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Il governo deve «metterci la faccia», di Vittorio Emiliani

Stavolta, per usare una espressione cara al Premier, “il governo ci deve mettere la faccia”. Dopo lo scandalo dell’Expo 2015 e quello, dai contorni ancora più terrificanti, del Mose, delle «grandi opere» quali fabbriche di tangenti per politici singoli e a gruppi, sedi di spartizione della torta fra le imprese «protette» e di moltiplicazione di costi per i soliti contribuenti, non c’è tempo da perdere.

Né basterà un solo decreto per quanto incisivo e impegnativo: occorrerà spendere ogni energia nella sua immediata e non diluita applicazione in sede parlamentare e poi amministrativa. Norme anti-corruzione (preventive soprattutto e, per la repressione, più incisive) e riforma della giustizia devono, più che mai, essere i punti-cardine di una azione di governo che voglia tirare fuori il Paese dal pantano morale, politico ed economico nel quale è stato e si è cacciato nell’ultimo ventennio. Questi scandali, dall’eco planetaria, hanno fatto male all’Italia ben più del bicameralismo “alla pari” o della lentocrazia.

La reazione a Tangentopoli si concretizzò in quella legge Merloni del 1994 che doveva ridare chiarezza e rigore alla materia fangosa e opaca dell’edilizia e dei grandi lavori. Ma il 1994 segna una data precisa nel calendario politico: l’entrata in campo di Berlusconi. E subito dopo la buona legge Merloni, accusata di «rigidità», comincia a essere ammorbidita, devitalizzata, stravolta. Tutti i difetti strutturali del Mose e del suo general contractor denunciati dallo stesso sindaco di Venezia Massimo Cacciari vengono immessi nella cosiddetta legge obiettivo Berlusconi-Lunardi, col sostegno, diciamolo, delle maggiori imprese. Nel 2002, come ha notato l’urbanista Paolo Berdini, «ancora peggio fecero i decreti attuativi» varati in funzione di una Protezione civile diventata onnipresente e onnipotente. Tutti i maggiori appalti vengono assegnati con metodi discrezionali e con essi anche quelli minori, visto che i Comuni possono appaltare «a trattativa semplificata – senza una vera gara di evidenza pubblica – lavori di importo fino a 500mila euro». Tanto che nel 2011 l’inascoltata Autorità di Vigilanza sui pubblici contratti (Anpc) denuncia che il 28 per cento degli appalti pubblici è stato espletato «senza gara» per ben 28 miliardi di euro. E nel marzo scorso, poco prima che esploda il bubbone-Expo 2015, il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi propone di riportare quell’Autorità “dentro” il suo Ministero…
Il motto in voga è snellire, sburocratizzare, semplificare. D’accordo, ma i controlli strategici dell’Autorità anti-corruzione, delle Soprintendenze, della Corte dei Conti (che, pensate, non può intervenire «senza preavviso») non vanno vissuti e additati come momenti di fastidiosa «burocrazia». Seguiamo allora quanto dice dell’Italia la Commissione europea a proposito di corruzione e anti-corruzione. Dice in sostanza che la legge Severino del novembre 2012 (ieri) «lascia irrisolta una serie di problemi», con le prescrizioni troppo brevi volute da Berlusconi, con la cancellazione penale del falso in bilancio (idem) e dell’autoriciclaggio, senza norme serie sul voto di scambio. «Il nuovo testo frammenta inoltre le disposizioni penali sulla concussione e sulla corruzione» creando zone grigie.

La Corte dei conti valuta a 60 miliardi il valore della corruzione italiana, con una incidenza secca «su un’economia già colpita dalle conseguenze della crisi economica» e con costi indiretti «stimati attorno al 40% dei costi d’appalto». Del resto l’economia sommersa vale il 21,2% del Pil.
In questa selva opaca si stringono i rapporti fra corruzione e criminalità organizzata la quale non la promuove, ma viene attratta e interviene nella fase di attuazione delle opere. E meno male che la Consulta ha dichiarato incostituzionali sia il lodo Alfano che la legge del 2010 sul «legittimo impedimento». Nonostante ciò, la prescrizione abbreviata «è un problema serio», anzi serissimo: Trasparency International ci dice che nel 2007-2008 i procedimenti penali estinti per scadenza di termini sono stati in Italia pari al 10-11 per cento contro lo 0,1-2 appena nel resto dell’Unione. E il rischio di prescrizione aumenta grazie alla lentezza della macchina della giustizia e il timore di pene severe, magari severissime diventa assai debole. Né fa paura, sinora, la Commissione per la Valutazione, la Trasparenza e l’Integrità delle pubbliche amministrazioni (Civit). I conflitti di interesse di ministri, sottosegretari, governatori, ecc. corrono. I controlli restano deboli. Né vengono protetti i cittadini che denunciano casi sospetti di corruzione nella pubblica amministrazione. Poi c’è una assai sostanziosa corruzione fra privati anch’essa favorita da norme inadeguate. Mentre la disciplina sul conflitto di interesse e sui finanziamenti ai partiti rimane «insoddisfacente».

Quindi non flagelliamoci per questi nuovi maxi-scandali perché dal Mose – reso impermeabile a ogni critica – non venivano certo profumi delicati. Prendiamo serissimamente tutti – soggetti pubblici e soggetti privati – la lezione senza gettare la croce soltanto sulla «casta» o sulla «burocrazia», ma affrontando da oggi, in Parlamento, i nodi strategici individuati anche a livello internazionale, varando cioè misure preventive, oltre che repressive, rapide ed efficaci e non pensando che il pur bravo e integerrimo magistrato Raffaele Cantone faccia “o’ miracolo”. Il governo «ci deve mettere la faccia». Anche se la presenza di Alfano e di Lupi al suo interno e di Berlusconi e C. nella maggioranza “per le riforme” unite all’impotenza politico-parlamentare del Movimento 5 Stelle mi suscitano più di qualche ansia.

L’Unità 06.06.14

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