attualità, politica italiana

"Come rendere democratici i tagli di spesa", di Elisabetta Gualmini

La revisione della spesa pubblica che ha finalmente preso corpo nel nostro paese non può essere solo un’operazione contabile, una sadica ossessione da ragionieri pulp di dare colpi di accetta qua e là sull’inerme progenie di Monsù Travet. Il miglioramento dell’efficienza della pubblica amministrazione non passa solo per la riduzione chirurgica degli sprechi ma anche, allo stesso tempo, per nuovi investimenti sul personale. Sembra un paradosso ma non è così. Se ben gestita, la spending review potrebbe essere la più equa e «democratica» delle riforme: si liberano risorse dai settori dove ce ne sono troppe per evitare che altri settori di particolare rilevanza per i cittadini debbano essere ulteriormente degradati. Non si può dire ai dipendenti pubblici: ti tolgo risorse, ti blocco lo stipendio, e siccome sei un po’ fannullone può anche darsi che ti tagli la testa, ma comunque tu preparati a partecipare con entusiasmo a una straordinaria avventura di cambiamento e modernizzazione.

In un paese in cui il personale pubblico è uno dei più vecchi al mondo questa sfida è ancora più difficile.

Anzi, è proprio questo il nodo più intricato da sciogliere se si vuole riformare sul serio la pubblica amministrazione e mettere in moto una spending review permanente. Il ministro Madia ha fatto quindi bene a metterlo in agenda e a tenere il punto.

Il confronto internazionale è impietoso. L’amministrazione centrale italiana ha il tasso più alto di dipendenti pubblici con oltre 50 anni tra tutti i paesi Ocse, Giappone incluso: circa il 50% contro il 30% della Francia e il 31% del Regno Unito. Una burocrazia così anziana fa fatica a recuperare produttività e a elaborare visioni rivoluzionarie che guardino al futuro.

Altre cose che in tanti pensano invece non sono vere. Non è vero che i funzionari pubblici sono troppi. Nel decennio compreso tra il 2001 e il 2010 la diminuzione del pubblico impiego in Italia è stata di 4,4 punti percentuali (-160.000 unità), contro l’aumento del 5,1% in Francia e del 2,5% in Germania. Si contano da noi 58,4 dipendenti ogni 1.000 cittadini, un po’ più della Germania (55,4) ma molto di meno della Francia (80,8). Nessun elefante, nessun Leviatano, checché se ne dica. Semmai rimane il problema di retribuzioni dirigenziali completamente squilibrate e sproporzionate tra i diversi comparti; pensiamo a un dirigente scolastico che guadagna 6 volte in meno di alcuni direttori generali.

Ho recentemente partecipato a una ricerca sulla dematerializzazione dei procedimenti amministrativi. Le frasi che ci siamo sentiti ripetere in tutti gli enti coinvolti nella sperimentazione riflettono la consapevolezza della necessità dell’innovazione, ma anche l’impossibilità del cambiamento in un’organizzazione vecchia. «Se non si darà ai giovani la possibilità di entrare, le pubbliche amministrazioni saranno lasciate alla buona volontà dei cinquantenni. Possiamo fare tutti i corsi di formazione che volete, ma senza un ricambio generazionale le organizzazioni invecchiano». E ancora: «Io, che sono il solo qui a occuparmi di innovazione, ho 59 anni». Oppure «Molti colleghi pur avendo imparato a gestire i flussi documentali digitali, si fanno ancora una copia cartacea di tutti gli atti così si sentono più sicuri».

Siamo dunque nel mezzo della terza spending review dal 2011 ad oggi, dopo il tentativo di autoriforma dall’interno (Giarda), di riforma eterodiretta (Bondi) e dopo il mix, giustamente messo in atto da Cottarelli tra coinvolgimento dei dipendenti interni e guida esterna. Siamo in ritardo di vent’anni rispetto agli Stati Uniti e alla «Reinvenzione del governo» di Al Gore (1992) e di trenta anni rispetto al restyling fatto a forza di verifiche e «scrutini» della Thatcher (1982).

Ma per la prima volta il governo sembra aver preso di petto la questione decidendo finalmente di decidere. Ha iniziato, opportunamente, dagli enti più che dai servizi e dalle persone.

La proposta poi del ministro Madia di assumere nuove leve almeno con un rapporto 1 a 3 (rispetto ai prepensionamenti) è ragionevole. D’altro canto non ci sono alternative: inaugurare il cambiamento del settore pubblico e sperare in un paese semplice e accogliente non si può fare a risorse umane invariate. Si rischia altrimenti di avere un’anziana e bella signora con una silhouette perfetta. Ma che comunque non può correre i cento metri.

La Stampa 08.04.14

Condividi