attualità, politica italiana

"Perché servono candidature che funzionino", di Stefano Lepri

Se il 25 maggio sarà una bella domenica di sole, alcuni avranno la tentazione di passarla al mare o in campagna. «Tanto il Parlamento europeo ha pochi poteri» si dirà, per trovare una scusa. Ma non è così. L’assemblea di Strasburgo era senza poteri o quasi la prima volta che fu eletta a suffragio universale, 35 anni fa. Poi, piano piano, se ne è guadagnati sempre di più.

Certo non ha il potere di iniziativa legislativa, come la hanno – la devono avere – i Parlamenti nazionali di uno Stato sovrano democratico. Però le leggi europee vi vengono discusse e cambiate. Le maggioranze che vi si formano influiscono sugli eventi politici. Seppur in modo mediato, il peso dell’opinione pubblica vi si fa sentire; può correggere i compromessi di potere tra governi.

Il caso più recente è quello dell’unione bancaria: per opera del Parlamento europeo l’accordo finale è meno segnato dalle riluttanze tedesche di quanto lo fosse l’accordo originariamente raggiunto tra i ministri; rende meno opaca e meno macchinosa la procedura per impedire che le difficoltà di una singola banca provochino danni più estesi in tutta l’area.

Un altro caso importante risale al 2006: un accordo tra i due principali gruppi, popolari e socialisti, annacquò la controversa direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi. Per l’estrema sinistra non fu abbastanza, e ne seguirono manifestazioni di piazza in molti Paesi; per i liberisti fu al contrario un errore. In ogni caso, si cambiarono norme che riguardano la vita quotidiana di tutti.

Nel 2014 con le candidature uniche a presidente della Commissione per la prima volta si potrà scegliere di votare per una parte politica europea – centro-destra, liberali, centro-sinistra, estrema sinistra – e non soltanto un partito nazionale che poi farà mediazioni con altri partiti nazionali. I 4 candidati non entusiasmano, un buon numero di elettori non si riconoscerà in nessuno tra loro, però è un inizio.

Le sue sedute all’apparenza sono una Babele dove perlopiù ciascuno parla la sua lingua e gli altri ascoltano in cuffia. Tuttavia vi si elaborano valori comuni; come quando nel 2004 Rocco Buttiglione fu bocciato come commissario europeo a causa delle opinioni che aveva espresso sull’omosessualità come «disordine morale».

Piaccia o non piaccia, un organismo eletto dal popolo ha maggior titolo a dire la sua. Può contribuire a mutare una struttura istituzionale dell’Unione europea che ai cittadini pare lontana. Sarebbe bene che la campagna elettorale si facesse più precisa. Chi vota ha il diritto di chiedere agli eletti in che modo faranno sentire la sua voce, quali modifiche istituzionali cercheranno.

Da subito occorrerebbe essere sicuri che le candidature vengano prese sul serio. Quando da Londra è trapelato che il governo britannico potrebbe mettere il veto a tutti e tre i principali – Jean-Claude Juncker dei Popolari, Martin Schulz dei Socialisti, Guy Verhofstadt dei Liberali – da Berlino si è ribattuto che i nomi tra cui scegliere sono quelli; ma a Parigi si hanno idee diverse, l’esito è incerto.

Più difficile è inserire nella campagna elettorale la vera questione che si porrà dopo il voto. Se da una parte la Gran Bretagna è inquieta sulla propria permanenza nell’Unione, dall’altra i Paesi dell’euro sentono l’urgenza di stringere legami più solidi. Può essere razionale prendere due strade diverse, con una Unione a 28 allentata, e una area euro a 18 dotata di istituzioni proprie.

Dalla Germania pare verranno proposte in questo senso, non si sa quando. Troppo delicate per parlarne prima del voto? Ma il rischio che vadano forte i partiti antieuropei, o che cresca ancora l’astensione, è più forte se ci si limita a discorsi vaghi.

La Stampa 14.04.14

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