attualità, politica italiana

"Pagliacciata populista per un pugno di voti", di Gad Lerner

Quando Berlusconi gigioneggia sui tedeschi sostenendo che «secondo loro i campi di concentramento non sono mai esistiti», va ben al di là di un’esibizione di ignoranza: il falso storico diviene arma impropria di propaganda, grottesca pulsione demolitrice di un’architettura europea già pericolante. Pur di colpire un avversario politico, il socialista Martin Schulz, che solo l’altro ieri a Genova aveva voluto visitare Villa Migone, il luogo in cui 69 anni fa il generale tedesco Gunther Meinhold sottoscrisse davanti ai partigiani il suo atto di resa incondizionata, Berlusconi non esita a provocare un incidente diplomatico. Lo fa da sprovveduto, con quella sua intonazione canzonatoria che ancora una volta lo rimpicciolisce al cospetto della tragedia storica con cui vorrebbe misurarsi. Come il 27 gennaio 2013 quando, subito prima di assopirsi in prima fila al Memoriale milanese della Shoah, aveva definito Mussolini «un leader che per tanti versi aveva fatto bene».
Il suo fare maldestro rischia di indurci a sottovalutarne la pericolosità. Biascica a vanvera di
«fosse di Putin, no scusate, di Katyn», per sostenere che i tedeschi ricordano un crimine sovietico ma negherebbero viceversa i crimini nazisti. Si compiace della «campagna pubblicitaria straordinaria» di cui avrebbe beneficato Martin Schulz definendolo «kapò», «benevolmente pensando di dargli una occasione di lavoro in tv». Può darsi che davvero non capisca quando richiama «la mia solita ironia»: «Stavo sorridendo, stavo celiando»… Per lui i campi di sterminio sono al massimo argomento da barzelletta.
L’uomo che per un ventennio ha ricoperto di discredito internazionale il nostro Paese è anche la dimostrazione vivente del danno culturale subìto da una collettività reticente nel fare i conti con le sue colpe storiche. Campione dell’autoindulgenza, tipico esponente di un’Italietta minimizzatrice sulle responsabilità del fascismo, a furia di ripetersi che in fondo siamo sempre stati “brava gente” gli viene naturale proiettare sugli altri il vizio che coltiva per sé.
Sarà inutile, dunque, segnalare al condannato che ancora sproloquia in pubblico, quale netta differenza di comportamento abbia manifestato la classe dirigente tedesca di fronte alle responsabilità dei dodici anni di regime hitleriano. Dubito che il magnate televisivo Berlusconi abbia mai sentito parlare di Guido Knopp, il divulgatore della storia dei crimini nazisti che, a partire dal 1978, ha inchiodato davanti ai teleschermi della Zdf, con trasmissioni choc in prima serata, la Germania intera. Senza indulgenze, senza tacere né l’orrore né il coinvolgimento di massa nella pratica dello sterminio. I libri di Knopp sono pubblicati anche in lingua italiana, ma a che servirebbe consigliarli al nostro politico ignorante?
La Germania che a partire da Adenauer fino ad oggi non ha smesso di offrire risarcimenti ai familiari delle sue vittime, e le onora con un senso di colpa del tutto assente in personaggi come Berlusconi — artefice della riabilitazione del fascismo italiano — oggi è di nuovo al centro di un’aspra controversia sul futuro dell’Europa. Ciò dovrebbe indurre dei leader responsabili a rifuggire dalla strumentalizzazione di ferite che ancora sanguinano. Un conto è criticare la politica dell’austerità impersonata da Angela Merkel (che peraltro milita nella stessa formazione politica europea di Berlusconi, almeno fino a quando il Ppe non si deciderà a espellere dalle sue fila Forza Italia); ben altro gettare il marchio del nazismo addosso a un esponente della sinistra “colpevole” solo di essere tedesco.
Questo è infatti il calcolo, meschino e irresponsabile, che si cela dietro alla pagliacciata berlusconiana: alimentare un sentimento popolare antitedesco nella speranza che ciò gli procuri il recupero di una manciata di voti. Ancora una volta la leva del populismo di destra è il disprezzo del suo stesso elettorato, ritenuto ignorante e cinico come chi lo guida. Senza badare alle conseguenze incendiarie che una simile contrapposizione — se non adeguatamente contrastata — potrebbe determinare negli equilibri di un continente già lacerato dalla crisi economica e dagli etnonazionalismi riemergenti.
L’indignazione che le parole di Berlusconi stanno provocando nello stesso Partito Popolare Europeo che indegnamente lo ospita, dovrebbero indurlo a chiedere scusa. Ma lui è troppo abituato a buttarla in vacca per capirlo.

La Repubblica

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