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"Divorzio, l’eccezione italiana" Carlo Rimini *

La Camera approvò la legge sul divorzio nel 1969, durante l’autunno caldo. Non furono certo formidabili quegli anni, ma oggi sembrano incredibili. La Democrazia Cristiana accettò che venisse approvata la legge dopo un accordo che un grande giurista, Michele Giorgianni, definì «un biblico piatto di lenticchie».
Gli ingredienti della ricetta parvero allora a chi ci osservava dall’estero, da Paesi da tempo abituati al divorzio, piuttosto bizzarri. Il divorzio all’italiana non si fonda sul consenso dei coniugi e neppure sull’accertamento di una colpa, ma solo sull’accertamento da parte del giudice della assoluta intollerabilità della convivenza. È quindi pronunciato come un estremo rimedio di fronte ad una situazione oggettivamente irrecuperabile.
Insomma, la frase che già allora si sentiva nei film americani – «non gli concederò mai il divorzio!» – è rimasta fuori dai nostri tribunali. In Italia il divorzio non si può «concedere», perché il consenso dell’altro coniuge allo scioglimento del matrimonio è ininfluente. Neppure rilevante è la prova dell’adulterio o di qualche altra colpa commessa dall’altro. La legge invece prevede che l’impossibilità di ricostituire l’unione fra i coniugi si presuma dopo che è passato un periodo di separazione legale: cinque anni quando fu approvata la legge, ridotti a tre nel 1987. Trascorso questo periodo, indipendentemente dai comportamenti e dalla volontà, il divorzio è, in pratica, un diritto di ciascun coniuge.

La legge approvata nel 1970 e confermata dal referendum del 1974 prevede quindi, pur non dicendolo espressamente, il divorzio per scelta unilaterale di un coniuge. È incredibile, ma ci siamo arrivati prima degli altri! Oggi, infatti, molti Stati che siamo abituati a considerare assai più avanti di noi nel consentire il divorzio stanno faticosamente arrivando al medesimo risultato: se un coniuge vuole il divorzio, lo ottiene anche senza avere dimostrato la colpa dell’altro o averne acquisito il consenso. Quando finalmente il nostro legislatore eliminerà il periodo di separazione triennale, retaggio di quegli anni remoti e ormai privo di significato, il percorso che porta ad un diritto europeo sul divorzio sarà compiuto.

Dovremo però iniziare una riflessione su un tema rispetto al quale siamo invece inesorabilmente indietro nel confronto con gli altri Stati: le conseguenze patrimoniali del divorzio. Se il divorzio può essere ottenuto sulla base della volontà unilaterale di un coniuge, è opportuno introdurre norme che tutelino colui o colei che al matrimonio e alla famiglia ha dedicato la vita, senza invece creare insensate rendite vitalizie per chi non ha fatto alcun sacrificio. Da questo punto di vista le norme che regolano l’assegno divorzile sono ormai del tutto inadeguate. Gli altri ordinamenti europei sono molto più avanti di noi lungo la strada che porta ad un’equa ridistribuzione della ricchezza fra coniugi divorziati.

* Ordinario di diritto privato nell’Università di Milano

La Stampa 12.05.14

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“C’eravamo poco amati un matrimonio su 3 fa crac e ora il divorzio va di fretta”, di Vera Schiavazzi

È SINGOLARE , e perfino un po’ beffardo, che l’Italia celebri i 40 anni dal referendum sul divorzio, che nel 1974 confermò a pieni voti la legge Fortuna-Baslini, quella che nel 1970 lo aveva istituito, proprio mentre in Parlamento sta per giungere al voto una proposta di legge che abbrevia ulteriormente i cinque anni previsti all’inizio, poi passati a tre e che ora si vorrebbe portare a uno soltanto. Gli anni che si collocano tra quelle tre parole, “mi voglio separare”, e una sentenza scritta nero su bianco. Perché nel frattempo, come documenta l’Istat col suo ultimo rapporto su separazione e divorzi, il matrimonio non è più un tabù, tantomeno un legame indissolubile per gli italiani: una persona sposata su tre si separa, una su cinque divorzia, e ha fretta di farlo, come testimonia il dibattito politico di oggi.
«Sì come il giorno delle nozze» era lo slogan della Democrazia Cristiana in quel lontano 1974. Uno slogan, scelto personalmente dal leader Amintore Fanfani, che voleva comunicare soprattutto alle donne: attenzione – così dicevano quarant’anni fa gli anti- divorzisti – se vostro marito vuole lasciarvi potrà farlo in cinque anni anche senza il vostro consenso. Ma furono soprattutto le donne a votare “no” all’abrogazione, proprio come sette anni più tardi sarebbe avvenuto per l’aborto: erano loro a sapere prima di tutti ciò che voleva dire l’obbligo di restare sposate, o di restare incinte. Votarono “no” all’abrogazione oltre 19 milioni di italiani, il 59,3 per cento, “sì” oltre 13 milioni, il 40 per cento, e quel voto cambiò per sempre gli equilibri politici italiani.
A distanza di quarant’anni, il Matrimonio con la M maiuscola sembra non esistere più. Lo dice l’Istat nel suo rapporto del 2012 sulla “instabilità sentimentale”: fotografa italiani che si separano più che mai – per le statistiche – intorno ai 44 anni, dopo un matrimonio “usa e getta” che pure arriva tardivamente, perché in tre casi su cinque segue una convivenza di prova già avviata. Lo dicono gli avvocati matrimonialisti e il Forum delle Famiglie, entrambi ascoltati alla Camera prima di far procedere il divorzio breve, dove hanno espresso speranze e dubbi. E lo dicono le cifre: tra il 1995 e il 2009 i matrimoni in Italia sono scesi da 290.000 a 230.000 ogni anno, mentre nello stesso arco di tempo i divorzi raddoppiavano, da 27.000 a 54.000.
«I matrimoni falliscono – dice Elena Sormano, psicologa, trent’anni di esperienze come perito nei tribunali italiani – perché le persone, sia uomini sia donne, hanno aspettative illimitate in una società consumista che ci insegna a volere sempre di più». Ma la separazione e il divorzio segnano comunque un fallimento, che per qualcuno può essere un dramma. «Non solo per le condizioni economiche che ne derivano – spiega Giulia Facchini, avvocato matrimonialista alla guida dell’associazione interprofessionale Sintonie – ma anche perché per molte donne essere lasciate dal marito è tuttora vissuto come un insuperabile trauma personale».
Sì, allora, al divorzio breve? «Anche a quello immediato, se davvero i due coniugi sono consenzienti. Ma se invece uno dei due sovrasta l’altro, sia come volontà sia come disponibilità economica, allora è meglio essere rappresentati da due avvocati». Un rilievo necessario, visto che tra gli emendamenti al divorzio breve c’è anche quello di chi vorrebbe, come avviene in Francia, semplificare la cancellazione del matrimonio ad atto privato, sottoscritto dai due aspiranti ex marito e moglie semplicemente davanti a un avvocato- notaio. Un po’ come a dire: «Sposarsi o lasciarsi non è un affare dello Stato», cosa che ha suggerito anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando: «Se le parti sono d’accordo, perché non giungere a una mediazione prima di arrivare in tribunale?».
Il matrimonio “per sempre” dura ormai nella media italiana “soltanto” quindici anni, mentre la speranza di vita media si è allungata a 82,9: una parentesi, quasi, alla quale oltre l’85 per cento degli interessati arriva di comune accordo, senza ricorrere a soluzioni giudiziali. Sul tema si sfornano manuali, come quello di Tiziano Solignani, avvocato e blogger appassionato agli aspetti umani dell’applicazione del codice. Secondo lui, è meglio parlarne prima: nel suo ultimo libro, “Guida alla separazione e al divorzio” (Mondadori), insegna come fare i conti con se stessi e col proprio legale, distinguendo tra vari sistemi, dalle tariffe forensi ai forfait fino ai più nuovi “quota lite”. Già, perché il divorzio costa (da un minimo di 1.000 euro in su) e per questo molti separati preferiscono lasciar perdere: serve solo a risposarsi, e fa uscire per sempre dall’asse ereditario.

La Repubblica 12.05.14

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