio di primavera di cinque anni fa. «Allora mi occupavo dell’azienda di famiglia — racconta — settore manifatturiero, stampaggi in plastica per l’industria automobilistica o degli elettrodomestici. La mia seconda passione era il mondo dell’associazionismo rosa, forse per il senso di uno squilibrio nel mondo del lavoro troppo evidente. Così, insieme con la Camera di Commercio di Monza, avevo organizzato gli Stati generali dell’imprenditoria femminile. Il giorno prima del simposio mio figlio, malato da qualche tempo, si sentì male. Le gambe paralizzate, non riusciva più a muoversi. Non l’avevo mai visto così. Rimasi con lui in ospedale il giorno e la notte. Alle cinque del mattino mi misi un tailleur, mi truccai davanti allo specchio di quella stanza d’ospedale. Andai al convegno perché lo dovevo a tutte le persone che si erano mobilitate con me. Ma soprattutto perché me lo aveva chiesto mio figlio. Ma dentro avevo già detto basta. Conciliare gli impegni sempre più pressanti del lavoro con la mia situazione familiare era diventato impossibile. Abbandonai l’azienda: mio figlio veniva prima».
Sono passaggi, questi, che lasciano il segno. Ma Mina Pirovano non ha resistito a lungo lontano dal mondo dell’impresa. «Quando il medico mi ha detto che mio figlio era guarito, mi sono ributtata nella mischia. Ho fondato un’altra azienda, questa volta tutta mia. Si chiama Mina design, produco oggetti di plastica per la tavola. Bicchieri ma non solo. Oggetti da usare e riusare. Ho rischiato, lo ammetto. Ho investito soldi miei nella convinzione che l’idea fosse buona. Adesso il fatturato cresce a due cifre ogni anno. Tenendo conto che sono partita in piena crisi, mi pare un buon risultato». Da quando ha ripreso a lavorare Mina Pirovano ha assunto anche una nuova determinazione. «Fare tutto quello che è nelle mie possibilità per promuovere una reale conciliazione tra famiglia e lavoro», spiega l’imprenditrice, che oggi coordina i comitati per l’impresa femminile di tutte le Camere di commercio della Lombardia.
«Quando ho letto sul Corriere le parole della presidente del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, prima, e di Maurizio Ferrera, ieri, mi sono detta: «Finalmente. Finalmente il tema della partecipazione femminile al mercato del lavoro sta salendo posizioni nell’agenda della politica. È arrivato il momento di dare un segnale forte per sbloccare le cose. Ho apprezzato del governo Renzi il coinvolgimento delle donne anche in ministeri importanti. Ora servono le politiche».
Ma quali? Le risorse pubbliche scarseggiano. E anche gli interventi sulla conciliazione sono già stati duramente penalizzati. «Guardi, come prima cosa bisogna lasciare alle donne la libertà di organizzarsi. Lo vedo anche con le mie dipendenti; sanno da sole come fare. Ben venga il telelavoro o il lavoro agile come lo si chiama oggi. E questa sarebbe già una politica attuabile a basso costo. Poi mi piace ricordare che quando si pensa al lavoro delle donne non bisogna automaticamente riferirsi solo al lavoro dipendente. C’è anche quello autonomo e c’è l’impresa. Ambiti in cui il contributo femminile può essere straordinario».
Secondo Pirovano le donne dovrebbero imparare a far pesare il loro essere maggioranza. «Gli uomini sanno fare gruppo meglio di noi. Anche se stiamo velocemente imparando. Lo vedo nell’associazionismo, nelle nostre riunioni, sempre più spesso partono dinamiche che portano a darsi una mano a vicenda. Ma di una cosa sono convinta: questa non è una battaglia da fare da sole. È con il sostegno dei nostri mariti e dei nostri compagni — in una parola coinvolgendo gli uomini — che le cose possono davvero cambiare. Gli interventi maschili a favore di una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro sono preziosi proprio per questo. Molti uomini si stanno rendendo conto che più donne al lavoro sono una vantaggio per l’economia ma anche per l’equilibrio delle famiglie».
Per finire, le quote. Tema ancora molto dibattuto. Una strada a cui Pirovano si è opposta per lungo tempo. «Ma ora non più — allarga le braccia —. Non che la cosa mi faccia felice, ma non c’era altra strada. E se ci fosse una quota fissa di donne anche nelle liste elettorali credo che il Paese, tra qualche anno, non potrebbe che ringraziare».

Il Corriere della Sera 06.04.14

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