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"Foto di gruppo con sorrisi e vittoria è la Renzi-generation", di Filippo Ceccarelli

Gente allegra, il ciel l’aiuta. La frustrazione non fa prendere voti, e chi mette su il muso o fa l’isterico sembra condannato a perderli — o almeno così sembra.
E quindi la vittoria del Pd si rispecchia come meglio non si potrebbe nella foto qui sopra, realizzata in super grandangolo alle ore 1,25 della notte. Boschi, Guerini e Serracchiani hanno appena finito di parlare: «Fino a quel momento — ricorda Giuseppe Lami, dell’Ansa — stavano come delle mummie». Lami è inginocchiato dinanzi al tavolo della sala stampa, inquadratura frontale, obiettivo 17 mm, dietro di lui una rumorosa ed eccitata moltitudine di giornalisti, fotografi e cameramen reclama una foto di gruppo, «come una squadra che ha vinto la Coppa Italia».
Altri dirigenti e ministri presenti in sede prendono allora ad accalcarsi sul fondale, che proietta bandiere europee e del Pd. C’è euforia, qualcuno dal mucchio fa notare gridando: «Ohi, manca quello più importante! ». «Sì, però noi ci siamo! — rispondono — e siamo tutti importanti», e sorridono, ridono, battono le mani, e Lami scatta, clic-clic-clic.
Foto di gruppo, gioia collettiva, successo condiviso, microfoni finalmente abbandonati sul lungo tavolo comune. A pensarci bene, è proprio la mancanza di Renzi a rendere emblematica quest’immagine. Perché i 18 «nuovi» dirigenti democratici trasmettono per una volta l’idea di un gruppo non solo allegro e in fondo ringiovanito, ma omogeneo e compatto.
Piccolo grande miracolo al Nazareno, già tempio funesto di magoni elettorali, ma anche e normalmente rinomato deposito di ombre, delusioni, sospetti, rancori, servilismi, ipocrisie, fissazioni, paure e bugie. Tutta roba che guasta i rapporti tra gli individui alimentando le più annose rivalità, ma lascia una inopinata traccia visiva, perché le foto delle consuete occhiatacce e delle finte indifferenze tradiscono i reciproci sentimenti e risentimenti.
E’ raro in politica, specie sotto la dittatura delle apparenze, degli annunci, degli spot, dello zapping e delle strategie comunicative, imbattersi in qualche momento di vera e gratuita spontaneità. Sempre più le atmosfere si costruiscono, sempre più bravi specialisti accendono e mettono in moto le macchine emotive, così come i leader- protagonisti recitano a più non posso; se non lo fanno rischiano di essere penalizzati perché nella loro normalità il pubblico cambierebbe canale. Ecco, nel caso di questa istantanea pare invece di cogliere qualcosa di non fasullo, un attimo di realtà.
Ora, con il dovuto azzardo questo scatto si presta a due letture e in qualche modo anche a due esiti. La prima è che sull’onda della vittoria il generale ed evidente tripudio
dei giovani democratici si possa interpretare come il compimento di una concezione messianica. Cioè finalmente, dopo tante amarezze e tanti misfatti, dopo tanto essersi illusi (Prodi, D’Alema, Rutelli, D’Alema, Veltroni, Bersani), il popolo del Pd ha trovato la sua guida vincente, il suo liberatore, il suo rottamatore, il suo vendicatore, il suo redentore, il suo «tutto» — con evidenti rischi di de-responsabilizzazione.
L’altra lettura, complementare, ma per certi versi anche opposta, è che questo partito, nato male e cresciuto peggio, può oggi felicemente disporre di un’entità che in passato, nella Dc come nel Pci, gloriosi antenati, aveva un suo umile prestigio e anche una sua efficacia pratica: il cosiddetto «gruppo dirigente», che in qualche misura rifletteva la vita democratica dell’organismo e del modo in cui organizzava il potere.
In tempi di leadership carismatiche, chiusure oligarchiche e contaminazioni burocratiche e/o notabilari, di questo comparto, di questo apparato direttivo e collettivo si erano proprio perse le tracce. O meglio: nessun altro partito come il Pd è rimasto lacerato, incastrato e paralizzato nelle zuffe, negli appetiti e nelle paturnie dei suoi stessi dirigenti (ex presidenti e ministri compresi).
Questi che si vedono esultare nella foto hanno volti ancora abbastanza sconosciuti; e seppure faranno in tempo a rovinarsi, nel frattempo chissà che la gioia non li renda migliori, e l’autenticità non torni a premiare non solo in termini elettorali, ma pure di soluzioni e risultati.

La repubblica 27.05.14

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