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L’ultimo affondo di Renzi “Saremo noi a salvare l’Italia il governo andrà avanti se vinco o perdo non cambia”, di Francesco Bei

«Noi salveremo l’Italia. Lo faremo anche per chi ci fischia e nonostante loro. Non lasceremo il Paese a chi lo vuole distruggere». Matteo Renzi torna a Firenze, lì dove tutto è cominciato. Dove, come dice il candidato sindaco Dario Nardella, «cinque anni fa un manipolo di giovani è partito credendo che si potesse cambiare l’Italia». I dubbi sulla piazza, che all’inizio stentava a riempirsi, vengono spazzati via alle dieci di sera quando, dal palco montato di fronte alla Loggia dei Lanzi (dove lo voleva sempre Enrico Berlinguer), il premier può finalmente abbracciare con lo sguardo una distesa di volti e di bandiere. È allora, in un momento di silenzio, che un anziano riesce a prevalere sulla folla e urla con quanta voce ha in corpo: «Matteo, ‘un ci ferma più nessuno!». Renzi ride.
Vista da qui certo è un’Italia diversa. I fischi e le proteste certo ci sono, come quelli dei movimenti per la casa, ma arrivano molto attutiti. Grillo sembra un fantasma lontano. Se non fosse per uno striscione che lo evoca: «Noi da Berlinguer, voi oltre Hitler». Qui a Firenze «Matteo» viaggia tranquillo e non sarà un caso che abbia scelto di chiudere il suo tour #europacambiaverso proprio in questa piazza: «Quando torni dopo un lungo viaggio a casa tua — ammette con la voce un po’ incrinata — è un’emozione che non ha paragoni con niente».
Il comizio finale segue i binari consueti di questi giorni, senza sparate dell’ultim’ora. Si batte molto sulla «speranza » contro «l’odio», sulla volontà di cambiare l’Europa iniziando a cambiare l’Italia. E sugli ormai “mitici” ottanta euro, che fin dal mattino, in una conferenza stampa a palazzo Chigi, il premier aveva promesso di estendere anche alla platea che oggi non ne beneficia. «Gli 80 euro non sono un’elemosina — aveva spiegato illustrando quanto fatto in questi ottanta giorni al governo con le immancabili slide — ma è giustizia sociale. Considerateli come un inizio di riduzione delle tasse. Il prossimo step sarà l’allargamento della fascia a cui destinare il bonus, ai pensionati e alle partite Iva». Lo slogan è bell’e pronto: «Giù le tasse se vogliamo portar su l’Italia». Sembra molto berlusconiano e forse lo è.
D’altronde, a Prato, Renzi lo dice esplicitamente: «Bisogna andare a prendere uno per uno il voto di quelli di
destra. Non è una parolaccia». E per farlo è inevitabile forse la presa di distanza e la polemica con la Cgil. In piazza della Signoria non c’è una sola bandiera dei sindacati, non ci sono pensionati organizzati, chi è venuto ad ascoltare il segretario sembra piuttosto una folla di persone “normali”, che ha smesso di fare lo struscio serale, ha rinunciato all’aperitivo o al cinema, e si è fermato qui. «Quando fanno il loro lavoro i sindacati fanno bene, è quando fanno politica che fanno confusione, che sono un problema ». Applausi. Signori con il giubbino di renna e signore con lo scialle firmato agitano bandierine tricolore opportunamente distribuite dai ragazzi dell’organizzazione, tutti in maglietta gialla. I giovani, a differenza delle manifestazioni sindacali, ci sono anche loro e numerosi. La musica che li intrattiene dal palco prima dell’arrivo del leader non ha nulla a che fare con il vecchio Fossati, amato da Bersani, e nemmeno con il Jovanotti di Veltroni. Anzi, non c’è proprio nessuno che canti in italiano, siamo in piena compilation post-ideologica: “Guns ‘n’ Roses”, “Pearl Jam”, “The Cure”.
Renzi valuta con un po’ di apprensione le voci di una forte avanzata grillina anche nella sua città. Dal microfono spera che «gli italiani facciano come i fiorentini, che hanno sempre da brontolare, facciano come Gino Bartali che diceva ‘è tutto sbagliato, è tutto da rifare, ma prendeva la bicicletta e andava a salvare gli ebrei». Poi, sceso dal palco, si lascia andare con i suoi a una considerazione più politica: «Le Europee dimostreranno che l’area di governo, noi e l’Ncd, va oltre il 40 per cento. Allora nessuno potrà più contestarci».
Il fedele sottosegretario Luca Lotti, che si aggira come una trottola sotto e dietro il palco, mostra a qualche giornalista l’ultimo sondaggio conservato nella memoria dello smartphone. «Siamo tranquilli», dice con un sorriso. L’altro dioscuro renziano, Nardella, che ha battuto in lungo e in largo ogni piazza fiorentina, è sicuro: «Negli ultimi giorni mi sembra che ci sia un rinnovato entusiasmo verso il Pd. Non c’è quel clima che notai alle politiche dello scorso anno». A piazza della Signoria, in segno di pace, si fa vedere anche Gianni Cuperlo. Renzi non se lo fa sfuggire e lancia un segnale anche ai militanti più di sinistra tentati dall’astensione: «Ho capito che il Pd è casa mia quando Bersani non mi ha cacciato con un tweet dopo la mia sconfitta alle primarie. E vorrei salutare Gianni Cuperlo che stasera è qui con noi». Nei giorni scorsi a un esponente della minoranza aveva confidato: «Se oggi fatichiamo a contenere Grillo, immagina cosa sarebbe successo se a palazzo Chigi ci fosse ancora Enrico Letta».
A piazza della Signoria, di fronte al palco “berlingueriano”, c’è un tondo per terra che raffigura il punto dove bruciarono un altro eretico, Fra’ Girolamo Savonarola. La data è la stessa: 23 maggio 1498. Renzi, incrociando le dita, ci scherza sù: «Non vorrei portasse male».

La Repubblica 24.05.14

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Renzi: all’Italia serve una svolta fiscale, di Emilia Patta

Gli 80 euro in busta paga a chi guadagna meno di 1.500 euro netti al mese, il decreto Poletti che ha permesso proprio in questi giorni di salvare posti di lavoro alla Electrolux, lo sblocco di 3,5 miliardi per l’edilizia scolastica, la riforma delle Province targata Delrio che ha fatto sì che domani non si voterà per rinnovare i consigli provinciali di tutta Italia, il tetto agli stipendi dei superdirigenti della pubblica amministrazione, la declassificazione di tutti gli atti riguardanti le stragi di Stato, la riduzione e la vendita delle auto blu. Ed «è solo l’inizio», promette Matteo Renzi. Che nell’ultimo faticoso giorno della campagna elettorale per le europee – conclusosi in serata in Toscana, prima a piazza Duomo a Prato con il candidato sindaco Matteo Biffoni e poi nella “sua” Firenze con Dario Nardella – decide di convocare una conferenza stampa a Palazzo Chigi per illustrare quanto fatto nei primi 80 giorni del suo governo. «Sono solo 80 giorni che siamo al governo, e ogni riferimento agli 80 è volutamente causale – dice il premier in conferenza stampa, e nelle piazze toscane ripeterà gli stessi concetti –. L’Italia si salverà solo con una netta riduzione delle tasse, gli 80 euro non sono mance elettorali: io la chiamo giustizia sociale. È solo l’inizio di una riduzione fiscale che sarà allargata a pensionati e partite Iva. Giù le tasse, se vogliamo salvare l’Italia».
Forse, ammette Renzi, si è mancato di comunicazione sulle riforme messe in campo dal governo in una campagna elettorale dominata dagli «insulti». C’è ancora tanta strada da fare ma il «tour de force» ha consegnato i primi risultati. È 80 il numero magico di Renzi: 80 euro, 80 giorni di governo. Ma certo 80 giorni sono pochi, impossibile fare miracoli in così poco tempo. E infatti il premier fa sapere che, qualunque sia il risultato delle urne, la maggioranza non cambierà dopo il 25 maggio: i provvedimenti impostati e le riforme hanno bisogno di tempo per essere realizzati, come era stato preannunciato al momento della fiducia. Entro giovedì prossimo arriverà, annuncia Renzi, il progetto di delega fiscale (e qui va segnalata la forte preoccupazione degli imprenditori sui tempi e le priorità dell’attuazione della delega, come ha ricordato martedì scorso il direttore generale di Confindustria Marcella Panucci). Poi si imprimerà «il più possibile» un’accelerazione al Ddl delega sul lavoro. Quanto alle riforme costituzionali e alla legge elettorale, il risultato del voto non inciderà sul progetto: «Andiamo avanti comunque, io non mollerò di un millimetro», sottolinea Renzi, che ha legato proprio alle riforme più che alla percentuale che il Pd riuscirà a raggiungere il suo futuro politico.
Le cose già fatte, le riforme messe in campo che richiedono tempo. «Qui si continua a lavorare in modo deciso e determinato. Si sono gettate le basi per un grande cambiamento», dice Renzi nella sede istituzionale di Palazzo Chigi. Poi però c’è la piazza, la paura di Grillo e della rabbia della gente. I sondaggi sono buoni, rassicuranti, dicono dallo staff del premier. Eppure dopo lo choc dell’anno scorso nulla è dato per scontato. «Qualcuno ha preso in mano le armi della legalità – scandisce Renzi nel giorno dell’anniversario della morte di Giovanni Falcone –. Noi non accettiamo lezioni da chi va in Sicilia a dire che la mafia non esiste. Noi abbiamo i nostri martiri». Rabbia contro speranza: «Non lasceremo il Paese a chi lo vuole distruggere». Infine l’appello a convincere ad uno ad uno gli indecisi. «Viva Firenze, viva l’Italia, viva l’Europa» conclude Renzi con un inedito balzo dal palco per unirsi alla folla. Oggi silenzio, poi il verdetto delle urne per quella che per il giovane premier è – al di là delle dichiarazioni ufficiali – la battaglia della vita.

Il Sole 24 ore 24.05.14

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