attualità, politica italiana

"Le incognite europee", di Andrea Bonanni

Ogni elezione ha le sue incognite. Quella di domani ne ha addirittura trenta: ventotto incognite nazionali, e due grandi incognite europee. In ogni Paese il responso degli elettori sarà letto alla luce degli equilibri locali. In Italia ci si chiede se Grillo diventerà il primo partito superando il Pd.
IN FRANCIA si guarda con timore all’annunciato trionfo dell’ultra destra di Marine Le Pen. In Olanda i primi exit poll sembrano smentire la vittoria annunciata del populista Geert Wilders. In Gran Bretagna si aspetta di capire se lo Ukip, il partito che vuole l’uscita dall’Ue, diventerà la seconda o la terza forza politica. In ciascuno dei ventotto Paesi dell’Unione il voto delle europee potrebbe avere serie ripercussioni di politica interna pur non esercitando effetti diretti sui parlamenti nazionali.
Alla fine però tutti questi interrogativi rischiano di mettere in secondo piano la vera posta in gioco alle elezioni di domani, che è il colore politico dell’Europa e delle sue istituzioni. E qui le incognite sono due: quanto spazio prenderanno in Parlamento i movimenti anti-europei, ma, soprattutto, chi vincerà la corsa testa a testa tra progressisti e conservatori.
Ipnotizzati dal mantra euro-scettico sull’«Europa dei burocrati», siamo spesso indotti a sottovalutare quanto in questi anni di crisi economica la natura profondamente politica dell’Europa abbia condizionato e diretto la gestione dell’emergenza. Gli Stati Uniti sono stati guidati fuori dalla crisi dall’amministrazione democratica di Barack Obama, e nessuno si sogna di ipotizzare che, se ci fosse stato ancora il repubblicano Bush alla Casa Bianca, le cose sarebbero andate allo stesso modo. La gestione della crisi europea è stata invece appannaggio quasi esclusivo dei conservatori. Ma questo dato di fatto profondamente politico viene in genere sottovalutato.
L’Europa ha tre istituzioni di carattere politico: il Consiglio, composto dai rappresentanti dei governi nazionali; la Commissione, composta da politici nominati dai governi nazionali e a cui il Parlamento vota la fiducia; il Parlamento, composto dai rappresentanti eletti dal popolo. Negli ultimi anni, tutte e tre le istituzioni sono state egemonizzate dai conservatori. Nel Parlamento uscente i democristiani del Ppe erano di gran lunga il partito di maggioranza relativa, con 274 deputati contro i 196 dei socialisti e democratici. Nella Commissione 21 commissari su 28 sono esponenti di partiti del centro-destra: popolari o liberali.
Conservatore è il presidente Barroso, come lo è il presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, come lo è l’importantissimo commissario agli affari economici, Olli Rehn (liberale).
Tra i governi nazionali, fino a poco fa, i conservatori la facevano da padroni con una preponderanza simile a quella esistente tra i commissari.
Dalla Merkel a Sarkozy, da Berlusconi a Cameron al polacco Tusk, praticamente tutti i grandi tenori del Consiglio europeo (anche quelli stonati, come Berlusconi) erano espressione del Ppe. Gli unici socialisti presenti nel 2008, lo spagnolo Zapatero, il greco Papandreou e il britannico Gordon Brown sono stati subito spazzati via dalla crisi. L’egemonia che Angela Merkel ha saputo dimostrare sull’Europa in questi anni è certo dovuta al peso economico della Germania, ma non sarebbe stata così totale e incondizionata se si fosse trovata a fare i conti con una maggioranza di primi ministri socialisti, o una Commissione progressista, o un Parlamento europeo prevalentemente di sinistra.
Dopodomani questi equilibri potrebbero cambiare. Se l’annunciata onda di piena dei populisti e degli euroscettici potrà essere interessante da un punto di vista socio-politico per illustrare il malessere europeo, essa avrà comunque scarso impatto sulla governance dell’Unione perché gli anti-euro saranno comunque minoranza, e per di più una minoranza divisa in tre o quattro gruppi politici. A contare veramente sarà invece l’esito del testa a testa tra i conservatori del Ppe, guidati da Jean-Claude Juncker, e i socialisti e democratici (S&D) guidati da Martin Schulz.
Oggi i sondaggi danno un leggerissimo vantaggio al Ppe che perderebbe una sessantina di seggi arrivando a quota 217, mentre S&D dovrebbe guadagnare fino ad arrivare a 201 deputati. Ma tutti gli esperti concordano sul fatto che il testa a testa è talmente serrato da non consentire di prevedere con certezza chi sarà il vincitore. È vero che, con ogni probabilità, dopo il voto socialisti e popolari daranno vita ad una grande coalizione per formare una maggioranza che possa imporre ai governi il presidente della Commissione. Ma nelle grandi coalizioni il peso relativo dei partiti è ancora più importante.
Se i conservatori dovessero prevalere in modo netto, si può star certi che non cambierà nulla, nonostante le sparate di Grillo e Berlusconi. Una vittoria socialista riaprirebbe i giochi, a cominciare dalla nomina del presidente della Commissione. E questa è la vera posta in palio nel voto di domani.

La Repubblica 24.05.14

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