attualità, politica italiana

"Bentornati nel mondo reale", di Massimo Giannini

Stavolta, a Palazzo Chigi, niente slide e pesciolini rossi. Il Def è un documento cruciale. Impegna il governo non solo di fronte al Paese e al Parlamento, ma anche e soprattutto di fronte alla Commissione Europea e poi all’Ecofin, che dovranno esaminarlo, approvarlo o correggerlo nel prossimo mese di giugno. Per questo, in attesa di leggere il testo definitivo varato dal governo, la prima e la più importante valutazione da fare è che la fase delle televendite è conclusa, o quanto meno sospesa. Matteo Renzi rinuncia ad usare le sue abituali “armi di persuasione di massa”.
PIER Carlo Padoan comincia ad usare le sue essenziali “strategie di contenimento”. Il risultato è un Documento di Economia e Finanza ancora denso di zone d’ombra, ma sufficientemente credibile sul piano numerico, e sostanzialmente condivisibile sul piano politico. Il roboante esordio nella stanza dei bottoni e l’ubriacante tour nelle capitali europee ci avevano restituito un presidente del Consiglio fin troppo convinto che «l’Europa cambia verso» e che l’Italia può «forzare» la griglia degli impegni comunitari. La conferenza stampa di ieri, volitiva ma non certo pirotecnica come la precedente, ci restituisce invece un premier che per fortuna ha imparato a fare qualche conto con la realtà. E la realtà, purtroppo, è che non siamo in condizione di sottrarci ai vincoli di bilancio che abbiamo volontariamente sottoscritto.
Li rispetteremo, ora è nero su bianco. E questa è già un’ottima notizia, che ci mette al riparo dai pericolosi avventurismi e dai penosi velleitarismi delle ultime settimane. Questo non significa morire
di austerità. La scommessa del Def è raggiungere gli obiettivi di finanza pubblica non solo attraverso le manovre di contenimento del deficit e del debito, ma soprattutto attraverso la crescita del Pil sostenuta dalle riforme strutturali da approvare
nel frattempo.
Nessuno, nemmeno Renzi-Mandrake che gioca al «rullo compressore» e Padoan-Lothar che fa il severo controllore, può escludere che il piano di riforme fallisca. Ma obiettivamente, in attesa di convincere la signora Merkel e l’intera Eurozona a rivedere le basi economiche della sua convivenza, questo è l’unico modo per disinnescare la gigantesca mannaia del Fiscal Compact e del Six Pack, che dal 2016 ci obbligherebbero a rientrare di un ventesimo l’anno della parte di debito che eccede il 60% del Pil. Vuol dire stangate da 50 miliardi l’anno per i prossimi 15 anni. Cioè la pura e semplice macelleria sociale.
Viceversa, come ha spiegato Padoan, ci basterebbe ottenere di qui ai prossimi tre anni una crescita nominale del 3%, di cui un 1% di aumento del Pil e un 2% di aumento dell’inflazione, e la ghigliottina ci sarebbe risparmiata, perché il debito si ridurrebbe in automatico per il solo effetto della crescita del Prodotto lordo. La scommessa è tutta qui. Ricorda quella che fecero Prodi e Ciam-
pi sugli spread tra il ’96 e il ’99, quando l’ingresso nell’euro senza uccidere l’economia nazionale fu assicurato dall’enorme risparmio di spesa per interessi e dall’avanzo primario cumulato in quegli anni: grazie alla «cura» e alla credibilità di quel governo, il differenziale con i tassi tedeschi scese in due anni da 600 a zero punti.
La storia non si ripete mai due volte. E quando lo fa o è tragedia o è farsa. Tuttavia, nelle condizioni date, è l’unico azzardo che si può tentare. Tutto ruota intorno alle riforme, alla loro praticabilità e alla loro incisività. I chiaroscuri sono ancora tanti, e Renzi non li ha affatto illuminati. Non è chiaro come sarà articolato il taglio del cuneo
fiscale nella busta paga di maggio, e come sarà applicato ai cosiddetti «incapienti». Non è chiaro dove calerà la scure della Spending Review che rischia di riprodurre il nefasto schema tremontiano dei tagli lineari. Non è chiaro quando la riduzione dell’Irap, e dunque il contestuale aumento dell’imposta sulle rendite finanziarie. Non è chiaro quanto e quando saranno saldati i crediti dello Stato verso le imprese. E nulla si sa ancora di come saranno davvero riformati il fisco, la Pubblica Amministrazione e il mercato del lavoro.
Nell’immediato restano due cose buone, purché non si rivelino una tantum. Gli 80 euro mensili di sgravio Irpef, che Renzi chiama la «quattordicesima nelle tasche degli italiani», è una bella boccata d’ossigeno per molte famiglie. Il miliardo in più di tassazione sulle banche, per le plusvalenze realizzate con la rivalutazione delle quote di Bankitalia, è una scelta di equità che riequilibra il prelievo tra chi ha molto e chi ha poco. Se a questo si aggiungono il tetto agli stipendi dei manager e il rilancio dei tagli a tutte le caste, viene fuori un pacchetto di misure dal forte sapore elettorale. Riflettono quella vena di «populismo dolce» di cui Renzi è obiettivamente portatore. Ma incrociano un sentimento fortemente radicato nella società italiana.
Per questo il premier cresce nell’indice di fiducia e il Pd vola nei sondaggi. Ogni giorno che passa – tra la battaglia sul Senato e questo stesso Def – diventa sempre più evidente che il voto europeo del 25 maggio sarà lo snodo esiziale della legislatura. Renzi cerca lì il suo «lavacro», per purificarsi del peccato originale commesso ai danni di Enrico Letta. Ce la può fare, con Grillo fiaccato dalle risse tra «cittadini» e Berlusconi affidato ai servizi sociali. Ma dal 26 maggio la stagione delle promesse deve finire. Bentornati nel mondo reale.

La Repubblica 09.04.14

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