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"Adesso Renzi apre gli archivi sulle stragi ", di Adriana Comaschi

Niente più atti riservati o segreti se relativi alle stragi che hanno insanguinato il Paese, come quella di piazza Fontana o della stazione di Bologna, o a episodi oscuri anche recenti, vedi l’assassinio della giornalista Ilaria Alpi a Mogadiscio. La direttiva annunciata dal presidente del Consiglio Matteo Renzi per portare alla luce documenti su bombe e attentati che hanno segnato la storia repubblicana tra il 1969 e il 1984 è stata firmata ieri. E promette di riportare sotto lo sguardo pubblico dell’Archivio di Stato materiali finora off limits.
Quanti? Non lo sa nemmeno il governo, proprio perché come racconta chi da decenni si è battuto per abbattere muri di gomma, diradare nebbie e veleni quello che anzitutto manca per costruire una memoria completa di quegli avvenimenti è una “mappa” delle centinaia di archivi in cui possono essere depositate informazioni utili. Quel che conta è che «una mole enorme di documenti sarà presto a disposizione degli studiosi, degli organi di informazione, di tutti i cittadini», rivendica il premier.
COSA CAMBIA E COME
Con buona pace poi di Beppe Grillo che su Fb prima dei dettagli sul provvedimento insorge contro «Renzi e e il segreto di Stato. L’abbiamo smascherato in mezzo secondo, basta balle» non c’è in gioco tanto il segreto di Stato, che non può mai essere opposto per reati di strage e terrorismo. Piuttosto una marea di atti per la maggior parte catalogati come «riservati», e per il resto «riservatissimi» «segreti» e «segretissimi »: quattro classificazioni che di per sé non hanno scadenza. Il segreto di Stato può durare invece al massimo 30 anni, dopo la riforma varata nel 2007 che mancava però ancora dei decreti attuativi e che ora «trova concreta attuazione rivendica il sottosegretario Marco Minniti in un aspetto rilevante come quello del riconoscimento degli archivi dell’intelligence come patrimonio a disposizione di tutti». Si parla di carte in mano a tutti i gangli della pubblica amministrazione: Servizi segreti ma anche ministeri, degli Interni come degli Esteri, che potrebbero essere determinanti in casi come quello di Ustica. Le carte verranno trasferite all’Archivio di Stato e ancora prima a una commissione ad hoc, incaricata di fare ordine in questo magma ancora indistinto, secondo un criterio cronologico (dal più antico ai tempi più recenti), «superando l’ostacolo posto dal limite minimo dei 40 anni previsti dalla legge », si legge nel provvedimento twittato in parte dallo stesso premier.
La direttiva firmata da Renzi dopo il Comitato Interministeriale per la Sicurezza di venerdì dispone la «declassificazione » degli atti relativi a «piazza Fontana (1969), Gioia Tauro (1970), Peteano (1972), Questura di Milano (1973), piazza della Loggia a Brescia e Italicus (1974), Ustica e stazione di Bologna (1980), rapido904 (1984)». Il presidente del Consiglio rivendica «trasparenza e apertura come uno dei punti qualificanti del nostro governo» e lo presenta la svolta come «un dovere verso i cittadini e i familiari delle vittime di episodi che restano una macchia oscura nella nostra memoria comune». La mossa dell’esecutivo in effetti riporta sotto i riflettori drammi nazionali che troppo spesso hanno conosciuto depistaggi, verità parziali e magari solo giudiziarie, mentre sono rimasti nell’ombra mandanti e ispiratori, il ruolo della destra eversiva e massonica, quello di apparati deviati dello Stato.
UN PUZZLE DA RICOMPORRE
L’operazione appare dunque tanto ambiziosa quanto complessa. Si partirà subito. Manon si speri in rivelazioni sconvolgenti aprendo qualche cassetto o «armadio della vergogna», la partita è più articolata e richiederà mesi, chiarisce lo stesso esecutivo. «È come dover mettere insieme i pezzi di un puzzle. Ma intanto questa è un’ottima novità» premette Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione parenti delle vittime di Ustica che della campagna per una verità completa per quanto scomoda sugli 81 morti del Dc9 Itavia ha fatto una ragione di vita. Contro tutta una serie di apparati, che per decenni hanno negato quello che la sentenza della Cassazione del gennaio 2013 ha invece riconosciuto: la sera del 27 giugno 1980 nel cielo di Ustica c’erano diversi aerei che hanno dato vita a uno scontro di guerra in tempo di pace, il volo Palemo-Bologna fu abbattuto da un missile di provenienza non ancora identificata.
«Per anni abbiamo chiesto che al di là della verità giudiziaria la politica, il governo si facessero carico di tutto il materiale ricorda allora Bonfietti ancora non messo a disposizione nè dei magistrati né degli storici. Ricordo un convegno proprio sul tema degli archivi che abbiamo organizzato nel 2011 a Bologna: Massimo D’Alema, allora alla guida del Copasir, ci disse di aver trovato oltre cento archivi mai aperti. La direzione insomma è questa, le difficoltà saranno moltissime ma è la volontà politica il fatto importante e nuovo, finora solo le associazioni e chi era più vicino a questi fatti si era posto il problema ».
Il punto insomma è anzitutto recuperare quanto disperso, «solo così potremo scacciare i fantasmi che da decenni schiacciano il nostro Paese. La trasparenza da Renzi è un fatto molto, molto positivo», così lo saluta il deputato Pd Paolo Bolognesi, guida dei parenti delle vittime della strage alla stazione di Bologna. «Ancora l’anno scorso in un’audizione parlamentare un alto graduato dei Carabinieri negava che l’Arma avesse un archivio su certi fatti continua Bolognesi -, occorre invece bussare anche alla loro porta». E una volta avuto accesso a tutte le fonti, il passo successivo dovrebbe essere quello di «digitalizzare tutto: si può fare anche senza costi eccessivi, abbiamo già presentato un progetto in questo senso al Guardasigilli».
Forte della sua lunga esperienza l’ex magistrato Libero Mancuso tra l’altri pm nel processo contro Mambro e Fioravanti per la bomba del 2 agosto a Bologna e giudice degli assassini di Marco Biagi invita comunque a non trascurare i casi in cui è stato opposto il segreto di Stato (ultimo quello sul rapimento dell’iman Abu Omar da parte della Cia, nel 2003 a Milano): «Si dovrebbe prevedere una sanzione per chi l’abbia imposto senza ragioni adeguate, ma solo per coprire alcuni personaggi, altrimenti non verremo mai del tutto fuori da dinamiche che hanno bloccato la nostra democrazia». Chiede chiarezza su questo nodo anche il senatore Pd Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani, con un’interrogazione proprio a Renzi per sapere «in quali casi e in quali date è stato apposto il segreto di Stato e per quali di questi è tuttora valido».

L’Unità 23.04.14

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