attualità, economia, politica italiana

"La lezione italiana per il debole Hollande", di Alexander Stille

Lo straordinario successo del Front National di Marine Le Pen in Francia e di altri partiti populisti e di destra è stato, a buon motivo, la notizia principale delle elezioni del Parlamento europeo dello scorso weekend. Facendo campagna elettorale con una piattaforma anti-euro e anti-immigrazione, Le Pen ha conquistato uno storico 25 per cento dei voti, sconfiggendo agilmente il più importante partito conservatore francese, l’Ump, che ha ottenuto soltanto il 21 per cento delle preferenze, e stracciando il Partito Socialista del presidente François Hollande, che ha incassato un misero e preoccupante 14 per cento. Ma i risultati elettorali di domenica hanno prodotto anche un altro risultato storico sorprendente, che ha riscosso molta meno attenzione: in Italia Matteo Renzi del Partito Democratico ha vinto con il 40,8 per cento dei voti, ottenendo il maggior numero di consensi mai conquistati da un partito di centrosinistra in Italia, curiosa controtendenza in una giornata segnata dall’avanzamento della destra.
Se raffrontiamo questi esiti elettorali, il risultato in Italia ci aiuta a comprendere perché il voto in Francia sia andato come è andato, mentre l’elezione francese potrebbe servire da serio avvertimento a Renzi su ciò che potrebbe attenderlo qualora non dovesse riuscire a tener fede alle sue promesse.
In poche parole, la vittoria di Renzi in Italia mette ancor più in rilievo le peculiari mancanze di Hollande in Francia. A differenza di quest’ultimo, Renzi sembra aver afferrato l’impellenza dei problemi con i quali è alle prese il suo paese e nei primi mesi di governo si è adoperato per presentare una serie di riforme di relativa vasta portata del malfunzionante sistema politico ed economico italiano. Hollande, al contrario, si è mosso con circospezione, con una serie di mezze misure, con un andamento spesso zigzagante e legato all’instabilità dei sondaggi, prima alzando le imposte e poi abbassandole, prima dichiarando guerra alla finanza e poi cercando di stringere un patto con i datori di lavoro per mettere in moto l’economia francese, senza riuscire in tutto ciò ad accontentare nessuno. Se molte delle proposte di Renzi sono state duramente criticate (soprattutto dagli intellettuali di sinistra), gli elettori chiaramente hanno apprezzato il fatto che egli si sia mosso rapidamente e con determinazione, prospettando una serie di proposte di riforma – del sistema elettorale italiano, della pubblica amministrazione, del mercato del lavoro, del sistema giudiziario e del sistema fiscale – e fissando scadenze precise per farle approvare in parlamento.
La vittoria del Partito Democratico in Italia rappresenta un considerevole ritorno in scena rispetto alla sua performance nelle elezioni politiche di appena un anno fa. In quella circostanza, il partito riuscì a rimediare una vittoria risicata nella sfida sorprendentemente agguerrita da parte del Movimento populista dei Cinque Stelle guidato da Beppe Grillo, un comico. In effetti, il 25 per cento dei voti che Grillo ottenne l’anno scorso ha prodotto lo stesso tipo di terremoto politico che ha rappresentato la vittoria di questa settimana di Marine Le Pen in Francia, l’espressione di un’immensa insoddisfazione popolare nei confronti dell’ establishment politico.
Che la situazione ora si sia ribaltata è sommamente istruttivo. Ribelli e puristi politici hanno di che apprendere da questo ribaltone. Se Grillo avesse davvero voluto, avrebbe potuto costringere il Partito Democratico a portare a compimento una gran quantità delle riforme per le quali stava esercitando pressioni, ma l’idea stessa di compromettersi patteggiando con un partito politico tradizionale per lui era inaccettabile. Grillo ha rifiutato qualsiasi collaborazione con il governo e ha punito chiunque nel suo partito dissentisse da questa linea. Si è limitato quindi a insultare i suoi avversari politici, chiamando l’ex segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani “il morto che cammina”. Renzi, al contrario, potrebbe aver compreso il successo del movimento di Grillo meglio del suo stesso leader: gli italiani volevano un cambiamento. E subito. Grillo ha assunto un’immagine totalmente negativa; Renzi ha soddisfatto la smania popolare di una qualsivoglia azione costruttiva. Molti degli elettori di Grillo non erano “anti-politica”, ma stufi marci della politica di sempre.
Naturalmente, c’è qualcosa del genere nel voto in Francia, che ha visto molti elettori moderati e che prima erano a sinistra spostarsi in direzione del Front National. Dai sondaggi risulta che il partito di Le Pen è diventato il preferito della classe operaia francese e che un numero significativo di cattolici, che per tradizione finora si era tenuto alla larga dal Fn, ha votato per la prima volta questo partito. Ciò riflette sia il tono più moderato che Marine Le Pen ha adottato da quando è subentrata alla testa del partito a suo padre — la cui violenta retorica anti-immigrati e le cui dichiarazioni volte a minimizzare l’olocausto avevano fatto sì che il Fn apparisse estremista ed emarginato —, sia l’importanza da lei accordata alle questioni economiche, al continuo processo di deindustrializzazione in Francia, e ai sacrifici imposti dall’unificazione economica dell’Europa. In gran parte, gli economisti ritengono che probabilmente le soluzioni proposte da Marine Le Pen — l’uscita dalla zona euro e il protezionismo economico — acutizzeranno i problemi francesi; nondimeno sono interessati al clima attuale.
I paesi che si sono comportati meglio negli ultimi anni – Germania, Svezia e Danimarca –o si trovano fuori dalla zona euro e/o hanno intrapreso dolorose riforme strutturali, trovando un equilibrio ragionevole tra un mercato flessibile del lavoro, un’aumentata competitività e la tradizionale sicurezza del welfare state. In Francia, sia l’Ump di Sarkozy sia i socialisti di Hollande hanno fatto soltanto timidi passettini in questa direzione, senza essere disposti ad andare fino in fondo. Nel frattempo la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è rimasta sopra al 10 per cento. La crescita economica è stagnante. Lo scontento dilaga.
Come dimostra il rapido rovesciamento della situazione tra il Movimento Cinque Stelle di Grillo e il Partito Democratico italiano, in politica un anno è un arco di tempo lungo e ciò che va su può venire giù, velocemente. Renzi pare averlo capito e ancora adesso ha fretta di tradurre il suo successo elettorale in azione legislativa. La titolarità è difficile e tra uno o due anni egli potrebbe trovarsi nella non invidiabile posizione di Hollande. Renzi ha detto anche di voler spingere l’Unione europea a intraprendere anch’essa cambiamenti significativi. La crisi che sta attanagliando le economie più deboli d’Europa è la minaccia più grande per l’unificazione europea. Un sistema creato per reagire alla politica più che alla logica economica ha bisogno di essere corretto.
Che ci sia una soluzione a lungo termine a questa crisi potrebbe dipendere dalla possibilità di ripristinare alcune misure di crescita economica in paesi come la Francia e l’Italia. Mentre l’attenzione dedicata dal pubblico al libro di Thomas Picketty Il capitale nel X-XI secolo in buona parte si è concentrata sulla sua dissertazione sulla disuguaglianza e sulla sua proposta di una tassa globale sulla ricchezza, per taluni aspetti uno dei punti più importanti del libro è la conclusione alla quale giunge l’autore: secondo Picketty una crescita bassa – pari a circa l’uno per cento annuo – è da sempre la regola, e non l’eccezione, e quindi potremmo aspettarci più bassi livelli di crescita nelle nazioni più industrializzate. Come dimostra il libro The moral consequences of growth (Le conseguenze morali della crescita)di Benjamin Friedman, economista di Harvard, le società che si espandono tendono a essere aperte e generose, quelle che non si espandono cadono preda della xenofobia e dell’autoritarismo. Se entrambi questi autori hanno ragione, i governi europei hanno a disposizione un margine di errore assai esiguo. Dovranno governare bene o potremo aspettarci il ripetersi di ciò a cui, a ben vedere, abbiamo assistito domenica. ( Traduzione di Anna Bissanti)

La Repubblica 30.05.14

Condividi