attualità, economia, lavoro, politica italiana

"Disoccupazione record: colpa anche dei salari bassi", di Carlo Buttaroni

Nei quarant’anni che hanno preceduto la crisi, il Pil in Italia è più che raddoppiato ma il numero degli occupati è rimasto sostanzialmente stabile. Un risultato che dipende, prevalentemente, dalle innovazioni che hanno reso più efficienti i processi e hanno permesso alle aziende di produrre quantità sempre maggiori di merci con un numero sempre minore di lavoratori. Ma le trasformazioni che hanno riguardato il mondo della produzione e del lavoro sono state molteplici. L’innovazione più significativa è venuta da un nuovo paradigma che ha capovolto la tipica logica del flusso produttivo: la produzione, anziché essere spinta dall’alto, è tirata dal basso. Trasformazione, questa, che ha determinato profonde ripercussioni nell’organizzazione del mondo del lavoro, ribaltando la logica delle economie di scala e dell’integrazione verticale. Progressivamente, è quindi diminuita la dimensione media dell’impresa per numero di addetti, è aumentata la quota degli occupati nelle imprese minori sul totale e il sistema delle imprese si è andato disponendo e articolando in orizzontale.

LA LISTA DELLE PROFESSIONI

La conseguenza sul mercato del lavoro è che, a livello macro, la lista delle professioni si è allungata e frazionata, senza che si rendesse necessaria una netta ascesa della professionalità media, quanto piuttosto una gamma più estesa di «capacità», in grado di rispondere all’intreccio fra domande vecchie e nuove. Nel complesso, i contenuti sono diventati meno manipolativi e più cognitivi e si è imposto un modo di lavorare scandito da un ritmo serrato e da una tensione continua. Altrettanto profondi sono i movimenti che hanno trasformato i rapporti di lavoro: innanzitutto, meno subordinati e più autonomi, perfino nel lavoro dipendente; meno durevoli, data la crescita dei contratti a tempo determinato e il calo di quelli a tempo indeterminato; meno uniformi, giacché l’ambito dei contratti di lavoro è diventato, allo stesso tempo, più circoscritto e più articolato, essendo disposto su orari più corti, durate d’impiego più brevi, o entrambe le cose. Basti citare il lavoro autonomo di seconda e terza generazione, che genera gruppi di lavoratori eterogenei, disciplinati soltanto in modo generico e al cui interno, a parità di mansioni, posso esserci forti differenze retributive.

Questo nuovo modo di produrre e lavorare

ha, inevitabilmente, indebolito i profili di tutela dei lavoratori, e in tutte le economie occidentali (compresa l’Italia) le quote di lavoro flessibile è cresciuta, mentre quella di lavoro stabile è diminuita e i salari reali sono cresciuti assai meno della produttività.

Secondo il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, la crisi attuale trova origine anche nei salari troppo bassi che non hanno potuto far crescere, insieme alla produttività, la domanda aggregata nella sua componente principale che sono i consumi. In sostanza, i lavoratori hanno avuto progressivamente me- no reddito per acquistare ciò che, invece, erano in grado di produrre in quantità sempre maggiore. Un processo ben noto agli economisti. Se i salari reali diminuiscono e i prezzi rimangono stabili (o addirittura crescono), infatti, si verifica una caduta del potere d’acquisto dei lavoratori che genera, a sua volta, una contrazione dei consumi.

E se si riduce la domanda, le imprese sono costrette a ridurre la produzione e, quindi, a utilizzare meno lavoratori nei cicli produttivi. Col risultato che l’occupazione cala in virtù dell’efficienza della produzione ma anche dei salari troppo bassi.

Dagli anni 70, la leva per rispondere allo squilibrio determinato dal fatto che le famiglie non hanno redditi sufficienti per acquistare ciò che viene prodotto, è stato il crescente ricorso al credito che ha fatto crescere, però, il debito privato. A un certo punto, la massa di debiti è stata tale che una parte di essi non potevano essere più ripagati e nel tentativo di rientrare dell’indebitamento, le famiglie han- no ridotto i consumi e svenduto gli asset acquisiti (ad esempio le abitazioni) che così si sono svalutati. Nel frattempo, le sofferenze bancarie sono aumentate e ciò ha causato la crisi di molte banche con conseguente razionamento del credito. È questo avvitamento che ha dato avvio alla crisi finanziaria, la cui causa scatenante, infatti, non è nell’indebitamento pubblico come molti credono, bensì in quello privato.

La diminuzione di salari e prezzi rappresenta il nuovo spettro di questa difficile fase di uscita dal tunnel della crisi. Infatti, se da un lato i costi possono rimanere fermi tagliando sulla produzione o sul lavoro, dall’altro, le imprese, prevedendo prezzi futuri troppo bassi, non hanno alcun interesse a investire e assumere.

In sintesi, poiché la produzione è tirata dal lato della domanda, i salari dovrebbero crescere insieme alla produttività, perché solo questo assicura la capacità di acquisto da parte delle famiglie dei lavoratori di ciò che viene prodotto e immesso sul mercato. La crescita dei salari evita, inoltre, l’eccessivo indebita- mento, mantiene la distribuzione del reddito e i prezzi costanti, proteggendo il sistema da crisi debitorie da deflazione.

LA DOMANDA

Su quale lato si ponga la crisi dell’Italia lo si deduce dal grado di utilizzo degli impianti delle imprese manifatturiere italiane, che sono al 71,8% del loro potenziale. Se la domanda stimolasse un utilizzo del 100% degli impianti, l’effetto si tradurrebbe in oltre un milione di nuovi occupati che, stimolando a loro volta la domanda, alimenterebbero nuova occupazione. Oggi, se anche il costo di un lavoratore fosse pari a zero, le imprese non avrebbero comunque alcun interesse ad assumerlo, per- ché le merci che quel lavoratore sarebbe in grado di produrre non sarebbero comunque acquistate. L’interesse dell’impresa sarebbe, invece, di sostituire un lavoratore che costa di più con uno che, invece, costa meno, ricevendo un vantaggio immediato in termini di costi di produzione, ma un danno sul lungo termine come capacità di crescita della domanda aggregata. E, soprattutto, non ci sarebbe alcun vantaggio in termini di occupazione, in quello, cioè, che rappresenta il vero ostacolo e, nel contempo, l’unica ricetta per una reale ripresa.

L’Unità 05.05.14

Condividi