attualità, memoria

"Ricordo di Moro e di Berlinguer", di Claudio Sardo

Rileggere Aldo Moro dà quasi un senso di vertigine, tanto diversi erano il suo linguaggio, il contesto, i sentimenti stessi della politica. Sembrano preistoria quei lunghi discorsi, nei quali affidava alla parola il compito non solo di spiegare, ma di capire, di scavare, di distinguere.
Di cercare sintesi più comprensive e avanzate. Sembrano preistoria, invece sono parte delle nostre radici democratiche. Rileggere Aldo Moro nell’anno delle celebrazioni di Enrico Berlinguer apre poi a domande radicali sul senso della politica, sul ruolo dei partiti, sul tempo che produce fratture e opportunità, e così incide sulla carne viva della società e sulle libertà delle persone.
Qualcuno, con arroganza, irride la nostalgia associando ad essa una «certa sinistra ». Moro fu ucciso dai brigatisti il 9 maggio 1978. C’è un modo di guardare il passato da conservatori impauriti, pensando che tutto il meglio è alle nostre spalle. Ma c’è un modo di guardare alla storia come a una risorsa, a una riserva critica del presente. Questa nostalgia è proiettata nel futuro. In un futuro che non sia solo la modernità dei nuovi potenti, ma sia una costruzione a cui partecipino passioni, intelligenze, valori, cioè persone. Conservatori e rivoluzionari, diceva Berlinguer. Perché chi vuole rendere il mondo più giusto, non si fa rubare la storia.
Del resto, il modo di guardare il passato è influenzato dal presente, è parte della battaglia politica. In un bell’articolo su l’Unità Alfredo Reichlin si è chiesto perché tanta attenzione a Berlinguer nel trentesimo della morte. E perché un approccio così diverso rispetto alle polemiche sull’alterità comunista, sulla questione morale, sul compromesso storico. È proprio la profondità della crisi di oggi – economica, sociale ma anche antropologica – a porre nuove domande. Reichlin concludeva che si guarda a Berlinguer chiedendosi quale idea bisogna avere della politica nel tempo della sua svalutazione, quale passione è necessaria per restituire alla democrazia il significato che rischia di perdere, quali battaglie vanno ingaggiate per reagire alla torsione elitaria che sta espropriando i cittadini, a cominciare dai più deboli. Serve un pensiero critico per uscire dalla cittadella assediata. E serve la materia prima per costruire. Con il nuovismo si fa marketing elettorale, ma non si tira su un edificio sulle sabbie mobili.
Aldo Moro è stato l’uomo del centrosinistra, della solidarietà nazionale, della terza fase incompiuta. Se la Dc – pur con tutte le sue contraddizioni e le sue cadute – è rimasta dopo De Gasperi una realtà originale, ancorata alla Costituzione, con un confine marcato a destra e un confronto aperto a sinistra sulle riforme sociali, questo lo deve in gran parte alla guida di Moro. E non è un caso che il suo assassinio deviò in modo così netto il corso della politica italiana.
Ma, al di là delle linee strategiche, anche per Moro valgono quelle domande sulle radici etiche della democrazia, che sono così vitali per interpretare l’oggi. Moro era attentissimo alle novità sociali: l’aderenza alla realtà che cambia era per lui condizione di legittimità stessa della politica. Emblematico il suo giudizio sulla contestazione studentesca, espresso nel novembre ’68: «Tempi nuovi si annunciano e avanzano in fretta come non mai. Il fatto che i giovani, sentendosi a un punto nodale della storia, non si riconoscano nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità». Alla spinta del cambiamento non si deve opporre una reazione difensiva, ma un confronto sui valori, sulle libertà, sui doveri, sulla solidarietà.
Il limite della politica sta nel fatto che non è mai sufficiente a se stessa. Ma neppure il nuovo è un assoluto. La pretesa di assoluto è un’insidia per la democrazia. «Se noi – sostenne Moro – sapessimo solo opporre la nostra sofferta ricerca del modo di affrontare il nuovo, ma non avessimo una fisionomia distinta, una autonomia, una ferma volontà politica, noi avremmo fatto venire meno un termine essenziale della dialettica democratica. Il nuovo dunque sì, ma il nuovo capito, dominato, voluto da noi stessi per quello che siamo stati e che siamo». Il nuovo per Moro diventa bene comune quando il fine riesce a ordinare e condizionare i mezzi. Per questo contrapponeva la violenza e il politicismo di certe espressioni del ’68 con il desiderio autentico di «nuova umanità», con quell’emergere «di una legge di solidarietà, di eguaglianza, di rispetto di gran lunga più seria e cogente che non sia mai apparsa nel corso della storia».
Senza un’idea dell’uomo non si rifonda la politica democratica. Moro, studioso di Maritain, era convinto che la persona fosse il perno di una società equilibrata, contro i rischi dell’individualismo egoista e del collettivismo autoritario. Le libertà della persona sono vitalmente connesse a quelle dei corpi intermedi, dal più piccolo che è la famiglia, al più grande e complicato che è il partito. Nella relazione al congresso di Napoli del ’62, quello che aprì al centrosinistra, Moro disse: «La polemica sulla partitocrazia è essenzialmente una polemica di destra. Pretendendo di porsi come correzione di abusi compiuti nell’azione dei partiti, essa ha di mira in realtà l’emergere di opinioni, l’affermarsi di interessi, l’elevarsi fino a posizione di potere di ceti che si era abituati a considerare fuori gioco».
Parole che mantengono tuttora la loro forza. Si dirà che i partiti sono stati vettori di corruzione e che la corruzione continua a dilagare, ben oltre Tangentopoli. Ma forse questo accade perché i partiti non sono stati ricostruiti su basi di trasparenza, attuando finalmente l’art. 49 della Costituzione. Forse la colpa è anche di chi ha teorizzato la democrazia senza partiti, così funzionale alla concentrazione di poteri nelle mani di pochi. Rileggere Moro e Berlinguer può aiutarci, non a trovare soluzioni concrete, ma a rianimare una passione civile e a radicare la politica negli interessi reali e nelle speranze.

L’Unità

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