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"Riforme, ecco il piano B di Renzi", di Francesco Bei e Giovanna Casadio

Avanti anche senza Berlusconi. Oggi il premier da Napolitano. Il premier lavora a un piano B sulle riforme dopo la sortita di Berlusconi. Per Renzi si tratta di estendere l’Italicum anche per Palazzo Madama e andare al voto in autunno. Sarebbe così il nuovo Parlamento ad eleggere il successore di Napolitano che Renzi vedrà oggi.
«Avanti anche senza Forza Italia », avverte il ministro Boschi, mentre il presidente del Consiglio sottolinea: «Fi non rompe, ha la necessità di recuperare posizioni su Grillo».

Ne ha parlato soltanto con pochissimi e fidati. Ma il piano esiste, eccome. Se tutto dovesse finire nelle sabbie mobili, se Berlusconi si dovesse rivelare un ostacolo insormontabile sulle strade per le riforme, Matteo Renzi ha in già in mente cosa fare. «Non mi faccio cuocere a bagnomaria. Facciamo l’Italicum anche per il Senato e torniamo a votare».
Certo, per ora si tratta di una nube lontana, un’operazione rischiosa da adottare soltanto come extrema ratio. Escluso che Renzi solleverà la questione oggi al Quirinale, nel colloquio che avrà con Napolitano. Per il momento il premier ha ordinato di gettare acqua sul fuoco rispetto ai proclami bellicosi di Forza Italia. «Keep calm and carry on», come ha scritto in un sms. Tanto più che, nei numerosi contatti di ieri tra palazzo Chigi e il quartier generale forzista, a Renzi è stato assicurato che solo di campagna elettorale si tratta. Tanto è vero che la linea pacta servanda sunt è stata ribadita in serata da una dichiarazione alla camomilla di Giovanni Toti: «Nessuno può osare pensare che Forza Italia non rispetti i patti». Eppure l’operazione Italicum di Renzi resta nei cassetti di palazzo Chigi, pronta a essere dispiegata nel caso le elezioni europee portassero il Pd a un risultato lusinghiero e la riforma della Costituzionale finisse impantanata. La legge elettorale per il Senato sarebbe ricalcata su quella della Camera – ballottaggio compreso – ma per venire incontro al Nuovo centrodestra le soglie di sbarramento interne alle coalizioni sarebbe abbassate al 4 per cento. Perché è chiaro che, se Forza Italia si sfilasse, il nuovo Italicum dovrebbe passare con i soli voti della maggioranza. «Se Fi dovesse cambiare idea e tirarsi indietro – ha ribadito ieri sera Maria Elena Boschi – andremo avanti con la maggioranza, con i numeri che abbiamo». A quel punto, Napolitano permettendo, sarebbe solo un problema di convenienza elettorale. Votare a ottobre 2014 sarebbe possibile, anche se ovviamente durante il semestre europeo il capo dello Stato farà di tutto per non “regalare” al paese un’altra campagna elettorale. Altra ipotesi sarebbe quella della primavera 2015. Entrambe le finestre elettorali darebbero comunque a Renzi la possibilità di ripresentarsi davanti agli elettori senza il pesante fardello di tagli – 17 miliardi – che la spending review prevede per il 2015. Oltretutto sarebbe il prossimo Parlamento, a quel punto, a scegliere il nuovo presidente della Repubblica. Il premier potrebbe contare su gruppi parlamentari più fedeli e meno a rischio di imboscate come quelle dei 101 che tradirono Prodi.
E tuttavia, almeno fino al voto del 25 maggio, questi discorsi restano tra le quattro mura dello studio del premier. Ora è il momento di concentrarsi sul presente ed evitare quella che Renzi con i suoi definisce la «bersanizzazione della campagna elettorale ». Ovvero la sindrome pericolosissima che prende il Pd quando i sondaggi sono favorevoli. Quell’atteggiamento “abbiamo già vinto” che costò la vittoria a Bersani. Il premier è fiducioso sul risultato ma resta prudente. «Grillo inventa la storia della rimonta ma non è così. Comunque non dobbiamo mollare ». Semmai i renziani iniziano a essere preoccupati per i sondaggi al ribasso del Cavaliere. Gli esperti elettorali democratici hanno infatti rilevato che ogni voto in uscita da Forza Italia, invece di andare all’Ncd, finisce per ingrossare il paniere del M5s. Per cui una Forza Italia crollata al 16 per cento equivarrebbe a un M5S cresciuto oltre il 26 per cento. Un risultato che certo a palazzo Chigi nessuno si augura.
In ogni caso gli sforzi di Renzi e dei suoi collaboratori sono ora tutti concentrati a far rientrare la fronda interna al Pd, una ricucitura indispensabile per andare avanti. Sms sono partiti in queste ore dal ministro Boschi, dal sottosegretario Delrio e dallo stesso Renzi indirizzati ai dissidenti. L’appello è: non offriamo sponde a Berlusconi, «evitiamo le divisioni». Ma il premier ha anche ammesso che il governo non si impiccherà su una settimana in meno o in più di discussione. Lo fa sapere in un giro di telefonate alle «teste calde» dem Lorenzo Guerini, il vice segretario: «I tempi slittano, è inevitabile. Il 16 maggio il Senato sospende l’attività. Però entro quella data potremmo chiudere in commissione. Il risultato politico ci sarebbe comunque».
La sinistra del Pd spera in questo allungamento dei tempi per cambiare il testo. I dissidenti dem sono convinti che sia l’unico effetto positivo del caos scatenato da Berlusconi. «Togliere la riforma del Senato dalla campagna elettorale per le europee è un bene, così possiamo riprendere a parlare dei contenuti», osserva Felice Casson. Tutto questa apertura al dialogo non convince un renziano duro e puro come Giachetti, sempre più pessimista. «Il nostro problema – confida – non è Berlusconi ma la minoranza interna. Si accaniscono sulla riforma del Senato ma è l’Italicum il loro vero obiettivo. Faranno di tutto per fermarlo».

da Repubblica

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