cultura

"Il cantiere della cultura si rimette in moto", di Antonello Cherchi e Eliana Di Caro

Qualcosa si muove nel mondo della cultura: in Parlamento c’è un decreto legge che aspetta di essere convertito e che contiene diverse novità di peso. Dopo anni di dibattiti è stato congegnato un incisivo meccanismo di agevolazioni fiscali per cittadini e imprese che vogliano aiutare il patrimonio; nei musei si attende l’arrivo di esperti di marketing in grado di valorizzarne le risorse (risorse che, tra l’altro, ora non si perdono più nei meandri della contabilità statale ma vengono riassegnate a chi le ha prodotte); si mettono sul piatto più soldi come segno di un atteggiamento che cambia e che dai tagli vuole virare sugli investimenti.

Insomma, un cantiere che si è messo in moto. Tra mille difficoltà, prese di posizione, contrarietà, richieste di aggiustamenti, ma si è avviato. È in questo contesto che ieri si è svolta a Roma all’Auditorium Conciliazione la terza edizione degli Stati generali della cultura, una manifestazione che ha preso le mosse dal Manifesto della cultura pubblicato a febbraio di due anni fa dal Sole 24 Ore. “Niente cultura, niente sviluppo”: era questo lo slogan lanciato dal Manifesto e che poi si è articolato in vari interventi sul quotidiano e nel dibattito pubblico innescato dagli appuntamenti annuali degli Stati generali.
Un grido d’allarme che pian piano ha fatto breccia. A ottobre dello scorso anno era arrivato il decreto legge voluto dall’allora ministro dei Beni culturali, Massimo Bray, provvedimento ribattezzato Valore cultura. Un segnale che la difesa e valorizzazione del patrimonio non era più una Cenerentola, un settore in cui operare solo tagli alla ricerca di risorse per riequilibrare il bilancio pubblico. Già l’uso della decretazione d’urgenza è stato un esplicito indicatore. Quel decreto è, però, rimasto per larga parte inattuato per la cattiva abitudine del legislatore di ricorrere ai regolamenti applicativi.
Vizio che l’ultimo decreto legge messo a punto dall’attuale responsabile di via del Collegio Romano, Dario Franceschini, ha voluto evitare. Tant’è che l’Artbonus, la norma che riconosce il credito d’imposta del 65% a chi aiuta l’arte e che dà il tono all’intero decreto, è già operativo.
Ecco perché chi ieri si è interrogato sulla questione posta dagli Stati generali – “Parola chiave: valorizzare il patrimonio. Ora o mai più” – non ha mancato di sottolineare con soddisfazione il passo avanti compiuto. «C’è ancora molto da fare – ha commentato il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano – ma la strada è stata segnata». E ha ricordato quanto Alcide De Gasperi disse alla Scala di Milano all’indomani della sua designazione a capo del Governo: l’Italia ha due sole forze, il lavoro e la cultura, e devono camminare di pari passo. E non può essere altrimenti per un Paese con il nostro passato, da cui si deve trarre l’energia per guardare al futuro. «Sono stato di recente ad Amsterdam, una città – ha aggiunto Napoletano – che esprime creatività. Certo, l’Olanda ha avuto il Seicento, ma l’Italia di secoli importanti ne ha avuti tanti».
Tutti ci riconoscono questa enorme eredità, che finora abbiamo ignorato o non valorizzato a dovere. Cultura e sviluppo era fino a ieri uno slogan buono per ogni convegno a tema. Niente di più. Per questo è nato il Manifesto del Sole, chiedendo – tra l’altro – che l’insegnamento della storia dell’arte non abbandonasse le aule scolastiche. E ieri è arrivato, anche su questo versante, un impegno del Governo: il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, ha spiegato che continuare a studiare il Bello costa 25 milioni l’anno, sui 51 miliardi di euro che rappresentano il budget del ministero. Insomma, si può fare…

da Il Sole 24 Ore

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“Diamoci da fare”, di Roberto Napoletano

Privati, svegliatevi. Imprenditori, mecenati, investire in cultura oggi si può, un credito d’imposta del 65% da scontare in tre anni significa che l’Italia non è più la terra di nessuno dove il bene museale–artistico è condannato all’accanimento terapeutico di risorse pubbliche (non ci sono) e, di conseguenza, al suo inarrestabile declino. Non è più così, i diritti di cittadinanza fiscale dell’industria culturale italiana sono stati parificati a quelli dei Paesi europei più avanzati e alla stessa America.

Avere pensato e lanciato, in tempi non sospetti, il Manifesto per la cultura e gli Stati Generali è servito a qualcosa: abbiamo buttato giù il muro (ideologico) che impediva al Paese della bellezza nel mondo di misurarsi con la gestione dei territori e del suo (straordinario) capitale culturale attraverso la leva fiscale più o meno robusta, ma sempre accordata, anche in Paesi infinitamente più poveri di noi sul piano culturale. Ha ragione Franceschini: gli alibi sono finiti.

Lo Stato deve fare ancora molti passi avanti sul terreno (decisivo) della cultura: non si capisce perché mai il credito d’imposta non si possa estendere anche a chi rileva la tutela e la gestione di beni privati destinati a un uso pubblico. La forza vitale della manifattura italiana che vince nel mondo (anche) perché dietro i suoi prodotti ci sono il segno di una storia culturale (mai dimenticata) e un patrimonio artistico-museale che non ha pari al mondo e “sopravvive” in ogni borgo, dimostri con i fatti di volere dare una mano al Paese e a se stessa (non mancano imprese illuminate, lo so, ma dovranno essere di più e fare di più). Lo Stato, a sua volta, ricambi sottraendosi alle mille ottusità burocratiche che stroncano sul nascere pulsioni positive e voglia di intraprendere. Per chi ci governa e per il mondo privato, se vogliamo essere all’altezza del valore strategico della sfida culturale, non è più tempo di parlare, ma di fare. Il cantiere è stato (finalmente) riaperto, guai a chi facesse finta di non accorgersene.

da Il Sole 24 Ore

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