economia, lavoro

"Quei «cognitivi» disposti a cambiare", di Bruno Ugolini

La ricerca di cui parliamo è opera di tre Istituti di ricerche economiche e sociali (Ires) di Emilia Romagna, Toscana e Veneto

Ecco una ricerca che dovrebbe interessare la ministra Marianna Madia, Alla vigilia di un’operazione tesa a portare una ventata «rivoluzionaria» nel lavoro pubblico. Un settore dove sono preponderanti quelli chi chiamano i «lavoratori cognitivi», oppure «lavoratori della conoscenza». Sono insegnanti, operatori scolastici, formatori, ricercatori, musicisti. Chi con contratto stabile, chi con contratto a termine o di collaborazione. Chi precario. Sono i possessori di «saperi» da trasmettere anche se ormai questa caratteristica invade anche molte altre mansioni.

La ricerca di cui parliamo è opera di tre Istituti di ricerche economiche e sociali (Ires) di Emilia Romagna, Toscana e Veneto. Hanno condotto più di 100 interviste e raccolto 1.094 questionari. Una prima sintesi di tale iniziativa testimonia come questi lavoratori abbiano, tra le loro caratteristiche, una spiccata passione per quanto fanno. E tra le preoccupazioni principali quella di «innovare periodicamente il proprio bagaglio di saperi perché questi nel mio settore sono in continua evoluzione». Non intendono adagiarsi nelle proprie invecchiate conoscenze. E bisognerebbe sostenerli in questa «passione» innovativa. Non sempre avviene. Spesso sono costretti a rispondere all’esigenza di una autoformazione continua finanziandola con i propri mezzi. E per la gran parte di quanti hanno risposto ai questionari, il canale privilegiato di acquisizione delle competenze è la formazione dal basso di «esperienze professionali». È interessante annotare altresì come la maggioranza di loro non sia desiderosa di rimanere inchiodata alla propria sedia. Ben il 93,6 per cento concorda con questa affermazione: «Non è importante svolgere per tutta la vita sempre lo stesso lavoro, l’importante è che la propria carriera professionale o lavorativa possa essere il frutto di una scelta libera ed autonoma». Mentre solo il 27,7 per cento rinuncerebbe all’attività-professione corrispondente alle proprie passioni «in cambio di un lavoro sicuro anche se non aderente ai propri desideri». E il 68,1 per cento sarebbe «disposto a cambiare città e al limite Paese se questo fosse necessario per continuare a lavorare nel settore professionale dove ritengo possibile realizzarmi».

Nessuna barriera dunque (87,3 per cento) nei confronti della «flessibilità occupazionale»: essa «sarebbe una condizione tollerabile se ci fossero i giusti ammortizzatori sociali e le necessarie tutele per rendere sopportabili i periodi di transizione da un lavoro ad un altro. C’è da dire che solo il 14,9% dei lavoratori cognitivi considerati «puri» (ovvero con mansioni totalmente legate alla conoscenza) ha un contratto a tempo indeterminato, il 27,7% è composto dai lavoratori autonomi e il 57,7% ha una forma di contratto a termine. Tra questi ultimi il 67,7% afferma che «non sa» cosa accadrà alla scadenza del contratto. L’instabilità, dunque, regna sovrana anche qui. Quali sono le loro rivendicazioni? Sono inerenti alla voce «gestione del tempo», al peso della burocrazia, alla voglia di autonomia. E poi i compensi (medie di meno di 1.100 euro netti al mese), la definizione stessa del compenso, nonché la «definizione della tipologia contrattuale», il «rispetto degli accordi contrattuali o di ingaggio», la «regolarità dei pagamenti», la «continuità lavorativa», il «sostegno a favore della maternità-paternità».Il sindacato fatica a interloquire con queste realtà lavorative.

L’intento dei ricercatori dell’Ires è quello di stimolarlo «a un ripensamento critico del proprio radicamento sociale». La spinta è a «intercettare domande inedite, costruire politiche nuove, avviare percorsi di partecipazione e protagonismo sociale; in una parola, riscoprire la politicità del sindacato come conflitto e progetto». Oltretutto le istanze che provengono da questo mondo del lavoro sono utili anche al futuro delle imprese e quindi dell’occupazione in generale. Spiegano i ricercatori dell’Ires come il successo dell’impresa dipenda «sempre più dalla qualità della prestazione erogata». Ciò richiede «lavoratori più competenti, consapevoli del proprio contributo, legati a cosa producono». Sarebbe necessario far crescere «il ricorso a meccanismi, di compartecipazione, d’integrazione aziendale, di appropriazione delle competenze-conoscenze dei collaboratori». E non entrare nel mondo del lavoro agendo d’imperio.

da L’Unità

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