attualità, politica italiana

"Il sottobosco affaristico da cancellare", di Luigi La Spina

Preoccupazione per la sorte di un evento, quello dell’Expo a Milano, che sarà molto importante per l’economia nazionale nel prossimo anno. Sconcerto per la spregiudicatezza di clan affaristico-malavitosi con forti legami politici che sfidano i controlli di legalità previsti per una manifestazione del genere. Soprattutto sorpresa per il riemergere, tra gli indagati, di personaggi simbolo del malaffare partitico nella prima Repubblica, come Greganti e Frigerio.
Figure che credevamo scomparse negli angoli più tristi della nostra memoria. Queste sono le prime impressioni che l’inchiesta, annunciata ieri dalla procura di Milano, sicuramente ha suscitato in un’opinione pubblica pur abituata, purtroppo, a non stupirsi facilmente. Eppure, a una riflessione meno immediata, la continuità, se vogliamo definirla così, da più di vent’anni, di un personale parapolitico dedito all’intermediazione criminale si può spiegare proprio dalla fine del regime spartitorio di finanziamento partitico avvenuta, nei primi Anni 90, sotto i colpi di Mani pulite.

All’epoca, la cosiddetta «dazione ambientale» a tutto o quasi l’arco delle forze politiche seguiva regole che garantivano un po’ tutte le correnti dei partiti, con un controllo piramidale e gerarchico che assicurava un flusso costante di denaro per le spese necessarie a un sistema di clientele assai dispendioso. A tali incombenze si dedicavano personaggi dotati di una disinvolta e affidabile «professionalità», capaci di trovare i canali giusti per arrivare alle centrali del potere economico e, magari, anche malavitoso, ma anche, come dimostrò Greganti, capaci di sopportare, senza imbarazzanti delazioni, le conseguenze degli infortuni giudiziari ai quali la loro attività era inevitabilmente soggetta.

Non è tanto sorprendente, perciò, che a quella loro «professionalità» si sia ricorsi quando, scomparso quel sistema rigido di approvvigionamento finanziario dei partiti, la corruzione si sia trasferita a gruppi di potere legati a clan capitanati da baronie locali, sia del crimine organizzato, sia della politica, sia dell’economia. Una competenza nell’individuare le strade più sicure per concludere gli affari all’ombra degli appalti pubblici che, evidentemente, non poteva essere sprecata.

La persistenza di questi personaggi alla ribalta di inchieste giudiziarie così clamorose, però, non si spiega solo in questo modo, ma anche con la parallela persistenza di un sottobosco politico che è sopravvissuto alle più o meno velleitarie e sbandierate rottamazioni di classe dirigente. Ecco perché solo un più profondo e radicale cambiamento, anche nella cosiddetta società civile o pseudo tale, potrà produrre sostanziali effetti di moralizzazione nella nostra vita pubblica.

Tocca alla magistratura, naturalmente, operare con fermezza e con rigore procedurale, auspicabilmente senza i contrasti interni, ideologici o di potere, che sono affiorati in questi giorni dalle cronache sul palazzo di giustizia di Milano. Ma non bastano giudici e manette, ed è troppo facile, o forse troppo ingenuo e, magari, pure imprudente, che la politica si «chiami fuori» da queste vicende, come ha dichiarato per esempio, ieri, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Una cosa è non voler interferire, giustamente, nelle indagini della magistratura rispettandone l’indipendenza e un’altra è sottrarsi a un compito che spetta, assolutamente in prima persona, alla politica.

L’accentramento della corruzione al vertice dei partiti, durante la prima Repubblica, sicuramente agevolò l’opera della magistratura nelle indagini e nella repressione del fenomeno. Molto più difficile, invece, è l’opera di moralizzazione che, ora, deve essere compiuta in questa dispersa e variegata giungla di criminalità, legata a capi della malavita organizzata che utilizzano boss politici locali e vecchi esperti dell’intermediazione affaristica nelle burocrazie dello Stato e dei comuni. La rottamazione di qualche anziano leader di partito servirebbe solo a una superficiale riverniciatura dell’immagine pubblica da esibire in tv, sui giornali o nella rete se non fosse accompagnata da un impegno a spezzare non solo i legami con le resistenze di un sottobosco affaristico tutt’altro che rassegnato alla scomparsa, ma, e soprattutto, con un sistema di manipolazione degli appalti che sfugge a controlli anche su manifestazioni sotto l’attenzione generale come quella che si concentra sull’Expo. Perché l’Italia deve dimostrare, anche davanti all’opinione mondiale che ci giudica come un Paese dove investire è troppo rischioso, che non si rassegna a dover rinunciare a qualsiasi opera pubblica importante per lo sviluppo della nostra debole economia perché non è in grado di garantire il rispetto della legalità.

La Stampa 09.05.14

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