attualità, politica italiana

Napolitano va in tv “Gli euroscettici non fermano la Ue”, di Umberto Rosso

L’euroscetticismo alle prossime elezioni europee non vincerà. Giorgio Napolitano, per la prima volta nei panni di ospite in una trasmissione tv, ne è convinto: preoccupazioni ce ne sono ma «l’Europa non tornerà indietro». E lo spiega a Fabio Fazio, che è andato a intervistarlo nello studio alla Vetrata al Quirinale. Certo, se a Strasburgo dovesse far breccia una forte ondata anti-euro «il timore è che nel Parlamento il cammino diventi più faticoso». Ma il capo dello Stato non crede appunto ad un’Europa che innesti la retromarcia, pure «con tutti coloro che arrivassero appunto da euroscettici». Anzi, forse «qualcuno sarebbe conquistato da una conoscenza diretta, da una partecipazione diretta» all’avventura fra i banchi dell’europarlamento. Potrebbe finire arruolato alla “causa”. Il messaggio del capo dello Stato sembra indirizzato soprattutto a Grillo e grillini (e al variegato arcipelago anti-Ue), e alla sbandierata convinzione di far man bassa di voti il prossimo 25 maggio, nella speranza di mandare all’aria in un colpo solo Renzi, il governo, il Pd e l’intera legislatura. Scenario in cui evidentemente il capo dello Stato, pur senza farne diretto riferimento, non crede affatto. I partiti però in campagna elettorale «non devono sfuggire al tema» dell’Europa. «Quello che si è costruito nei rapporti tra le economie, le società, tra le culture e anche i sistemi giuridici, non può essere distrutto nemmeno da parte di chi lo voglia accanitamente». E così rilancia l’ipotesi anche dell’elezione diretta di un Presidente europeo, «è una prospettiva da tenere aperta». Ricorda Kissinger, che polemicamente chiedeva “voglio un numero di telefono per parlare con l’Europa”: quel numero, dice ora il capo dello Stato, sarebbe più capace di rispondere alla telefonate «se fosse quello di un Presidente eletto dai cittadini o anche un Presidente il cui nome scaturisca dai risultati delle elezioni europee».
Tutto bene allora nella Ue? Nient’affatto, come ha spiegato anche nel librointervista “La via maestra” di Federico
Rampini (e che fa da spunto alla puntata di “Che tempo che fa” di ieri sera): se la delusione e lo scetticismo montano è colpa anche di Bruxelles. Rispetto ai colpi pesantissimi della crisi «l’Unione ha reagito tardi, tra molte difficoltà e in modo anche discutibile». Di più. Dal vertice della Ue «non sono riusciti a stabilire un rapporto più diretto con i cittadini ». In termini di informazione, comunicazione, coinvolgimento sulle scelte che venivano fatte. «Questo è un grosso tema che oggi è all’ordine del giorno». Ma non c’è solo Europa e non c’è solo l’ufficialità. Perché nel “debutto” tv in prima serata, Napolitano apre pure l’album dei ricordi personali. Dal suo primo viaggio all’estero a Praga nel ‘46, ma come fu «sensazionale» scoprire Parigi tre anni dopo. Kissinger che non gli concede il visto per gli Usa nel 1975, «poi però abbiamo avuto uno straordinario recupero di rapporti amichevoli». E quell’incontro in Germania col cancelliere tedesco Brandt mentre stava cadendo il muro di Berlino, solo che nè l’uno né l’altro ne percepirono nulla: «Fummo sfiorati dal vento della storia senza rendercene
conto». Oggi, che sensazione provoca in Napolitano, chiede Fabio Fazio, la frase “ce lo chiede l’Europa”? «Non è una cattiva parola però suscita molti equivoci. Fu adoperata da uomini di governo italiani europeisti per sbloccare certe situazioni, una richiesta, una frusta dall’Europa».
E tuttavia ci sono macigni che il nostro paese deve riuscire a togliersi non perché lo vuole l’Europa ma perché si tratta di una necessità vitale: il debito pubblico, strettamente intrecciato al destino dei giovani. «Questo fardello — ammonisce Napolitano — pesa soprattutto su di loro. Paghiamo ogni anno 80 miliardi di interessi sui titoli. Non solo dobbiamo aprire prospettive di lavoro ma garantire di non pagare per il debito contratto dalle generazioni più anziane». Senza mettere in pericolo i diritti sociali. La stagione della “velocità” e della “competitività” deve legarsi allo Stato sociale, «non è tanto la questione della velocità che li mette a rischio quanto il costo che alcuni dicono non più sostenibili: ma ciò che sta scritto nei nostri trattati è qualcosa di irrinunciabile».

La repubblica 14.04.14

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