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E nella rossa Emilia Renzi riscopre il fascino del «noi», da l'Unità

Tre camicie cambiate in corsa, due bocconi di maccheroni al ragù mangiati in piedi perché rifiutare non è cortese, un’ora di allenamento in palestra dalle sette alle otto di mattina. Il ciclone Matteo Renzi investe l’Emilia Romagna e porta nelle piazze decine di migliaia di persone come neanche Stefano Bonaccini, qui in casa sua, responsabile Enti locali, si aspettava. Qui dove il M5s è andato fortissimo alle ultime politiche conquistando pezzo pezzo la terra rossa d’Italia.

Voleva la piazza il segretario Pd e la piazza si è preso, con buona pace di quanti temevano che stando al governo tempi di piazze piene non fossero. Lontanissimi i tempi delle convention al chiuso, della Leopolda del giovane sindaco che sfidava il ghota del partito. Il primo banco di prova da quando è arrivato a Palazzo Chigi è proprio la campagna elettorale per le europee e le amministrative con un vero unico sfidante,

Beppe Grillo a testa bassa contro Renzi.

Non cambia solo verso al Paese, cambia verso alla sua strategia comunicativa il premier. «Voglio stringere mani e stare in mezzo alla gente, quindi ragazzi mettiamo da parte l’orologio». A Forlì il fiume di gente si gonfia nel parco urbano Franco Agosto, sotto un sole che brucia come fosse luglio. Trema la sicurezza mentre il premier va verso i militanti, entra in mezzo alla folla e stringe mani, bacia, si lascia trascinare e vai con i selfie che non si contano. «Tìn bòta», proprio come si dicevano tra di loro nei giorni del terremoto, gli urlano un gruppo di ragazzi di vent’anni, Lui prova a ripetere ma niente l’accento fiorentino storpia tutto. Allora provano in italiano, «tieni duro». Non mollare, tira dritto. Una, dieci, mille volte. È questo che vuole la gente Pd, andare avanti e non farsi fermare, rimettere insieme i pezzi del partito e del Paese. A Forlì, come a Sassuolo, cena sociale che attira così tanta gente che molti mangiano fuori dai grandi capannoni, se ne aspettavano trecento e sono più di mille. «Il lavoro, Matteo, abbiamo bisogno di lavoro», è la fra- se che torna e ritorna. Quando sale sul palco, qui a Sassuolo, come più tardi a Modena, risponde e dice che no, il Pd non punta al reddito cittadinanza, «noi vogliamo dare lavoro, non elemosina». Quando chiede se qualcuno dei presenti ha votato in passato Fi si alzano quattro mani, sei quando la domanda riguarda il M5s. C’è chi confessa di aver votato prima l’uno poi l’altro e adesso è qui e si spella le mani per il leader dem. E Renzi manda in soffitta anche quel vecchio pudore a chiedere i voti dall’altra parte. Non ne ha mai fatto mistero di puntare a chi ha votato Berlusconi o Grillo, adesso è ancora più diretto se mai ce ne fosse bisogno: «Dovete andare a parlare con loro, dirgli che dopo vent’anni sarà il caso di cambiare».

Chi ha sempre seguito le campagne elettorali del Pd non può registrare questa nuova presenza rispetto al passato: sono loro, ragazzi e ragazze giovanissimi, che arrivano un’ora prima e si mettono ad aspet- tare e popi chiedono il selfie e gli urlano «Siamo con te, vai forte».

Emanuele ha 13 anni, ha chiesto a sua madre di portarlo a sentire Renzi a Sassuolo. A 13 anni andare a un comizio? «Beh, che c’è di strano? Renzi mi piace perché quando parla si fa capire, ha in testa l’innovazione», spiega come fosse normale, scontato. Marco Barbieri di anni ne ha 41, ambulante, racconta che lui grazie a Renzi si è avvicinato alla politica, ora è un militante Pd. Premo- no per una foto signore over 60, forse le stesse che qualche anno fa lo guardavano con sospetto quando parlava di rottamazione. Tempi lontani, perché oggi Renzi dice che dopo San Francesco e Santa Caterina, il terzo santo italiano dovrebbe esse- re San Nonno, quello che regge le sorti economiche delle famiglie in difficoltà. Se Grillo e Berlusconi hanno forgiato a loro immagine e somiglianza i rispettivi partiti-movimenti Renzi cambia registro, punta sull’orgoglio di appartenenza, sul noi contrapposto all’io, chiama alla mobilitazione collettiva, «siamo una comunità», non vince il sindaco, non vince il parlamentare europeo, «vince il Pd». Ha deciso con puntigliosità ogni tappa di questo tour, l’incontro con gli industriali a Sassuolo, cittadina strozzata da una crisi che ha colpito quella che era la punta di eccellenza di questo pezzo di Emilia, le ceramiche. Ascolta e prende nota, come quando incontra a Medollo i sindaci dei comuni terromotati e poi in piazza cita l’Emilia come esempio di dignità, di gente che si spezza la schiena ma non si piange addosso e ricostruisce ciò che la terra impazzita ha distrutto. Lo avvisano che a Modena i grillini lo contesteranno, hanno il banchetto proprio sulla via Emilia. «Bene, facciamo la via Emilia a piedi», insiste. Saluta i militanti di Fi, gli stringe la mano, qualche fischio. Saluta quelli del M5s che gli alzano il dito medio, lui sorride e continua. In piazza una trentina di loro si mescola tra la folla e soffia nei fischietti per tutto il tempo, Renzi dal palco dice «lasciamo a loro i fischi, noi cantiamo l’inno d’Italia». Gli applausi più forti, in ogni piazza, arrivano quando cita gli ottanta euro in busta paga, il taglio ai costi del- la politica, il tetto agli stipendi dei manager. «Sono felice, felice perchè ci siamo ripresi la piazza, questo è il nostro posto», dice ai suoi collaboratori mentre sfreccia verso Reggio Emilia, per il comizio finale, dove la piazza è piena zeppa un’ora prima che arrivi. È la stessa piazza dove è arrivato Grillo qualche giorno fa. Piena zeppa. Matteo Richetti e Stefano Bonaccini si danno il cinque. Il Pd si è ripreso la piazza e la sua gente.

L’Unità 18.09.14

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