attualità, politica italiana

"Silvio e Marcello", di Sebastiano Messina

Solo un destino cinico ma non baro poteva volere che dopo vent’anni passati a fuggire dai giudici, dai processi e dalle manette Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri si ritrovassero a vivere, senza condividerla, l’angoscia per le condanne che li aspettano. Condanne separate, e assai diverse tra loro. L’ex Cavaliere aspetta di sapere se potrà estinguere una pena di quattro anni per frode fiscale con una simbolica collaborazione a un servizio sociale, mentre sul suo sodale, sul suo socio, sul suo carissimo amico Marcello pende una spada di Damocle assai più pesante, sette anni di carcere (carcere vero, senza scappatoie) per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma anche l’attesa, stavolta, li separa. BERLUSCONIsi è cupamente blindato nella villa di Arcore, dove non può neanche riaccendere le luci del bunga-bunga, mentre Dell’Utri è semplicemente scomparso, sparito, dissolto: da ieri è ufficialmente “latitante”, anche se lui ha trovato il modo di far sapere che non è in fuga ma sta solo «effettuando esami e controlli», chissà come e chissà dove — c’è chi dice a Santo Domingo, chi in Libano e chi nella Guinea Bissau — e anche se la sua angioplastica strategica somiglia tanto all’uveite tattica dell’amico Silvio al processo Ruby.
Sappiamo tutti che Dell’Utri non sarebbe diventato Dell’Utri senza Berlusconi, ma certo neanche Berlusconi sarebbe arrivato dov’è arrivato senza l’amico siciliano, che a 20 anni gli faceva da segretario personale, a 30 era il suo braccio destro all’Edilnord, a 40 rastrellava la pubblicità miliardaria per le sue tv e a 50 gli tirò su dal nulla il partito, arando il terreno con una geniale campagna di affissioni dove bambini felici sorridevano sotto uno slogan che sembrava innocente, «Fozza Itaia», e invece preparava il pubblico, cioè gli elettori, alla nascita del partito-azienda che in quattro mesi avrebbe vinto le elezioni. Erano una coppia formidabile, Silvio & Marcello, uno al timone con l’uniforme candida del capitano e l’altro in sala macchine a far andare a trenta nodi la corazzata di Forza Italia. Insieme combattevano, insieme vincevano e insieme si divertivano. Raccontò una volta Berlusconi che avevano fatto una scommessa, loro due, sulla sua capacità di riuscire a fare un complimento a chiunque, durante una con-ventiondel partito. «A un certo punto mi sono trovato davanti a uno spastico. Non sapevo cosa dire. Leggevo già il sorriso del vincitore negli occhi di Dell’Utri, poi ho trovato: “Ma che stretta di mano vigorosa!”». Questa era l’aria che si respirava, sul ponte dell’invincibile armata berlusconiana.
Poi insieme si erano ritrovati a essere inseguiti da accuse da smontare, da inchieste da neutralizzare, da reati da depenalizzare, e ancora una volta avevano condiviso la paura del carcere e la strategia per evitarlo. Poi sembrò che i loro destini si fossero separati, da quella sera del 13 aprile
del 1999, quando Silvio riuscì a fare in modo che la Camera negasse ai magistrati l’autorizzazione ad arrestare Marcello e la sera lo aspettò davanti all’uscita di Montecitorio sulla sua auto, con il motore acceso, e risultò chiaro che l’amico siciliano da quel momento in poi si sarebbe dedicato solo alla sua salvezza giudiziaria, mentre l’altro si preparava a tornare a Palazzo Chigi per altri cinque anni.
Adesso, dicevamo, un destino beffardo li riunisce ancora nell’inquietudine angosciosa di chi non è più padrone della propria sorte. E improvvisamente la loro creatura politica —appena tornata in società con il nome da signorina: Forza Italia — scopre che la prossima settimana i giudici potrebbero decapitarla, disarmando il leader che l’ha inventata e ordinando addirittura il carcere per l’architetto che l’ha costruita. E cosa rimane, senza Berlusconi e senza Dell’Utri, del partito-azienda capace di rinascere dalle sue ceneri? C’è Verdini, ma anche lui ha i guai suoi. C’è il giovane Toti, con la sua faccia da bravo ragazzo ma senza neanche l’ombra dell’energia vitale che un capitano deve avere. Ci sono i colonnelli che sono invecchiati aspettando la greca da generale, dall’ex giovane Fitto al sempre scalpitante Brunetta, ci sono le donne fatali che a sentirle parlare sembrerebbero disposte a salire pure sul rogo al posto dell’amato Presidente. E c’è una pletora di berlusconesin servizio permanente effettivo, dall’inaffondabile Gasparri alla bellicosa Gelmini, che senza l’ex Cavaliere — e senza neanche Dell’Utri — diventerebbe un’armata Brancaleone nella quale ognuno andrebbe “sanza meta, ma da un’altra parte”, come nel film di Monicelli.
A quaranta giorni dalle Europee — nelle quali ognuno conterà i suoi voti, senza trucco e senza inganno — il partito che un anno fa perse le elezioni per una manciata di voti guarda dentro di sé e vede una scatola vuota. Pensa al futuro che lo aspetta e apre con mano tremante le buste con i sondaggi, nei quali la bandiera nera del corsaro Grillo è ormai stabilmente davanti al vessillo sbiadito disegnato vent’anni fa da un geniale pubblicitario. Una sorte amara attende Forza Italia, ora che il suo fondatore è un pregiudicato e il suo inventore un latitante.

La Repubblica 12.04.14

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