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"Contro l’abbandono scolastico vale tutto", di Silvia Avallone

Nel documentario A scuola di Leonardo Di Costanzo, girato in una media inferiore della periferia di Napoli, una preside agguerrita e un’adolescente che parla solo in dialetto si fronteggiano . «Devi imparare a usare l’italiano, che non sai usare. Imparare una lingua straniera. Perché ti spetta. Non è un dovere, è un diritto! Ma se tu non lo vuoi, noi che dobbiamo fare per farti desiderare di averlo?» Silenzio. La ragazzina abbassa lo sguardo. Non ci crede, che la scuola sia un suo diritto. Non la vuole frequentare, ha ben altri problemi per la testa: quelli che la aspettano a casa, per le vie del quartiere, in quel mondo che si trova anni luce dalle aule. Come lei sono molti gli adolescenti che scivolano via dalle maglie della scuola dell’obbligo. Perché provengono dai margini, da retroterra famigliari drammatici, oppure perché è stato diagnosticato loro un grave deficit di attenzione, una carenza cognitiva che ne impedisce l’integrazione. Nella maggioranza dei casi questi ragazzi diventano assenze, cognomi da pronunciare a vuoto durante l’appello. E al loro svantaggio la scuola spesso sa rispondere solo con una sequenza di bocciature. L’anticamera dell’addio definitivo.

L’Italia occupa il quartultimo posto in Europa per dispersione scolastica (fonte ministero dell’Istruzione, 2013), il 17,6% dei giovani tra i 18 e i 24 anni può contare sulla licenza media come unica arma per affrontare il suo destino . Ma c’è un altro dato, tragico, che riguarda coloro che si perdono dopo la soglia di quella elementare: lo 0,2% degli iscritti, infatti, abbandona le medie. Un numero che, semplicemente, non dovrebbe esistere. Invece accade, nella periferia di Napoli come nel Biellese, dove ho incontrato una delle possibili strade per reagire al problema. Qui Enaip, Cnos-Fap e Città Studi, insieme alla Scuola Polo di Mongrando, si sono coalizzati in un’Associazione Temporanea di Scopo per tentare di affrontare la dispersione in modo strutturato, senza limitarsi a confidare nella buona volontà dei singoli. Il risultato si chiama Progetto Lapis. Nacque dieci anni fa per affiancare con moduli pomeridiani il percorso scolastico di ragazzi a rischio abbandono. Ma, nonostante l’impegno, il numero degli studenti che la scuola perdeva, anziché diminuire, aumentava. Così, dall’ottobre del 2013, Lapis è diventato un corso sperimentale full time della durata di un anno. Altro luogo, altra didattica: una cesura netta.

Sono dieci e tutti italiani, gli alunni coinvolti. Nove ragazzi e una ragazza, pluriripetenti della prima media che, di segnalazione in segnalazione, sono stati radunati in un’aula nella sede dell’Enaip. Ogni mattina alle 8 prendono posto ai loro banchi, dove ricevono una doppia formazione: di base e di avvio alle professioni. Italiano, matematica, tecnologia e inglese, a cui si aggiungono laboratori pratici di meccanica, d’informatica e manifattura. Né storia, né geografia, né Pascoli o Carducci: qui la frontiera da conquistare si chiama lingua italiana. Gli ostacoli hanno le sembianze di un accento che trasforma una congiunzione in un verbo, di un’acca che opera simili metamorfosi con una preposizione. Ragazzi difficili, ingestibili, problematici: se lo sono sentito ripetere così tante volte, da arrendersi a quel ruolo. La sfida è persuaderli del contrario, che non sono destinati all’emarginazione a priori.

Non è facile. L’insegnante non fa in tempo a posare lo zaino sulla cattedra, che già qualcuno tenta di fuggire . Bisogna rincorrerlo per i corridoi e ricondurlo in classe, tenere a bada gli altri che di rimanere seduti non ne vogliono sapere. Per questo sono sempre in due a seguirli: il docente e il pedagogo. «Il primo problema che ci siamo posti è stato: stiamo ghettizzando questi ragazzi togliendoli dalla scuola? La mia risposta è no, perché loro a scuola non ci volevano stare, anzi, non ci venivano proprio, mentre adesso si presentano tutte le mattine», mi spiega la professoressa Teresa Citro, capofila del progetto e preside delle medie di Mongrando. «Occorreva una discontinuità forte con un passato scolastico che li aveva sempre penalizzati e frustrati, inserirli in un percorso didattico alternativo, in uno spazio nuovo in cui potessero sentirsi accolti». L’obiettivo immediato è l’esame di licenza media secondo standard differenti, che tengano conto di limiti e lacune irrecuperabili in breve tempo. Ma la vera speranza è poter rispondere con certezza alla domanda: cosa faranno dopo? Riusciranno a iscriversi in una scuola superiore? In due casi ex studenti difficili sono riusciti a frequentare il liceo e a cambiare drasticamente il proprio destino.

C’è chi ha criticato Lapis considerandolo, anziché un’opportunità di riconciliazione, una sorta di scorciatoia . Ma se nella scuola dell’obbligo si crea un muro contro muro, se le lezioni frontali non riescono a catturare interesse, e il gap tra aula e mondo esterno diventa una voragine, come si può scalare la muraglia dell’incomunicabilità senza tentare approcci diversi? Il dilemma è aperto, e quello che manca è un vero confronto. «La prima volta che sono venuto in questa scuola mi sembrava che era una merda ma poi mie cominciata a piacere perche o iniziato a farmi degli amici»: comincia così il tema di uno dei ragazzi, e questo esordio è già una soddisfazione per chi lo segue, considerato che nel precedente anno si era presentato in classe due volte mentre oggi propone addirittura un tema libero di sua iniziativa.

È l’attività che riscuote più successo, il tema. Nonostante gli errori di ortografia e la sintassi ballerina , riescono a liberare il grande desiderio di esprimersi che covano, la volontà di abitare un linguaggio fatto non solo di silenzi o di provocazioni. È scrivendo, riordinando il vissuto della loro prima volta in discoteca con «il cuore che faceva bum bum», o trovando un nome alla solitudine in cui si sentivano confinati dai vecchi compagni di classe, che si accende una scintilla di fiducia, una possibilità di abbattere l’opposizione tra loro e i docenti, tra loro e la scuola, che altrimenti potrebbe condannarli al semianalfabetismo.

Il premio a fine mattinata, quando hanno dimostrato impegno, è la distribuzione dei pennarelli e dei disegni da colorare. A guardarli mentre prestano attenzione per restare all’interno dei contorni, loro che sono nati e cresciuti al di fuori, ci si accorge di quanto questi tredici-quattordicenni siano ancora bambini. Lo rimarranno sempre, se non si trovano le risorse per impedirlo: insegnanti di supporto, fondi per percorsi specifici. E, in aggiunta, il coraggio di trascendere le regole, di modificarle se risultano inefficaci.

Progetti come questo nascono per colmare le lacune di una scuola che non sa adattare didattica e programmi a quelle realtà di disagio che rischiano di rimanere tagliate fuori dall’opportunità di un riscatto. Una scuola che per difesa si trincera dietro la cattedra, anziché passare avanti e comunicare a viso aperto con i propri ragazzi, soprattutto con quelli più svantaggiati, trattenendoli presso di sé. Perché nessuno di loro può restare escluso da uno dei suoi diritti fondamentali, e bisogna trovare la forza di percorrere tutte le strade possibili affinché quello 0,2% si assottigli fino allo zero.

da www.repubblica.it

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