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"I Figli divisi in due", di Luigi Cancrini

Il tema su cui il libro di Carla Baroncelli, “Storie sui fili”, pone un’attenzione intelligente e appassionata è il tema della violenza «assistita», della violenza, cioè, subita dal minore (la protagonista della storia) costretta ad assistere, senza poter intervenire, al modo in cui la madre viene picchiata dal suo nuovo compagno. Perfino nel momento in cui, terrorizzata dal sangue che scorre sul viso della madre, la bimba chiede aiuto ai carabinieri, infatti, questi non faranno nulla perché la madre non conferma il suo racconto e perché nessuna legge c’è (e, dunque nes- sun carabiniere) che si occupi, soccorrendola, della bambina terrorizzata che chiede aiuto. Per lei e per sé.
Assurdo? Per il senso comune, sì. Per la legge, tuttavia, no perché la violenza assistita non è considerata reato dalla nostra legge. Avendo conseguenze, in alcuni casi, sulla potestà e venendo considerata, a volte, co- me un’aggravante nei (pochi) processi penali che si celebrano in queste situazioni ma restando un gesto di cui il violento non è considerato «colpevole» quando non c’è danno grave o denuncia da parte di una vittima che, per amore o per paura, spesso (troppo spesso) la denuncia non fa.
Perché? Perché un residuo di cultura (o di incultura) maschilista continua a considerare sostanzialmente lecita la violenza del pater familias? Perché l’unità formale della famiglia è ancora oggi più importante, di fronte alla legge di quella, sostanziale, basata sull’amore e sul rispetto?
Troppo poco si parla e si ragiona, in effetti, di abuso psicologico sui minori, di cui la violenza «assistita» è una delle forme insieme più vistose e più comuni. Abuso di cui, nel caso specifico, sono responsabili insieme, drammaticamente, l’aggressore e la vittima che sembra abitualmente non rendersi conto del male che fa, sopportando, ai figli prima e più che a sé stessa.
Senza rendersi conto, cioè, del modo in cui proprio loro, i figli, rischiano di restare segnati nel profondo da quella che per lei è una scelta ma che per loro è una costrizione. Violenta. Di fronte a cui non c’è scampo possibile se non quello legato all’intervento che viene dall’esterno: quando condizioni si creano, di fronte per esempio allo sviluppo sintomatico del bambino, in cui uno spiraglio si apre, senza carabinieri, per la richiesta d’aiuto dei più piccoli.
Considerata da questo punto di vista, a mio avviso, la violenza assistita (che non è fatta solo di botte ma anche di parole e di silenzi, di tradimenti e di disprezzo dell’uno verso l’altro) costituisce la forma più comune e più grave di abuso psicologico.
Cui naturalmente molte altre se ne collegano a livello soprattutto delle separazioni più conflittuali (o francamente «disperanti» per chi è chiamato a occuparsene) quando lo scontro fra padre e madre coinvolge vere e proprie tribù familiari e in cui il figlio deve imparare, diventando in breve tempo più adulto (e più sofferente) dei suoi genitori a destreggiarsi come può nel tentativo di non ferire né l’uno né l’altro, o in quello, spesso ancora più
pesante, di schierarsi dalla parte di quello che sente il più debole. Il più indifeso o il più ferito.
«Puoi dire a mia madre, per favore, dottore, di non parlare di mio padre quando sono con lei e puoi dire a mio padre, dottore, per favore, di non parlare di lei quando sto con lui? Se non lo fanno io sto bene con tutti e due ma quando lo fanno io sto male e non so come difendermi», mi dice il bambino di sei anni dal divano dello studio in cui si confida con me mentre con tanta fatica e tanto poco successo io sto tentando di aiutare i suoi genitori a controllare l’odio da cui sono animati, quello furioso e scomposto di lei e quello lucido e freddo di lui che a lungo si sono sovrapposti, rinforzandosi l’un l’altro, nella parte di seduta dedicata a loro due. In cui mi era sembrato di capire molto bene, sentendolo sulla mia pelle, l’abuso che i loro litigi facevano quotidiana- mente da anni su quel povero bambino.

Giorno verrà forse, mi dico a volte, mentre la vita mi mette di fronte a questo continuo inseguirsi di situazioni di sofferenza degli adulti che non riescono a capire il male che fanno ai loro bambini agendo in modo così violento, irresponsabile ed infantile, in cui accetteranno finalmente, i professionisti della salute e l’opinione pubblica più vasta che delle loro parole si nutre ancora tanto, l’idea per cui sta proprio nel prodursi di questa forma di abuso psicologico e di violenza assistita di tutti i tipi, l’origine lontana di tutte quelle manifestazioni di sofferenza (dalla depressione all’abuso di sostanze, dai disordini del comportamento alimentare ai disturbi di personalità) su cui così spesso si interviene con i farmaci invece che con lo sforzo di comprendere quello che sta accadendo: proteggendo il bambino dall’abuso che subisce. O ancora, un passo più in là, quanto pagheranno in termini di ripetizione di quegli abusi psicologici i figli di quelli che non vengono protetti oggi.
Faremo un grande passo in avanti verso una umanità migliore, mi dico, quando idee di questo tipo saranno più diffuse e ispireranno più comportamenti.
Contrastare e curare abusi materiali o psi- cologici di cui sono vittime ogni giorno troppi bambini, penso, è la strada maestra per la prevenzione dei disturbi psichiatrici e per la interruzione delle catene intergenerazionali di violenza di cui dovremmo avere una coscienza un po’ più chiara.

da l’Unità

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