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"Il cuneo fiscale è sempre troppo elevato", di Luigina Venturelli

Del recentissimo taglio dell’Irpef deciso dal governo c’era un disperato bisogno. Una verità che risulta non solo dall’analisi del Paese reale, di cui ben si conoscono stati di crisi e situazioni di malessere sociale in larghi strati della popolazione, ma anche dalle ultime ricerche dell’Ocse: incrociando i dati relativi all’economia, al fisco e alla retribuzione del lavoro in Italia, infatti, la distorsione salta subito all’occhio.

La nostra è la terza economia dell’area euro, eppure i nostri stipendi medi si fermano ai posti bassi della classifica, al nono per l’esattezza. Rispetto ai colleghi europei, i lavoratori italiani sono fra i più tartassati dal fisco, eppure il cuneo tra il lordo e il netto di quel che guadagnano ha continuato a salire fino a pochi mesi fa. Almeno per le persone single e senza figli. Le uniche variazioni positive registrate dall’organizzazione parigina nel 2013 hanno riguardato le famiglie, ma in ogni caso la pressione sulle retribuzioni resta elevatissima, di gran lunga superiore alle medie Ocse.

In dettaglio, l’Italia nel corso dell’anno scorso ha ridotto il cuneo fiscale per i nuclei famigliari monoreddito e con due figli di 0,5 punti percentuali al 38,2%: un piccolo miglioramento che ci permette di scendere dal quarto al quinto posto, ma ben oltre i livelli medi dei Paesi considerati, che si attestano al 26,4%. Peggio dell’Italia fanno solo la Grecia al 44,5%, la Francia al 41,6%, il Belgio e l’Austria al 41%. Posizione invariata al sesto gradino della classifica, invece, per i single senza figli che sopportano un cuneo fiscale al 47,8%, salito di un punto negli ultimi cinque anni. La media dell’area Ocse è pari al 35,9%, circa dodici punti percentuali in meno del nostro dato nazionale, inferiore solo a quello di Belgio (55,8%), Germania (49,3%), Austria (49,1%), Ungheria (49%) e Francia (48,9%).

I raffronti internazionali non sono lusinghieri nemmeno sul fronte dei redditi. Il Paese dell’Eurozona con i salari lordi più alti è il Lussemburgo, con una media di 52.902 euro all’anno nel 2013. Seguono, tutti sopra i 40 mila euro, olandesi, belgi, tedeschi, finlandesi e austriaci. Mentre l’Italia, con una retribuzione media annua lorda di 29.704 euro, si trova in nona posizione (grazie a un incremento dell’1,3% sul 2012), preceduta da Francia e Irlanda e seguita da Spagna e Grecia. In fondo alla lista, con retribuzioni annue inferiori ai 20 mila euro lordi, Slovenia, Portogallo, Estonia e, fanalino di coda, la Slovacchia con 10.015 euro lordi all’anno in media per lavoratore.

IL DECRETO LAVORO

Per sperare di migliorare il livelli delle retribuzioni medie, l’Italia dovrà attendere la ripresa dell’economia reale e del mercato del lavoro. Determinante in tal senso, almeno nelle intenzioni dell’esecutivo, dovrebbe rivelarsi il decreto Poletti per il quale sono state presentate finora 376 proposte di modifica in Commissione Lavoro alla Camera, 39 delle quali sono state depositate dal Partito democratico. E diverse so- no quelle che potranno essere introdotte, senza però stravolgerne l’impianto complessivo e senza superare il limite imposto dal ministro Giuliano Poletti, quello cioè dei 36 mesi di durata del contratto a termine. È quanto ha assi- curato ieri il relatore del provvedimento, Carlo Dell’Aringa, ricordando i punti su cui il governo sarebbe disposto a trattare.

Potrebbe essere ridotto il numero delle proroghe per i contratti a termine, potrebbe delinearsi un periodo transitorio dalle vecchie alle nuove norme, ci dovrebbero essere novità sulla soglia del 20% (in alcuni settori, come quello agricolo, molte aziende rischierebbero di dover licenziare propri lavoratori). Possibili anche modifiche sull’apprendistato.

L’Unità 12.04.14

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