attualità

"Il secondo Vladimiro il Grande", di Thomas L. Friedman

Talvolta la domanda più semplice svela la più grande verità. La settimana scorsa ho conosciuto qui a Kiev alcuni attivisti di piazza Maidan: ci siamo messi a parlare di come il presidente russo Vladimir Putin insiste che l’Ucraina fa parte della “sfera di influenza” tradizionale russa e della “zona cuscinetto” con l’Occidente, e di come di conseguenza America e Unione europea debbano tenersi alla larga. A un certo punto uno degli attivisti, il popolare giornalista ucraino Vitali Sych, ha esclamato: “Qualcuno ci ha mai chiesto se vogliamo far parte della sua
zona cuscinetto?”.
La domanda di Sych va dritta al cuore di quanto sta accadendo qui. È semplice: la maggioranza degli ucraini è andata in collera per il gioco impostole, servire da attori secondari nella zona di influenza di Putin, così che la Russia possa continuare a sentirsi una grande potenza, essendo oltretutto costretti a tollerare a Kiev un regime filorusso corrotto oltre ogni dire. Dopo una rivoluzione partita dal basso a Maidan, la piazza centrale di Kiev, costata più di cento vittime (“I Cento Celesti” li chiamano da queste parti), gli ucraini stanno rivendicando la loro sfera di influenza, il desiderio di far parte dell’Ue.
Così facendo, però, lanciano una sfida profondamente filosofica e politica alla Russia di Putin — e così pure alla Ue e all’America. In che modo? Se Putin dovesse perdere e l’Ucraina conquistasse la sua libertà ed entrasse nella Ue, Kiev minaccerebbe il cuore identitario stesso della Russia che Putin ha costruito e intende espandere — una Russia tradizionale, nella quale lo stato domina l’individuo, nella quale la gloria della Madre Russia deriva dai territori che possiede, dal petrolio e dal gas che estrae, dai paesi vicini sui quali esercita il controllo, dal numero di missili che ha e dal ruolo geopolitico che riveste nel mondo — non dal fatto di conferire potere al suo popolo e di coltivarne i talenti.
Se Putin dovesse vincere e impedisse all’Ucraina di indire elezioni libere e giuste il 25 maggio, la sua nociva influenza sui paesi vicini non farebbe che aumentare. Si vedrebbero allora molti altri episodi come quello al quale abbiamo assistito la settimana scorsa, quando Joe Kaeser, amministratore delegato di Siemens, il colosso ingegneristico tedesco, si è recato a Mosca per sbavare davanti a Putin e rassicurarlo che tutti i loro accordi continueranno a essere validi, malgrado quelli che Kaesar ha definito “tempi politicamente difficili”. (Questo è tedesco, per dire che Putin impedisce agli ucraini quell’adesione alla Ue di cui i tedeschi già godono.) È veramente impossibile passeggiare per le strade di acciottolato di piazza Santa Sofia a Kiev o visitare l’omonima magnifica chiesa dell’XI secolo con le cupole a bulbo senza comprendere fino a che punto Russia e Ucraina si siano reciprocamente influenzate nel corso dei secoli. E oggi non sarà tanto diverso. Il primo stato “Rus” unificato nacque a Kiev, quando “San Vladimiro il Grande, Gran Principe di Kiev” unì tutte le tribù e i territori della regione in un’entità denominata dagli storici “Rus di Kiev”. San Vladimiro fece inoltre del cristianesimo ortodosso la religione ufficiale.
Se ora torniamo a razzo ai giorni nostri, a mille anni e più di distanza da allora, ci troviamo un altro “Vladimiro il Grande” — Putin — che ammassa le truppe al confine con l’Ucraina per riaffermare l’influenza della Russia in questo territorio. Poco tempo fa Putin ha lasciato intendere che potrebbe essere giunto il momento per lui di reclamare la “Novorossiya”, o Nuova Russia, una zona situata nel sudest dell’Ucraina e così denominata dagli zar nel XIX secolo quando faceva parte della Russia.
Quanto Putin parla di Nuova Russia, dunque, di fatto egli intende la Vecchia Russia, una Russia che era solita dominare l’Ucraina. Egli vuole impedire che si affermi una Nuova Ucraina in grado di influenzare ancora una volta la Russia odierna con le sue nuove idee. Solo che questa volta si tratta di idee liberali. “Questa è diventata per tutti una battaglia esistenziale” ha spiegato Pavlo Sheremeta, il nuovo ministro ucraino dell’Economia, che ha aggiunto che i suoi amici russi liberali gli telefonano per pregarlo di resistere, di non tradirli. Di non lasciare che Putin annienti il modello al quale l’Ucraina sta cercando di dare vita. In caso contrario, la Russia non cambierà mai. “Sul lungo periodo, il successo della Russia dipende da come saprà essere competitiva nel XXI secolo. Ma non si compete soltanto con il petrolio e i carri armati e facendo i dispotici con gli altri” ha aggiunto Sheremeta. Tutto ciò
può farti sentire forte “sul momento, ma si tratta soltanto di una sostanza stupefacente. Il successo finale dell’Ucraina può essere la riprova che la democrazia, la legalità e i diritti umani sono la ricetta migliore per lo sviluppo sostenibile — non la droga che Putin sta propinando al suo popolo”.
Nataliya Popovych, un’imprenditrice e un’attivista della società civile a Kiev, ha detto che gli ucraini hanno tratto un insegnamento dalla loro Rivoluzione Arancione del 2004, quando si sbarazzarono del vecchio ordine ma si limitarono a consegnare ogni cosa nelle mani di un nuovo gruppo di politici corrotti. Questa volta la rivoluzione di piazza Maidan ha dato vita a tutta una rete di gruppi della società civile che fungono da agenti di controllo di ogni ministero e che si stanno adoperando per garantire lo svolgimento di elezioni presidenziali oneste.
Tuttavia, non sarà così facile. L’Ucraina è un luogo complicato. La corruzione, le élite calcolatrici e la brutalità della polizia che si ritrova stanno a indicare che ci sono moltissimi nemici che si oppongono ai rivoluzionari di piazza Maidan. Gli interventi di Putin, tuttavia, rendono la battaglia per un futuro più decente qui a Kiev e all’interno dell’Europa quanto mai più difficile.
“I Cento Celesti sono morti per i diritti umani e per i valori europei” mi ha detto Popovych. Ma perché questi valori si consolidino in Ucraina in una nuova politica, questo nuovo Stato privo di esperienza “dovrà sopravvivere”, e perché ciò accada è indispensabile che Ue e America l’aiutino e lo difendano. “Ci piacerebbe che tutto ciò riguardasse esclusivamente noi” ha detto ancora. “Ma quella in corso è una battaglia di civiltà. E noi ci siamo capitati in mezzo”.
Traduzione di Anna Bissanti © 2-014 New York Times News Service

La Repubblica 29.04.14

Condividi